16 Settembre 2019

Gli Stati Uniti non sono amici di Hong Kong

La protesta di domenica 8 settembre rischia di condurre il movimento in una direzione reazionaria e apertamente proimperialista americana. Questa strategia criminale è estremamente pericolosa per il movimento e, per evitare la sconfitta, deve essere respinta in maniera ferma e inequivocabile.

La manifestazione è arrivata davanti al consolato statunitense di Hong Kong e c’erano diverse bandiere americane. Qualcuno ha posato davanti al consolato avvolto nelle bandiere dei paesi del G7, implorando la loro “assistenza umanitaria”.

I dirigenti della protesta si sono poi fatti fotografare con uno striscione su cui si leggeva “Presidente Trump, liberi Hong Kong per favore”. Nelle fotografie si può vedere che tutto ciò è stato organizzato dal Hong Kong Autonomy Movement (Movimento per l’autonomia di Hong Kong): è una coalizione di borghesi liberali anti cinesi ed elementi di destra. È una richiesta di autonomia un po’ ridicola, quando per ottenerla ti devi prostrare davanti a una potenza straniera!

Una strategia criminale

La strategia di questo gruppo (che, come molti hanno spiegato, è fortemente legata alla coalizione borghese reazionaria “Hong Kong Autonomy Movement”) è di utilizzare gli interessi dell’imperialismo americano per indebolire la Cina e ottenere i loro obiettivi. Molti nella destra del movimento in Hong Kong si sono già legati all’imperialismo statunitense attraverso il National Endowment for democracy (Fondazione nazionale per la democrazia), una delle vetrine legali della CIA che ha speso 29 milioni di dollari a Hong Kong fin dal 2014.

La destra del movimento di Hong Kong si affida al “Hong Kong Human Rights and Democratic Act” (la “Legge per la democrazia e i diritti umani ad Hong Kong) in discussione in queste settimane presso il congresso degli Stati Uniti. Questa proposta di legge è stata presentata dall’arci-imperialista repubblicano Marco Rubio e dalla sua controparte democratica Ben Cardin, e minaccia di revocare lo statuto speciale che permette a Hong Kong di importare tecnologie avanzate dagli Stati Uniti evitando le barriere commerciali imposte invece alla Cina. Il ragionamento è semplice: se riescono a far passare questa legge, la Cina presto garantirà a Hong Kong tutto ciò che vorranno per evitare le barriere commerciali con gli Stati Uniti.

In questo piano c’è una pecca piuttosto ovvia: la Cina è attualmente coinvolta in una guerra commerciale con gli Stati Uniti, e non farà passi indietro. Anche se le ripercussioni economiche spaventano, non vede altre alternative, e sa che incolpare gli USA aiuta ad aumentare i consensi la classe operaia cinese, che capisce molto bene ciò di cui è capace l’imperialismo americano.

Questa strategia è assolutamente criminale e la popolazione di Hong Kong che lotta per i diritti democratici deve respingerla fermamente, così come deve opporsi a tutti quelli che la sostengono. Trump non è amico delle masse di Hong Kong- infatti ha già preso le distanze da queste proteste, definendole “rivolte”.

L’idea che gli Stati Uniti siano amici della democrazia è assurda. Dovunque Washington sia intervenuta, lo ha fatto solo per trarne vantaggi e per proteggere i suoi interessi imperialisti del capitalismo Usa. Questo è stato il caso del Cile nel 1973, della guerra in Iraq, del colpo di stato in Honduras nel 2009 e nel più recente tentativo di cambio di regime in Venezuela, solo per dare qualche esempio.

Gli USA non si fanno scrupoli a fare affari con il reazionario e antidemocratico regime saudita, che sta portando avanti una guerra sanguinaria in Yemen, finché questa relazione beneficerà gli interessi statunitensi (attraverso contratti per petrolio e armi e il mantenimento di potere e influenza nella regione). Ancora più importante, i problemi di Hong Kong sono molto più profondi di quelli legati al controllo di un regime dittatoriale. Come abbiamo sempre spiegato, questo è uno dei luoghi più diseguali del mondo, dove gli alloggi sono molto più costosi (sia in termini assoluti che relativi al salario reale) che a Londra o a New York, e la qualità ne è persino più bassa. La giornata lavorativa è assurdamente lunga, dato che la gente deve guadagnare in qualche modo il salario necessario per permettersi i buchi in cui vivono.

Pensare che Donald Trump e Wall Street abbiano le risposte a questi problemi è una pazzia. Se, in qualche modo, Hong Kong dovesse ottenere autonomia dalla Cina su basi capitalistiche (che non accadrà), gli USA non faranno assolutamente nulla per far fronte alle ingiustizie che verranno perpetrate ogni giorno ai lavoratori.

Questa strategia liberale pro-Stati Uniti fa il gioco di Xi Jinping, perché permette di isolare i lavoratori di Hong Kong dall’unico vero loro alleato- i lavoratori della Cina continentale, che patiscono non solo lo stesso regime politico ma anche la stessa crisi sociale fatta di ineguaglianza e sfruttamento dilaganti. Ma i lavoratori continentali non saranno molto inclini a estendere la lotta contro il regime di Pechino in tutta la Cina dopo aver ascoltato gli appelli a Donald Trump e la propaganda anti cinese.

Manca una direzione – c’è bisogno di lotta di classe!

Per tutte le 14 settimane di questo movimento, le masse di Hong Kong hanno dimostrato enorme coraggio e determinazione. Hanno messo le loro vite in gioco nella lotta per la conquista dei diritti democratici contro un regime estremamente potente. Ma hanno sempre sofferto la mancanza di una direzione che fosse in grado di far fare dei progressi al movimento.

I dirigenti del movimento, autonominatisi come Joshua Wong, sono borghesi liberali della peggior specie. Il loro approccio è controproducente in tutti i sensi, sia nella tattica che nella strategia e a livello politico.

Wong è attualmente in Germania cercando di guadagnare l’appoggio dei paesi imperialisti europei. In una lettera aperta ad Angela Merkel, ha rivelato il vero contenuto delle sue posizioni politiche.

Sollecitiamo il mondo libero a stare al nostro fianco”, dice, comparando la situazione di Hong Kong a quella di Berlino durante la guerra fredda. Il “mondo libero” a cui si appella è, ovviamente, guidato dagli stessi poteri imperialisti che storicamente opprimono i popoli coloniali, con i metodi più brutali – compresa la Cina – e che ora sostengono tutte le diverse specie di dittatori nei paesi del Terzo Mondo, purché questi si schierino dalla loro parte. La prossima tappa del tour di Wong sono gli Stati Uniti stessi, dove cercherà di convincere i politici imperialisti a “liberare Hong Kong”.

Tutto ciò ha portato a un’atmosfera di angoscia e disperazione. La gente avverte che il proprio stile di vita e la città così come la conoscono, sono a rischio. Di conseguenza, sono preparati a lottare ferocemente. Ma senza un chiaro programma d’azione, senza un’alternativa coerente, senza risposte su come il popolo di Hong Kong possa mettere fine alla dittatura di Pechino, stanno iniziando a perdere la speranza.

Tutto ciò è aggravato dall’inadeguatezza del Civil Human Right Front (Fronte civile per i diritti umani; dal fatto che l’organizzatore chiave Jimmy Sham Tsz Kit, sia membro della Lega dei Social-democratici; e dalle esitazioni della Confederazione sindacale di Hong Kong (HKCTU) di fronte ai padroni. I ripetuti appelli dei sindacati ai lavoratori di “scioperare” con il permesso dei padroni – mentre allo stesso tempo pasticciano continuamente nei loro tentativi di organizzare “scioperi generali” – stanno ridicolizzando il conflitto nei luoghi di lavoro agli occhi di chi non è mai stato formato rispetto ai metodi della lotta di classe.

Di conseguenza, un settore di manifestanti sta perdendo fiducia nell’efficacia negli scioperi e stanno guardando a metodi più reazionari, come fare appello al Congresso degli USA e a Trump, che a loro appare come un espediente.

Ecco quindi ciò che ha portato alla grande partecipazione alla manifestazione di domenica di fronte al consolato, che gli organizzatori hanno calcolato in circa 250mila manifestanti (probabilmente un’esagerazione). Se torniamo indietro al 26 giugno, solo circa 1500 persone si recarono davanti ai consolati stranieri di Hong Kong per chiedere l’intervento straniero.

Questo sta gradualmente portando al riflusso del movimento, almeno per ora. Se dovesse accadere, la destra del movimento, ben finanziata, potrebbe prendere un ruolo più centrale e parlare in nome dell’intero movimento. La sua strategia di appelli all’imperialismo ne allontanerà la sinistra, e chiuderà qualsiasi possibilità di solidarietà dalla Cina continentale. Non appena il movimento si spegnerà, il regime coglierà l’opportunità di reprimere tutti i dirigenti e gli organizzatori principali, specialmente a sinistra.

La sola strada per allontanare questa prospettiva è con i metodi della lotta di classe e con un programma socialista: mobilitando la classe lavoratrice e i giovani attorno a un programma che comprenda non solo la lotta per i diritti democratici, ma anche per i diritti sociali. Questo dovrebbe includere un massiccio programma di case popolari, nazionalizzazione delle proprietà dei super ricchi di Hong Kong, e un appello internazionalista ai lavoratori cinesi per unificare le lotte contro i padroni e i disastri del capitalismo.

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