11 Dicembre 2018

Francia – Sull’orlo di una crisi rivoluzionaria

La situazione sociale e politica in Francia evolve ad altissima velocità. In meno di un mese, lo svilupparsi del movimento dei gilet gialli ha posto il paese sull’orlo di una crisi rivoluzionaria. Nei prossimi giorni questo limite può essere oltrepassato. Che cosa determinerà questo passo in avanti?

Nel “Fallimento della II internazionale”, così Lenin elencava le premesse «oggettive» di una rivoluzione:

1) Incapacità delle classi dominanti di mantenere il loro potere senza modificarne la forma; crisi dei “vertici”, crisi nel sistema politico della classe dominante, che apre una fessura nella quale si faranno strada il malcontento e l’indignazione degli oppressi. Per far sì che scoppi una rivoluzione non basta semplicemente che “la base non voglia più” vivere come prima, ma occorre anche che “i vertici non riescano più” a vivere come in passato.

2) Aggravamento, più del solito, della miseria e delle sofferenze degli oppressi.

3) Rilevante aumento (…) dell’attività delle masse, che si lasciano tranquillamente depredare in periodi “pacifici”, ma che in periodi turbolenti sono spinte, sia dalla crisi nel suo complesso, sia dal “vertice” stesso, verso un’azione storica indipendente.»

È esattamente ciò che accade in Francia. “La miseria e le sofferenze delle masse” non hanno smesso di peggiorare in questi ultimi anni. Ma è la “tassa sul carbone” che ha acceso la miccia. Mercoledì, su un canale televisivo, una donna con il gilet giallo riassumeva così la situazione: “fino a quel momento eravamo sul filo del rasoio a livello finanziario. Ora, si affonda.”

Di conseguenza, le masse si sono lanciate in un’azione storica indipendente, nella forma del movimento dei gilet gialli, che crea i presupposti per una potente mobilitazione dei giovani nelle scuole e nelle università.

Infine, la crisi dei vertici, non è un fatto nuovo. La vittoria elettorale di Macron, a discapito dei due grandi partiti “del governo” (Partito Socialista e Repubblicani), in quanto tale, era già un’espressione della crisi del sistema capitalistico francese. Da aprile 2017, questa crisi si è manifestata in svariati modi: la massiccia astensione alle elezioni legislative, il “caso Benalla”, le dimissioni di Hulot, di Collomb, ecc.

L’arroganza di Macron, le sue pretese sempre maggiori, i suoi molteplici insulti al popolo, hanno completato il quadro, nutrendo le masse di rabbia e odio nei confronti del potere. Tutto ciò ha ingrandito la spaccatura al vertice dello stato “attraverso cui il malcontento e l’indignazione delle masse oppresse apriranno una via”, come scriveva Lenin.

Da tre settimane la crisi di governo si è aggravata. Nello spazio di qualche ora, la «moratoria» annunciata dal Primo ministro si è trasformata, per ordine di Macron, in un totale annullamento dell’aumento delle tasse, che era previsto per gennaio 2019.

Macron ha rimesso in riga anche il ministro Marlène Schiappa, che aveva pubblicamente suggerito di reintrodurre l’imposta sui grandi patrimoni. I media parlano di “cacofonia”, ma c’è di più: il governo si divide perché non sa più come gestire la crisi sociale. È il panico, e questo panico si legge anche fra i giornalisti, che da 18 mesi, sulle piattaforme televisive, fanno il servizio-propaganda della politica di Macron ai telespettatori.

Sono così riunite le premesse oggettive di una crisi rivoluzionaria. Potremmo anche aggiungerne una alla lista di Lenin: la maggior parte delle classi medie sostiene i gilet gialli, come lo evidenziano tutti i sondaggi.

Detto questo, nello stesso testo, Lenin spiega anche che questi presupposti oggettivi in sé non sono sufficienti per far partire una rivoluzione: “La rivoluzione non nasce da qualsiasi situazione rivoluzionaria, ma solo nel caso in cui, a ciascun segno oggettivo di crisi pre-rivoluzionaria esposto prima, si aggiunga un cambiamento soggettivo, ossia: la capacità propria della classe rivoluzionaria di condurre delle azioni rivoluzionarie massive abbastanza potenti da distruggere completamente (o parzialmente), il governo precedente, che non cadrà mai, nemmeno in epoca di crisi, se non si fa crollare“.
La “classe rivoluzionaria”, è la classe operaia (i lavoratori). È rivoluzionaria perché è la classe senza proprietà e perché per la sua posizione nell’apparato produttivo è destinata ad avere le redini del paese, a rovesciare il capitalismo e a ricostruire la società su delle basi totalmente nuove, delle basi socialiste. Oggi, come all’epoca di Lenin, la mobilitazione dei lavoratori è il fattore decisivo di qualsiasi rivoluzione. Per fare in modo che la situazione attuale si trasformi in rivoluzione c’è quindi bisogno di una mobilitazione “vigorosa”, come scriveva Lenin, della classe operaia. Sotto quale forma? Sotto la forma incisiva per eccellenza, perché blocca la produzione: un vasto movimento di scioperi ad oltranza. [1]”

Dal 17 novembre, visto il successo della mobilitazione dei gilet gialli, le direzioni sindacali –se fossero state degne del proprio ruolo – avrebbero dovuto spendere tutte le loro forze nella costruzione di un ampio movimento di scioperi ad oltranza. Ma non hanno fatto nulla di tutto ciò. Tre settimane dopo, non lo fanno ancora. Peggio: le direzioni sindacali (eccetto SUD) hanno appena firmato un comunicato che, alla fine, altro non è se non un invito a fermare il movimento, a non manifestare, e a lasciare le direzioni sindacali “negoziare” con il governo. Negoziare cosa, di preciso, dal momento che il movimento –e quindi la pressione sul governo – secondo il loro appello si sarebbe dovuto fermare? Questo comunicato è una vergogna, che giustamente provoca l’indignazione della base del sindacato. Molti militanti sindacali si mobilitano accanto ai gilet gialli e, ormai anche accanto ai giovani, che subiscono una brutale repressione.

Detto questo, anche senza il contributo delle direzioni confederali dei sindacati, un imponente movimento di scioperi può svilupparsi nei prossimi giorni, sotto l’impulso della base, come nel giugno del ’36 e nel maggio del’68. Nelle aziende, decine di migliaia di lavoratori e di sindacalisti di base lo capiscono. E spingono in questa direzione. Se raggiungono il loro scopo, Macron sarà in ginocchio. Sarà obbligato perlomeno a sciogliere l’Assemblea nazionale. Tuttavia, la questione del potere è una questione che si porrà ancora, perché una rivoluzione pone sempre questa questione. Anche se Macron scioglie l’Assemblea nazionale, non è sicuro che la borghesia riprenda facilmente e rapidamente il controllo della situazione. Per capirlo basta ascoltare il fervore con il quale numerosi gilet gialli – tacciati, ieri, di essere delle “nullità” – esigano che il potere sia nelle mani del popolo.

Fin da ora, il movimento deve dotarsi di organismi democratici. Delle assemblee generali (AG) aperte a tutti i settori in lotta devono eleggere dei delegati a livello locale, poi nazionale, in modo da organizzare le ondate di scioperi e la loro diffusione ad un numero più ampio possibile di aziende.

L’obiettivo immediato è quello di paralizzare l’economia e di rovesciare il governo. Nel frattempo, questi organismi democratici del popolo getteranno le basi per un governo dei lavoratori, perché, se il governo di Macron verrà rovesciato, questa questione sarà centrale e si porrà fin da subito.

Per un’ondata di scioperi ad oltranza!
E’ ora, è ora: potere a chi lavora!
Viva la rivoluzione francese!

7 dicembre 2018

 

Nota

1)I militanti di Révolution, in questi giorni, durante un’assemblea generale degli studenti all’università Paul Valéry a Montpellier, hanno fatto adottare la seguente risoluzione :

L’assemblea generale dell’università Paul Valéry di Montpellier apporta il proprio sostegno al movimento dei gilet gialli, così come a tutti i lavoratori, liceali e studenti mobilitati contro la politica anti-sociale del governo Macron. Non si tratta più, ormai, di lottare contro questo o quell’attacco del governo, ma contro l’insieme della sua politica. Questo governo non è più legittimo. Bisogna rovesciarlo.

In quest’ottica, i sindacati devono mettere all’ordine del giorno uno sciopero generale di 24h come il punto di partenza di un vasto movimento di scioperi ad oltranza.

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