Governo zombie, prima della tempesta

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

Concluso l’“anno bellissimo” 2019, il governo Conte bis trascina nel 2020 le sue insanabili lacerazioni, indeciso a tutto tranne che a sopravvivere ad ogni costo.
Di fronte alle avvisaglie di una crisi economica in arrivo, l’Italia è il fanalino di coda in tutte le statistiche dell’Ue. L’Ocse prevede una crescita del Pil dello 0,2% per il 2019, per l’anno corrente non si spinge oltre lo 0,4; la produzione industriale è calata del 1,1% nel 2019. La tattica dell’esecutivo è stata quella di temporeggiare e procrastinare su tutte le decisioni importanti. Eppure invece di attenuare le divisioni interne, le ha acuite sempre più.
Il M5S, partito di maggioranza relativa della coalizione, dall’inizio 2020 perde una media di un parlamentare ogni due giorni. Siamo a una sorta di “rompete le righe” nei pentastellati, sia alla loro sinistra che a destra, che subirà un accelerazione ulteriore dopo le elezioni regionali del 
26 gennaio.
Qualunque sia l’esito di queste ultime, i nodi stanno arrivando al pettine e non sono più evitabili.

Lo scontro sulle pensioni…

Nel 2021 scade la sperimentazione di quota 100 per il sistema pensionistico e il governo ha già chiarito che non la rinnoverà. In sua sostituzione arriverebbe quota 102, ovvero il pensionamento non prima di 64 anni di età e con non meno di 38 di contributi. Attenzione, però: quota 102 sarebbe considerata una sorta di pensionamento anticipato e, per chi lo accetta, l’assegno si calcolerà con il sistema contributivo. Tale calcolo, però, “può portare a una riduzione dell’assegno anche del 20-30%”. 
(La Stampa, 10 gennaio). Altro che “superamento della Fornero” come ha dichiarato il ministro del Lavoro, la grillina Catalfo!
La ragione è naturalmente il contenimento della spesa, calcolato, con quota 102, in circa 11 miliardi di euro fino al 2028. Insomma, cambiano i governi, ma a pagare la crisi sono sempre i lavoratori e i pensionati.
Data l’imminenza del voto regionale, della controriforma si parlerà, naturalmente, dopo il 27 gennaio. Il segretario della Cgil Landini ha sentito il dovere in un messaggio video di affermare che “dobbiamo essere pronti a scendere in piazza se le nostre proposte non saranno accolte”. Segnaliamo a Landini che in Francia gli scioperi sono cominciati prima che il governo facesse una proposta dettagliata sulle pensioni. 
E solo così Macron è stato costretto a fare alcuni passi indietro, seppur ancora 
parziali.
Ma soprattutto, quali sono le proposte di Cgil-Cisl-Uil? “Tornare allo spirito della riforma Dini”, vale a dire la prima grande controriforma delle pensioni che nel 1995 introdusse il sistema contributivo e la previdenza privata. Difficile fare di peggio.

 

…e quello su Autostrade

La revoca delle concessioni ad Autostrade per i 5 Stelle rappresenta una Linea Maginot, l’ultimo tentativo di darsi un’immagine di movimento che lotta davvero contro il sistema
I Benetton sono gli imprenditori più odiati d’Italia, e a ragione. Dopo la strage del Ponte Morandi, hanno continuato ad aumentare i pedaggi, a lesinare sulla manutenzione e a truccare coscientemente controlli e verifiche sulla rete da loro gestita.
I dati forniti da il Sole 24 ore (17 gennaio) sono esemplificativi della logica che guida il capitalista: “Dal 2009 meno investimenti e più dividendi” è il titolo dell’inchiesta. “Gli investimenti di Autostrade per l’Italia in attività autostradali sono scesi negli ultimi 10 anni: se nel 2009 erano stati pari a 1.114 milioni, nel 2018 sono stati pari a 508 milioni. Il dato è clamoroso” spiega l’articolo. Gli investimenti per la sicurezza, invece, hanno toccato il punto più basso nel 2018, con 363 milioni (erano 464 milioni nel 2009).
Davanti alla prospettiva della revoca e conseguente passaggio della gestione da parte di Anas, si sono alzati gli scudi. Italia Viva, per bocca della ministra Terranova, ha parlato di “esproprio proletario”. “Il governo salvi lo stato di diritto” ha ribadito il direttore generale di Confindustria, Panucci. Sì, il diritto dei padroni di fare profitti ad ogni costo.
Ma con le ipotesi in campo, anche un’eventuale nazionalizzazione da parte del governo sarebbe ben lontana da un esproprio. Con il decreto “milleproroghe” si sono modificate le clausole di rottura dell’accordo con Aspi, ma rimarrebbe comunque da rimborsare, da parte dello Stato, una cifra tra i 6 e gli 8 miliardi di euro. I Benetton (e le banche che stanno dietro di loro) aprirebbero poi sicuramente un contenzioso, 
con il più classico ricorso all’Ue per ottenere l’intero risarcimento, pari a 23 miliardi. A chi darebbe ragione Bruxelles? Il pronostico è scontato.
Revocare la concessione ad Atlantia è sacrosanto. Autostrade deve essere nazionalizzata senza alcun indennizzo e deve essere gestita dai lavoratori, e non da qualche boiardo di Stato.

 

“Non disturbate il manovratore”

Un provvedimento del genere, tuttavia, porterebbe a una crisi dell’esecutivo. Solo una mobilitazione di massa può strappare e difendere la nazionalizzazione dagli attacchi della borghesia.
Ma sulla questione della proprietà di Autostrade i vertici sindacali si sono chiusi in un silenzio tombale. La sinistra parlamentare, già di per sé debole, si stringe tremebonda a Conte, in attesa di riunirsi nel Pd con qualche transfuga grillino e qualche “sardina”, nella ennesima reincarnazione della sinistra riformista annunciata da Zingaretti.
Il grido di tutti costoro è “non disturbate il manovratore!”, non fate rumore, non agitatevi sennò Conte cade e arriva Salvini, come se non fosse precisamente questo governo, e questa “sinistra”, a spianare ogni giorno la strada alla destra peggiore.
Non c’è dubbio: solo una forte alta marea della lotta di classe può (e deve!) spazzare via questo riformismo putrido che è la peggiore zavorra della storia e l’ultimo baluardo di un sistema sociale che merita solo di essere rovesciato.

20 gennaio 2020

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