17 maggio 2017

Giornata mondiale contro l’omofobia: tenetevi l’ipocrisia, noi vinceremo con la lotta!

Dal 2004 è stata istituita per il 17 maggio la giornata mondiale contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia. La data rimanda al 17 maggio 1990 quando, solo 27 anni fa, l’omosessualità è stata tolta dall’elenco delle malattie mentali dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ancora oggi l’omosessualità, o comportamenti legati all’omosessualità, è ufficialmente illegale in 72 Stati, con pene che vanno dal mese di prigione ai 15 anni di prigione, all’ergastolo, fino alla pena di morte (applicata in 8 stati). Solo in 23 stati è riconosciuto il matrimonio fra persone dello stesso sesso, e in altri 27 sono riconosciute forme di unione non matrimoniale (fonte: ILGA, State-sponsored homofobia report 2017).

Ma anche dove esistono forme di tutela legale, la discriminazione ufficiale ha molte altre facce. Negli Usa, ad esempio, esistono in diversi Stati “leggi contro la promozione dell’omosessualità” che limitano specifici comportamenti, o che orientano la morale sessuale insegnata a scuola e nelle istituzioni pubbliche. La cosa non suona così distante se pensiamo alle crociate della destra e di area cattolica contro la cosiddetta “teoria gender” (?) nelle scuole italiane. Questi personaggi sono gli ispiratori politici dei gruppi di estrema destra che si prendono la responsabilità della via dei fatti, portando avanti vere e proprie azioni squadristiche contro gli omosessuali (o contro immigrati, o contro attivisti di sinistra…). Sarà un caso, ma in Italia giace placida da tre anni nei cassetti delle commissioni parlamentari una legge che dovrebbe introdurre il reato di istigazione all’odio e violenza omofobica e l’aggravante di omofobia. Una misura non certo risolutiva ma comunque di maggior tutela. Ma è chiaro che il decreto Minniti per espellere gli immigrati che sopravvivono ai barconi aveva la precedenza.

Esiste poi la discriminazione di tutti i giorni nelle scuole, nei posti di lavoro, nella ricerca della casa (è di due mesi la denuncia di un affitto negato a una coppia perché omosessuale, nella nordica e civilissima Torino), e la pressione ideologica e sociale costante che si abbatte sulle persone lgbt. L’Italia, forte della presenza della Chiesa cattolica e della sua pervasiva morale, è fra i paesi europei dove questa pressione discriminatoria si fa sentire di più. Non è raro trovare la notizia di un ragazzo “suicida perché gay”, ultimo livello di una sofferenza psicologica generata a livello sociale e familiare.

Questa è la realtà che sta dietro ai cartelloni pubblicitari e delle campagne sociali di cui si riempiono la bocca ministri, istituzioni, o aziende “gay friendly”. La realtà è che in questa società ancora oggi non esiste una vera libertà e parità nell’orientamento e comportamento affettivo e sessuale. E una vera parità e libertà – e questo è importante da capire per non scegliersi cattivi alleati – non sarà mai raggiunta finché l’intera società non verrà rovesciata dalla testa ai piedi. L’istituto della famiglia, o meglio della famiglia composta da un uomo (“capofamiglia”) e da una donna (subordinata) si è sviluppato come luogo di trasmissione della proprietà e di stabilità sociale. Chi non vuole che cambi la società, non vuole che cambi la famiglia. Se l’oppressione di genere è un asse costitutivo della società di classe, la discriminazione omofoba, pur se con intensità diverse in fasi diverse, ne è un corollario implicito.

Per questo non possiamo dare credito alle anime belle del governo o dell’Unione Europea che oggi ci spiegano cosa dovremmo fare per risolvere il problema dell’omofobia. Questi governi “liberali” e questi settori “illuminati” della borghesia, sono gli stessi che sostengono le dittature che impiccano o decapitano gay e lesbiche. In madrepatria, anche dove concedono una (parziale) estensione dei diritti civili, con l’altra mano portano avanti il massacro sociale verso i giovani, i lavoratori,corteo diritti civili i disoccupati (etero o gay che siano). Ti dicono che ti concedono l’unione civile, ma poi non hai un lavoro per mantenerti, né una casa dove andare a vivere, né i soldi per pagare le cure a te e chi ti vive accanto. E così facendo preparano l’arrivo di governi apertamente reazionari, che continuando nel massacro sociale, provvedono anche a revocare le riforme sui terreni dei diritti democratici e civili e a spargere a piene mani tutto il ciarpame razzista e omofobo, per dividere i lavoratori e schiacciarli meglio. Le Clinton portano ai Trump, i Marcon alle Le Pen, se non vengono fermati dalle lotte.

Ma non c’è ragione per pensare che questa sia l’unica opzione. Le mobilitazioni contro l’omofobia e per i diritti civili esplose in tutto il mondo negli ultimi anni sono state una boccata di ossigeno e una grande prova di forza. Non sono state né sommesse suppliche né astratte speculazioni accademiche, nonostante alcuni tentativi di renderle tali, ma un vero ruggito di una generazione che non ne può più di essere ridotta a un’esistenza di miseria e insicurezza e, come se non bastasse si deve sentire dire cosa può o non può fare della propria vita affettiva e sessuale da una classe dominante e da un personale politico che vivono su un altro pianeta per le ricchezze accumulate e che hanno una credibilità morale pari a quella di un serial killer. Abbiamo visto piazze in cui a chiedere pieni diritti civili per tutti non erano solo i lgbt ma anche tantissimi eterosessuali, e in cui alla lotta per i diritti civili si collegava subito quella per la casa, per il lavoro, per la sanità. Questa unità nella lotta, che ha come obiettivo la distruzione di ogni discriminazione su base di genere e di orientamento sessuale trova la sua fisiologica collocazione in un programma rivoluzionario. E lo sviluppo su basi di classe del movimento lgbt all’interno del movimento generale dei lavoratori e dei giovani è l’unica prospettiva che potrà rendere finalmente inutile una giornata mondiale contro l’omofobia.

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