7 dicembre 2015

Francia – Respingiamo lo stato d’emergenza!

Dopo gli attentati del 13 novembre, il governo ha decretato lo stato d’emergenza su tutto il territorio nazionale, poi lo ha prolungato, attraverso un decreto legislativo approvato in parlamento il 18 e il 19 novembre, per tre mesi a partire dal 26 novembre. Secondo il governo e il presidente della Repubblica, questa misura è “necessaria” per proteggere gli abitanti della Francia dalla minaccia terrorista. A questo punto si pongono due questioni: i poteri dello stato d’emergenza di cui il governo si è dotato gli permetteranno realmente di lottare contro il terrorismo? Possiamo fidarci dell’utilizzo di questi poteri da parte delle autorità statali?

Leggendo il testo di legge, appare evidente che i poteri affidati all’apparato dello Stato sono esorbitanti. Sul piano delle libertà pubbliche: il prefetto può limitare la libertà di circolazione instaurando un coprifuoco e vietando l’accesso a determinate zone. Può allo stesso modo negare la libertà di riunione e «imporre la chiusura temporanea di sale di spettacolo, bar e luoghi di ritrovo» o vietare «le riunioni di natura provocatoria o che possono causare disordini», per esempio cortei, scioperi e manifestazioni.
Sul piano delle libertà personali: il prefetto può ordinare delle perquisizioni a casa di chiunque, giorno e notte, senza giustificare né la motivazione, né l’oggetto della ricerca. Inoltre può mettere delle persone agli arresti domiciliari a durata illimitata, può obbligarli a presentarsi in commissariato o impedire loro di lasciare il proprio comune di residenza. Il tutto senza un processo e senza passare davanti a un giudice istruttorio.

Queste drastiche restrizioni dei più elementari diritti democratici, permetteranno di lottare efficacemente contro lo Stato Islamico in Francia? È legittimo dubitarne per varie ragioni. In effetti, queste nuove restrizioni non portano con sé nuovi poteri nella lotta al terrorismo. Una persona sospettata di essere legata a un’azione terroristica può già subire una perquisizione, anche di notte, per decisione d’un giudice istruttorio (l’equivalente del Gip in Italia, ndt). Gli arresti domiciliari, il coprifuoco o l’obbligo di presentarsi in commissariato non sono strumenti che impediscono a delle persone di uscire di casa per commettere attentati, soprattutto se si tratta di kamikaze. Queste misure non creeranno una barriera magica attorno a  luoghi o persone mirate; serviranno solo ad impedire alle gente di spostarsi dietro la minaccia di una condanna. Ma quale genere di condanna sarà in grado di far rinunciare ai propri obiettivi una persona decisa ad uccidere e a morire?

Pur potendo marginalmente impedire le operazioni terroristiche, rendendo la circolazione delle persone e di armi meno fluida, queste misure non sono assolutamente in grado di fermare un attacco pianificato. Questo costringerà forse i terroristi a cambiare obiettivi; preferiranno colpire dove non c’è nessuna protezione. Secondo Mediapart su oltre 1.600 perquisizioni amministrative ordinate durante le prime due settimane di emergenza, solo una minima percentuale ha portato alla scoperta di reati, spesso comuni, come il possesso di cannabis.

Il profilo di certe persone sospettate di avere un legame con il terrorismo  a volte ci lascia perplessi: commercianti di prodotti bio, militanti ecologisti, squatter (occupanti case)…È chiaro che le prefetture rastrellano a destra e a manca con un rendimento quasi zero nella lotta contro il terrorismo islamico.

Ma questa vasta operazione effettuata attraverso misure lesive delle libertà personali ha davvero come obiettivo quello di combattere il terrorismo? È lecito dubitarne. Da tutta la Francia arrivano testimonianze sugli abusi di potere da parte della polizia, sotto la copertura dello stato di emergenza. A Nizza, un bambino di 6 anni è stato ferito durante l’assalto del RAID (fonte Nice Matin). A Aubervilliers, la moschea della Fratellanza è stata messa a soqquadro dalla polizia nonostante l’imam, svegliatosi in piena notte, fosse ben disposto ad aprirgli la porta (fonte L’Observateur). A Parigi, una coppia è stata picchiata nel loro appartamento e poi messa in stato di fermo per essersi opposta, dalla finestra, ad un pestaggio in piena regola da parte della polizia (fonte Rue89).

Molti altri casi potrebbero essere citati qui. Tutte queste misure non hanno nulla a che fare con la protezione dei cittadini. Esse mirano in primo luogo a dare un’illusione di sicurezza ai cittadini più spaventati, probabilmente con un intento elettorale da parte di Oland e Valls. D’altro canto, permettono allo Stato, come un corpo separato posto al di sopra della società, di intensificare la sua violenza contro quest’ultima, in particolare nei confronti dei lavoratori e delle loro organizzazioni. In questo modo molte manifestazioni sono state vietate, ufficialmente per motivi di sicurezza. Tuttavia, grandi eventi pubblici di tipo commerciale come i mercatini di Natale, sono stati autorizzati. I 2.000 dipendenti attualmente in lotta della Servair, una filiale di Air France, hanno subito un controllo sul contenuto dei loro armadietti perché sospettati di furto, diversi oggetti sono stati consegnati alla direzione che si pronuncerà sicuramente per i licenziamenti (fonte Liberation). Chiaramente, lo stato di emergenza è un vantaggio per tutti gli elementi più reazionari all’interno dell’apparato statale, che intendono utilizzarlo per mettere la museruola al movimento operaio, il cui malcontento è in crescita dall’inizio della crisi economica.
Lo stato d’emergenza più che un’arma contro il terrorismo, è uno strumento nuovo nelle mani delle forze reazionarie per proseguire senza ostacoli le politiche antisociali. Per i lavoratori del nostro paese, l’emergenza è la mobilitazione contro la negazione delle libertà democratiche che cercano di imporci.

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