31 Luglio 2021 Francesco Fioravanti

Grafica Veneta: quando la violenza è al servizio del profitto

Dovete sistemare voi le cose”.
“Avevo un po’ di casino con gli operai in fabbrica, li abbiamo picchiati e mandati via”.

Queste non sono intercettazioni telefoniche tra due gangster della mafia americana, ma tra Bertan, l’Amministratore Delegato di Grafica Veneta, e il caporale Arshad Badar, lautamente ricompensato dal primo per garantirgli manodopera a costi irrisori.

Sono passaggi che rivelano il cinismo di un padronato che, in nome del profitto, non si fa problemi a chiudere stabilimenti, delocalizzare, licenziare, e, come nel caso che coinvolge per l’appunto Grafica Veneta S.p.a. di Trebaseleghe, alle porte di Padova, azienda leader in Europa nel settore della stampa di libri e riviste cartacee, esercitare apertamente violenza per tenere i propri dipendenti in una condizione di totale asservimento fisico e psicologico.

I fatti in questione sono stati resi pubblici, nella loro sconcertante brutalità, in questi giorni, con l’emergere dei capi di accusa formulati dalla procura di Padova a carico dei vertici societari di Grafica Veneta e della cooperativa subappaltante che riforniva l’azienda-madre di lavoratori da impiegare nel confezionamento e nella rifinitura di libri, la B.M. Service di Cles (Tn), fondata e gestita da due cittadini pakistani, il già citato Arshad Badar e suo figlio Asdullah. Le indagini partono invece da più lontano, il 25 maggio 2020 per la precisione, quando lungo la statale per Piove di Sacco, nel padovano, i Carabinieri trovano un operaio pakistano con le mani legate dietro la schiena, il corpo pieno di ematomi e gli abiti sporchi di sangue. Poco dopo altri connazionali si presentano al Pronto Soccorso e riferiscono di esser stati picchiati.

Il quadro che ne viene fuori è terrificante e presenta numerose analogie con le storie che ci è capitato di ascoltare in riferimento all’impiego di manodopera in condizione di semi-schiavitù nelle piantagioni del Sud Italia o nei grandi poli della logistica del Centro-Nord. Operai costretti a lavorare fino a 70 ore settimanali per uno stipendio di 500 euro al mese, di cui 120 da destinare al pagamento dell’affitto in abitazioni di proprietà dei Badar; giorni di riposo inesistenti, ferie nemmeno a parlarne; minacce di licenziamento e violenza per chi non riusciva a star dietro ai ritmi imposti; ulteriori minacce nel caso in cui si abbozzassero reazioni al terrore imposto dai padroni e dai loro scagnozzi. Condizioni di lavoro inumane che hanno spinto gli operai pakistani a tentare la strada della sindacalizzazione, rivolgendosi in prima istanza all’ ADL di Padova. Da qui la reazione dei capi della cooperativa che hanno pensato di risolvere il problema con l’unico mezzo che conoscono: quello della violenza cieca.

Imbarazzanti le dichiarazioni rilasciate in questi giorni dal presidente di Grafica Veneta, Fabio Franceschi, che si dichiara all’oscuro di tutto e dipinge la sua azienda come vittima del sistema messo insieme dai Badar. Una domanda in questo caso sorge spontanea: come facevano a non sapere i vertici aziendali quando gli operai lavoravano materialmente all’interno dei loro stabilimenti? Si stavano forse godendo un’ infinita vacanza, frutto della loro condizione di privilegiati all’interno di questo sistema marcio? Ancora più ridicola è la proposta che l’azienda fa in questo momento ai lavoratori: assunzione a tempo determinato per 10 di loro, con la promessa che forse un giorno le cose cambieranno… Difficile che cambino in meglio per i bilanci aziendali, visto che il 2020 è stato l’anno dei record da questo punto di vista, figlio di una’ingente quantità di mascherine vendute alla Regione Veneto dell’amico Zaia a prezzi enormemente superiori al costo di produzione.

Quello stesso Zaia che, dopo giorni di assordante silenzio, ha rilasciato dichiarazioni nelle quali afferma di poter “solo parlare bene di Franceschi”. Dichiarazioni che fanno da contraltare a quelle di Assindustria, per la quale Grafica Veneta è “una realtà da tutelare”. Ancora una volta il “sistema Veneto” si arrocca in difesa di uno dei suoi campioni, dimostrando che per lorsignori la solidarietà di classe (padronale) ha sempre la priorità sul rispetto della vita umana.

E’ ora di dire basta! Il sistema degli appalti e dei subappalti, ulteriormente incentivato dalle politiche messe in campo nei primi mesi dal Governo Draghi, è sinonimo di sfruttamento esasperato, infiltrazioni criminali, razzismo e violenze. Contro questa logica serve una rivendicazione unificante, che crediamo debba essere l’internalizzazione di tutti i servizi e di tutti lavoratori nelle rispettive aziende. Un prodotto, un’azienda, un contratto: basta divisioni, basta scatole cinesi, basta caporali! Come dimostra la vicenda Grafica Veneta, i lavoratori possono sopportare grandi sacrifici, ma quando prendono coscienza della necessità di lottare, nulla li può più fermare!

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