7 Maggio 2020

Gli Stati tentano di salvare un capitalismo al collasso

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha dichiarato all’inizio di aprile che siamo entrati nella «peggiore recessione economica dai tempi della Grande Depressione». Ieri, la loro prospettiva è stata confermata quando i dati pubblicati riguardo agli Stati Uniti hanno mostrato un declino economico pari a un -4,8% del Prodotto Interno Lordo (PIL). Per quanto riguarda l’Eurozona, si registra una contrazione del 3,8 per cento in un trimestre. La gestione disastrosa della pandemia del coronavirus ha aggravato una crisi economica che già era in arrivo.

Una caduta senza precedenti

I dati pubblicati oggi si sono rivelati peggiori del previsto. Il calo del 3,8 per cento nell’Eurozona in un solo trimestre è significativamente peggiore del 4,8 per cento previsto su base annuale per gli USA (il dato equivalente per gli Stati Uniti si aggirerebbe intorno all’1,5 per cento). Nell’ultimo trimestre, ugualmente l’economia francese ha subito una contrazione del 5,8 per cento e quella spagnola del 5,2 per cento. Le cifre per le economie europee sono peggiori di qualsiasi altro trimestre record e il calo è molto più grave di quanto non fosse nel 2009. Si pensa che il secondo trimestre avrà ovunque un andamento ancora peggiore.

L’epidemia del virus non avrebbe potuto colpire in un momento meno opportuno. Come abbiamo spiegato in passato, l’economia mondiale non si è mai ripresa dalla crisi del 2008-2009. La debole ripresa già andava scemando, con le economie di Germania, Giappone e Regno Unito che stavano rallentando da prima del Coronavirus.

Il capitalismo sta affrontando una fase di decadimento senile. Questo sistema marcio avrebbe dovuto essere rovesciato un secolo fa, ma una combinazione degli effetti della guerra mondiale, con il ruolo controrivoluzionario dei riformisti e degli stalinisti, gli ha dato nuova linfa vitale. I primi segni della fine del boom del dopoguerra si potevano già vedere nella crisi degli anni ’70. Tuttavia, attraverso l’austerità e gli attacchi alla classe operaia, uniti a un’espansione del credito senza precedenti, la classe capitalista ha rimandato il crollo del sistema. Ora i nodi stanno venendo al pettine.

Cambiamento del Pil degi Usa destagionalizzato

Il World Economic Outlook dell’FMI all’inizio di questo mese forniva molte informazioni interessanti. Il Fondo Monetario, per quest’anno, prevedeva una contrazione del 4,2 per cento dell’economia mondiale. Questo dato è significativamente peggiore del precedente record dal dopoguerra, che risaliva al 2009 e consisteva in un crollo dell’1,6 per cento del PIL mondiale. La stragrande maggioranza dei paesi quest’anno entrerà in recessione, con i paesi capitalisti avanzati che saranno colpiti più duramente di tutti. L’Eurozona dovrebbe subire una contrazione del PIL del 7 per cento. Il Giappone – fino ad oggi relativamente immune dall’epidemia – una contrazione del 5 per cento, e gli Stati Uniti una pari al 6 per cento. Tutte queste previsioni partono dal presupposto che la pandemia sarà finita quest’estate e che non ci sarà una seconda ondata del virus né quest’anno né l’anno prossimo. Un ottimismo che non è condiviso dagli epidemiologi.

Andamento del Pil dell’Eurozona (destagionalizzato)

Il Fondo Monetario ci fornisce utili scenari alternativi su ciò che accadrebbe se le sue previsioni di base non dovessero avverarsi. Se ci fosse un’altra ondata dell’epidemia nella seconda metà dell’anno, la diminuzione del PIL sarebbe ancora più decisa, intorno al 7 per cento. Tuttavia, l’FMI ha scelto di guardare le cose dalla prospettiva più ottimista.

Diverse istituzioni private prevedono scenari più cupi: IHS Markit prevedeva un calo del 3 per cento su base annua del PIL statunitense nel primo trimestre del 2020. Si è rivelata una stima ottimistica, poiché i nuovi dati del 29 aprile hanno mostrato l’equivalente di una contrazione annualizzata del 4,8 per cento. IHS Markit ha inoltre previsto un incredibile crollo del 27 per cento nel secondo trimestre, a casa dell’impatto del lockdown (anche in questo caso, su base annua). Questo non significa letteralmente un calo del 27 per cento del PIL in questo trimestre, ma un contraccolpo economico immediato di questo valore, perché gli effetti del lockdown non si distribuiranno omogeneamente in questo e nei trimestri successivi. Comunque, il calo totale atteso del PIL sarà significativamente più grave rispetto al 2009. In altre parti del mondo, Morgan Stanley prevede un crollo dell’11 per cento della produzione dell’Eurozona quest’anno, con il Regno Unito accreditato su un indice di produzione negativo non lontano dal -10 per cento. Anche Christine Lagarde paventava ai governi dell’Eurozona un calo del 15 per cento della produzione se non fossero intervenuti con misure correttive.

Un’altra ipotesi curiosa fatta dal FMI è che la pandemia non si svilupperà ampiamente al di fuori dei paesi capitalisti avanzati. Perché mai i paesi più poveri del mondo sarebbero meglio attrezzati per affrontare la malattia? Questa è una domanda che è necessario porsi. In questi paesi, affamati di risorse e dissanguati dall’imperialismo, il sovraffollamento, la mancanza di abitazioni e di assistenza sanitaria creeranno le condizioni per una catastrofe umanitaria. L’unico elemento che per ora ha frenato il contagio è stata la riduzione dell’arrivo di viaggiatori internazionali, che ha contenuto il numero di casi, ma una volta che il contagio a livello locale decollerà, praticamente nulla sarà in grado di fermarlo.

A causa del rapido diffondersi dell’infezione in India, Africa e America Latina, si rafforza la prospettiva di un disastro economico: mentre l’FMI si aspettava che l’India crescesse del 2 per cento nel 2020, Fitch Ratings e Barclays Bank prevedono entrambe una stagnazione, con una crescita rispettivamente dello 0,8 e dello 0 per cento.

Ma tutte queste previsioni sono solo congetture. La verità è che nessuno sa veramente cosa potrà succedere. Anche il Fondo Monetario parte dal presupposto che l’economia si riprenderà rapidamente, non appena saranno revocate le misure di lockdown. Anche questa è una mera supposizione.

Il disastro che si profila

Molti settori vacillano a causa della crisi:

  • I negozi al dettaglio erano già in difficoltà a causa della crescita dei rivenditori online. Molte attività che ora sono chiuse per le misure di lockdown non riapriranno o, se lo faranno, scopriranno che i loro clienti non ci sono più.
  • Lo stesso vale per i ristoranti che, se sopravviveranno al blocco, non vedranno tornare i loro clienti.
  • L’industria del turismo probabilmente si riprenderà, ma non si avvicinerà mai alle dimensioni che aveva raggiunto prima dell’emergenza. In questo momento la partata passeggeri delle compagnie aeree in tutto il mondo è diminuita del 73 per cento. L’industria del trasporto aereo ha impiegato dai sei agli otto anni per riprendersi dagli attentati dell’11 settembre, e questo durante una fase di boom economico. Questa volta probabilmente sarà peggio. Sia Airbus che Boeing hanno chiesto di accedere agli aiuti di stato.
  • L’istruzione universitaria sarà colpita duramente. Questo è già il caso dei due maggiori mercati in questo campo, che sono Regno Unito e Stati Uniti.
  • L’industria petrolifera è in preda al panico. La domanda di petrolio è diminuita di 20 milioni di barili al giorno, o circa del 20 per cento, dato che la gente resta a casa. Anche l’accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Russia non è riuscito ad alzare il prezzo del barile al di sopra di quello che è il minimo storico degli ultimi 18 anni.
  • L’industria automobilistica, centrale nel settore manifatturiero, dovrebbe registrare una diminuzione delle vendite del 21 per cento a livello globale, con un calo del 26 per cento in Europa. Se non fosse stato per le massicce misure di sostegno governativo, questo avrebbe già portato a licenziamenti di massa e alla chiusura di numerosi impianti.
  • Persino gli ospedali statunitensi, nei loro calcoli spregevoli, chiedono di essere salvati, dopo aver dovuto annullare le procedure sanitarie più redditizie per curare i pazienti affetti da coronavirus.

Nonostante i governi di tutto il mondo versino importi senza precedenti a sostegno delle imprese, la disoccupazione sta aumentando a un ritmo senza eguali nella storia. Negli Stati Uniti, 26 milioni di persone hanno chiesto il sussidio di disoccupazione (il che però non significa necessariamente che abbiano perso definitivamente il loro posto di lavoro).

Gli economisti intervistati dal Wall Street Journal prevedono che nei prossimi due mesi andranno persi 14 milioni di posti di lavoro e che a giugno il tasso di disoccupazione avrà raggiunto il 13 per cento: il più rapido aumento di sempre. Uno dei consulenti economici di Trump, Kevin Hasset, ha fatto notizia prevedendo un tasso di disoccupazione del 16-17 per cento. Facendo un paragone con la crisi del 2008-2009, quando gli Stati Uniti hanno perso 8,7 milioni di posti di lavoro, Hasset ha affermato che: «In questo momento, stiamo perdendo la stessa quantità di posti di lavoro circa ogni 10 giorni».

Naturalmente nessuno sa dove porterà tutto questo, ma gli economisti borghesi stanno già alzando le loro previsioni e prospettando un aumento della disoccupazione al 20 per cento negli USA e in Nord Europa, che erano riusciti ad evitare la disoccupazione di massa nel 2009. L’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) avverte che 1,6 miliardi di persone – metà della forza lavoro globale – è «a rischio immediato di perdere i mezzi di sussistenza». Inoltre stima che 1,6 miliardi di lavoratori precari hanno già perso il 60 per cento del loro reddito nel primo mese della crisi.

Negli anni ’30 il PIL degli Stati Uniti scese del 25 per cento in un lasso di tempo di tre anni, con un tasso di disoccupazione che è salito al 25 per cento. Se i borghesi sono riusciti ad evitare una depressione economica simile nel 2008-09, ora questa prospettiva è molto concreta:

«La domanda fortemente depressa, le interruzioni dell’offerta e l’incertezza estremamente elevata manterranno la produzione su una traiettoria estremamente debole a breve termine», ha affermato Oren Klachkin, economista di Oxford Economics. «Riteniamo che l’economia comincerà gradualmente a tornare alla normalità nel terzo trimestre, notiamo che il rischio di un blocco prolungato potrebbe portare ad una ripresa molto lenta e disomogenea».

La speranza degli economisti è che l’economia possa riprendersi rapidamente una volta eliminati i vincoli dovuti al lockdown. Tuttavia, più a lungo questi rimarranno in vigore, più danni provocheranno. L’economia di mercato capitalista è di gran lunga la meno adatta a sopportare questo tipo di misure. La famosa mano invisibile è fortemente dipendente dal credito e dalla fiducia, dove la seconda è un prerequisito del primo. Eppure, al momento, non c’è nessuna fiducia nel futuro.

I consumatori e le imprese guardano a quello che li attende con trepidazione, perché nessuno sa cosa c’è dietro l’angolo. Nessuno sa come sarà il mondo dopo la fine del lockdown (per non parlare del “quando” tutto questo finirà), e quindi nessuno farà gli investimenti necessari per rilanciare l’economia. Perché investire in capacità produttiva quando la capacità produttiva è già del tutto in eccesso e non si sa se i clienti vorranno o potranno permettersi i vostri prodotti?

Un prestatore di ultima istanza

Per questo motivo lo stato sta svolgendo un ruolo senza precedenti. Lo stato è ora sia il prestatore di ultima istanza, sia il consumatore di ultima istanza che il finanziatore a fondo perduto. Abbiamo già scritto su questo un articolo pubblicato un mese fa, ma ora gli sviluppi sono andati ancora oltre.

I debiti degli stati erano già elevati, ma non come durante la Seconda guerra mondiale. Ora, i governi sono pronti a superare il picco raggiunto durante la guerra, senza alcuna prospettiva realistica di ripagare questi debiti. Gli stati hanno promesso somme di denaro senza precedenti in prestiti e sussidi nel tentativo di mantenere in piedi le imprese durante il blocco.

Diversi mercati stanno fallendo. L’insicurezza e la mancanza di credito (nonostante tutti i loro sforzi) fanno sì che aziende che tre mesi fa erano ragionevolmente solide, si trovino ora davanti la prospettiva della bancarotta. Nel mondo della finanza, che per moda ama creare nuovi slogan, queste aziende sono diventate gli “angeli caduti”. E ci si aspetta che i governi e le banche centrali tengano in vita queste aziende finché la situazione non si stabilizzerà.

Negli Stati Uniti, la Federal Reserve (Fed) sta espandendo massicciamente il suo bilancio, sostenendo il credito verso mercati dove non era presente dai tempi della Grande Depressione. Sta prendendo forma un programma da 600 miliardi di dollari, che offre prestiti alle piccole e medie imprese, di una durata fino a quattro anni, attraverso le banche. La Fed sta cercando di ridurre le perdite, chiedendo alle banche emittenti di caricarsi del 5% dei prestiti e al governo federale di coprire i primi 75 miliardi di dollari di eventuali perdite potenziali del programma.

Tuttavia, i prestiti alle piccole e medie imprese riguardano solo una piccola parte del credito totale che viene pompato nel sistema. Alla fine dello scorso anno, la Federal Reserve aveva un bilancio di circa 4 mila miliardi di dollari. Ma ora sta mettendo in pratica un programma estremamente rapido di acquisto di asset (il modo in cui le banche centrali prestano il denaro). Al 22 aprile aveva raggiunto i 6.6mila miliardi di dollari, e si prevede che arriverà dagli 8 agli 11 mila miliardi di dollari. Al culmine della depressione degli anni ’30, il bilancio della Fed era di poco superiore al 20 per cento del PIL statunitense (raggiunse il 23% del PIL nominale nel 1940 e il 20.2% nel 1946 ). Ha di nuovo superato questo livello intorno al 2011, ma ora si prevede che raggiungerà il 40-50 per cento del PIL degli USA, ed a tempo di record.

Base monetaria come percentuale del Pil (stima)

Si prevede che questa settimana la BCE inizierà a sostenere le obbligazioni spazzatura che fanno riferimento agli “angeli caduti”, al fine di prevenire delle bancarotte su larga scala nella zona euro. Ci si aspetta anche che la BCE espanda ulteriormente il suo programma di quantitative easing di 2.8 mila miliardi di euro. Nonostante la BCE non abbia ancora formalmente accettato di farlo, i mercati e le agenzie di rating proclamano che per forza di cose dovrà impedire il fallimento sia delle imprese che dei paesi dell’Europa meridionale. In questo senso, le forniscono ben poca scelta in materia.

Uno spendaccione di ultima istanza

Gli economisti ritengono che, quest’anno, il debito dei governi nel mondo aumenterà in media di 16 punti sul loro reddito nazionale, dal 69 all’85 per cento del PIL. Il deficit di bilancio degli Stati Uniti è stimato al 19 per cento (il più alto dal 1945) dopo il quarto pacchetto di aiuti per la pandemia, e non farà che aumentare. La media delle economie capitaliste avanzate è di poco superiore al 10 per cento, e Brasile, Cina e India sono ad un livello simile. Quindi, non solo lo stato garantisce effettivamente una gran parte del mercato del debito, ma larga parte della spesa economica è compensata dal deficit del bilancio dello stato.

Contemporaneamente al tentativo di ridurre i costi di finanziamento delle aziende, i governi stanno anche somministrando sussidi su larga scala alle imprese, per garantire i salari ai dipendenti. Più di 30 milioni di lavoratori in Germania, Francia, Regno Unito, Italia e Spagna di fatto ricevono dallo stato il loro stipendio, anche se con un importo ridotto. Si tratta di circa un quinto dell’intera forza lavoro di questi paesi.

Uno dei problemi di queste misure, che hanno lo scopo di fornire un sostegno a breve termine ad aziende che, senza la pandemia, sarebbero redditizie, sta nel fatto che è praticamente impossibile sapere se un’azienda resterà o meno redditizia tra cinque mesi. In questa fase, il passato non è una buona guida per il futuro. Il rischio evidente è che le banche centrali e i governi finiranno per mantenere alcune aziende in vita a tempo indeterminato.

Questo è esattamente ciò che il governo e le banche centrali non dovrebbero fare, ma non hanno alternative:

«Il capitalismo senza bancarotta è come il cattolicesimo senza inferno», ha detto Howard Marks, direttore del fondo d’investimento Oaktree Capital Management LP, in una lettera agli azionisti questo mese, scrivendo che «I mercati funzionano meglio quando i partecipanti hanno una sana paura di subire delle perdite economiche». Marks in una successiva intervista ha detto che non voleva sostenere che le azioni di Powell (presidente della Federal reserve, ndt) fossero sbagliate: «Il fatto che qualcosa possa avere conseguenze negative e non volute non significa che sia un errore».

Qualunque cosa pensino delle misure, sono in pochi a pensare che siano sbagliate, e sono ancora meno quelli che sanno presentare un’alternativa. I repubblicani che si opponevano ai salvataggi del 2008 sostengono ora queste misure con la scusa che le circostanze sono eccezionali, come afferma il senatore Pat Toomey : «Questo dovrebbe essere considerato un evento straordinario, un “cigno nero”, con nessuna soluzione che si possa riproporre in circostanze normali». Steve Bannon, un tempo consigliere politico di Trump, è solo uno dei tanti a riconoscere la nuova situazione:

«L’era di Robert Taft, del conservatorismo del governo limitato?» riferendosi al senatore dell’Ohio che ha combattuto l’espansione dei programmi governativi e dei prestiti federali. «(Oggi) non è rilevante. Semplicemente, non è rilevante».

Anche il ministro delle Finanze brasiliano Guedes, un “Chicago Boy” (aderente alla scuola economica neoliberista Ndt), è stato costretto a cedere sotto la pressione della classe dominante. La borghesia non è interessata a vuoti luoghi comuni e discute apertamente se il ministro sia all’altezza del compito o se debba essere licenziato. Guedes ha introdotto un pacchetto di sostegno d’emergenza da 223 miliardi di dollari, e ora sta cercando di difendersi dall’apparire come “un economista keynesiano”. A quanto pare ha tracciato una “distinzione concettuale” tra misure di emergenza e riforma strutturale. Ma Keynes non è mai stato un sostenitore di principio dell’intervento statale, lo vedeva semplicemente come una necessità, in determinate circostanze, per assicurare il funzionamento del capitalismo e prevenire una rivoluzione.

Per dare a Guedes e Toomey quello che gli spetta, è vero che crisi di questa portata si verificano solo molto raramente, come è raro un “cigno nero”. In realtà questa è solo la seconda nella storia del capitalismo. Tuttavia, questo ragionamento non ha senso, dato che in questo momento siamo in crisi e non c’è una via d’uscita a breve termine. L’affermazione di Guedes non fa altro che rafforzare il fatto che, terrorizzati dalla crisi, l’unica cosa che sanno fare i politici borghesi è utilizzare un sacco di soldi pubblici per tentare di risolvere il problema. Non importa se sono seguaci di Friedman o di Keynes. Alla fine, hanno finito per fare la stessa cosa, perché non hanno scelta.

Il ruolo dello stato

L’accresciuto ruolo dello stato in sé è un sintomo della ribellione delle forze produttive contro i vincoli della proprietà privata, come hanno sottolineato Engels, Lenin e Trotsky. Ted Grant lo spiegò negli anni Cinquanta:

«Naturalmente il ruolo accresciuto dello stato con la fine del laissez faire era già stato sottolineato da Marx e Engels. La tendenza delle forze produttive a superare l’involucro della proprietà privata, costringe lo stato a intervenire sempre più nel “regolare” l’economia».

E ancora una volta come la tendenza monetarista degli ultimi decenni dovrà necessariamente essere ribaltata:

«”Ogni azione ha una reazione uguale e contraria”. Questa legge non si applica solo alla fisica, ma anche alla società. La spinta verso la privatizzazione raggiungerà i suoi limiti. Questo sta già cominciando ad accadere in Gran Bretagna. A un certo punto, la tendenza alla statalizzazione si riaffermerà».

Questo è quello che è successo ora, e con un’esplosione senza precedenti. In ogni caso, non risolve in alcun modo la crisi, ma si limita a coprirla, trasferendo le passività nel bilancio pubblico. Negli anni Cinquanta, c’erano molte illusioni sul fatto che l’intervento dello stato avrebbe risolto i problemi del capitalismo. Ted Grant ha sottolineato che questo non avrebbe impedito un’altra crisi, e ciò si è dimostrato corretto quando il boom degli anni Cinquanta ha lasciato il posto alla crisi degli anni Settanta.

Il virus ha colpito un’economia già in difficoltà. Questa crisi è in preparazione dalla fine della Seconda guerra mondiale. I capitalisti sono riusciti a rinviarla con un massiccio aumento del debito, ma questo ha ormai raggiunto i suoi limiti. La crisi di sovrapproduzione è in pieno svolgimento.

Alcune grandi aziende ne usciranno più forti. Lo faranno non sulla base dello sviluppo delle forze produttive, investendo in nuove tecnologie e nell’industria, ma restando l’ultima azienda in piedi, mentre le altre, meno redditizie, falliranno. Il consolidamento comporterà inevitabilmente la perdita di posti di lavoro. Questo porterà a un ulteriore indebolimento del mercato, che renderà i nuovi investimenti non redditizi. Lo stato interverrà per salvare le aziende troppo grandi per fallire, ma non può salvare l’economia nel suo complesso.

Il capitalismo monopolistico di stato, come lo chiamava Lenin, non ferma le crisi del capitalismo perché non elimina l’anarchia del mercato. Il motivo del profitto rimane la forza trainante dell’economia, viene solo aiutato dallo stato. Eppure, qualunque sia la linea di credito estesa alle multinazionali, qualunque siano i sussidi, non ci saranno investimenti se non c’è un mercato, e il mercato ora si sta restringendo, perché i lavoratori perdono il loro impiego e subiscono tagli agli stipendi.

È necessaria un’economia pianificata

Il disastro imminente non è una necessità inevitabile. Se non vivessimo sotto questa società barbara, che mette il profitto al di sopra di tutto, saremmo in grado di gestire la crisi senza che si trasformi in una catastrofe. Se si producono troppe merci, questo dovrebbe solo portare ad una riduzione della quantità della produzione, riducendo l’orario di lavoro. Solo sotto la logica distorta del capitalismo troppa capacità produttiva si trasforma in una crisi.

Un’economia pianificata e nazionalizzata potrebbe, in queste circostanze, effettuare il lockdown con pochi danni alle prospettive a lungo termine dell’economia. Si produrrebbero chiaramente alcuni squilibri, ma l’economia potrebbe ripartire da un livello di produzione simile a quello precedente. Ci potrebbe essere una certa carenza di prodotti non essenziali per un periodo, ma non ci sarebbe disoccupazione, non ci sarebbe la fame, non ci sarebbe la miseria, non ci sarebbero i senzatetto e l’economia si riprenderebbe rapidamente.

Le risorse potrebbero essere assegnate velocemente da un settore all’altro dell’economia, utilizzando l’ingegno della classe operaia, pienamente coinvolta nella gestione dell’economia. Non ci sarebbe bisogno di pagare ai capitalisti somme di denaro esorbitanti per far sì che soddisfino i bisogni fondamentali della società, che si tratti di cibo o di dispositivi di protezione. Il livello di solidarietà tra i lavoratori si manifesta ovunque il virus abbia colpito. Se i lavoratori fossero stati al potere, invece di essere esclusi da tutte le decisioni importanti, l’effusione spontanea della solidarietà sui social media e gli applausi per le strade si sarebbero trasformati in azioni concrete.

Il capitalismo sta preparando la miseria per miliardi di lavoratori. Il nostro compito è quello di gettare questo sistema marcio nella pattumiera della storia. Da ciò dipende il futuro dell’umanità.

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