8 Aprile 2020

Francia – La lotta dei lavoratori della Luxfer per la nazionalizzazione dell’azienda

Nel novembre 2018, la direzione del gruppo Luxfer, con sede in Gran Bretagna, ha annunciato l’avvio delle procedure necessarie a dichiarare la chiusura del suo stabilimento di Gerzat, situato in Francia nella regione Alvernia-Rodano-Alpi. La fabbrica produce bombole d’ossigeno, un bene che ha da sempre un valore essenziale, visto l’uso che se ne fa negli ospedali ed in generale per motivi sanitari, ma che se possibile risulta ancora più fondamentale oggi, durante la gravissima crisi sanitaria che stiamo vivendo. Già in quest’ottica la proposta dell’azienda di chiudere il sito produttivo di Gerzat è inammissibile, ma lo diventa ancora di più se si considera che lo stabilimento ha sempre lavorato a pieno ritmo, mantenendo saldi economici positivi e piazzando tutte le bombole prodotte. Nonostante la mobilitazione che i lavoratori de Gerzat hanno messo da subito in campo, l’azienda ha dichiarato la chiusura della fabbrica nel 2019. Ma questo non ha fermato la lotta dei lavoratori, che anzi hanno saputo rilanciare la mobilitazione, dando un rilievo nazionale alla loro vertenza e mettendo in discussione una serie di assiomi della società capitalista in cui viviamo. I lavoratori hanno occupato la fabbrica e sono stati capaci di portare avanti la produzione con forme di autogestione. Nonostante il boicottaggio dell’azienda e le difficoltà dovute all’emergenza. La crisi sanitaria che stiamo vivendo rafforza ancora di più il senso della loro lotta.

Vi proponiamo qui di seguito una intervista realizzata dai compagni di Révolution (sezione francese della Tendenza Marxista Internazionale) ad Alex Peronczyk, lavoratore e delegato del sindacato CGT ( Confédération générale du travail ) nell’azienda Luxfer a Gerzat. Che ci parla direttamente della lotta di cui è stato tra i protagonisti in questi mesi.

Prima della chiusura, la Luxfer di Gerzat era un’azienda economicamente sana. Che posto occupava la vostra produzione nel mercato internazionale? Quali settori erano i principali clienti?

Insieme alla filiale nel Regno Unito, la nostra fabbrica era la sola del gruppo Luxfer ubicata nell’Unione Europea. Luxfer detiene più della metà del mercato mondiale di bombole d’ossigeno. Il gruppo rifornisce diversi settori. Qui, a Gerzat, produciamo essenzialmente per il settore medico e per i pompieri. La nostra produzione era smistata su tutto il mercato europeo, ma anche in Russia, Nordafrica, Sudafrica, Australia e nell’Asia orientale. La nostra azienda era largamente in attivo: riportava il 12% di profitto. Nel 2018, l’anno in cui è stato proposto il piano di licenziamenti, su di un volume d’affari del valore di 22 milioni di euro, l’azienda ha conseguito un utile netto di un milione.

Axel Peronczyk

I lavoratori hanno deciso di occupare lo stabilimento Luxfer di Gerzat a partire dal gennaio 2020. Quali erano le vostre rivendicazioni durante l’occupazione?

Nel giugno 2019, la maggior parte dei lavoratori sono stati licenziati. Ma nonostante non fossero piu nominalmente dipendenti, molti di noi tornavano regolarmente in fabbrica per contribuire alla mobilitazione. Ma, a partire da gennaio 2020, la direzione ha inviato dei bulldozer per distruggere i nostri macchinari: hanno deciso di distruggere tutto per non dover adottare le misure di rimessa in opera della fabbrica che avevamo negoziato e che obbligavano la direzione a cercare un acquirente per l’azienda. Per questo motivo abbiamo preso la decisione di occupare la fabbrica.

La nostra prima rivendicazione era salvare l’attività del sito produttivo. Abbiamo trovato due potenziali acquirenti, ma la proprietà ha rifiutato le loro proposte. Abbiamo presentato un progetto di cooperativa: rifiutato egualmente. Abbiamo chiesto anche allo stato di cercare un acquirente, cosa che non è stata fatta malgrado le nostre numerose richieste.

Le nostre rivendicazioni facevano riferimento anche al rischio sanitario ed ecologico legato alla distruzione della fabbrica: ci sono prodotti pericolosi nelle macchine, si presentavano rischi di sversamenti nella falda idrica, incendi, pericoli legati alle fibre di amianto. La DREAL (Ente regionale che si occupa della tutela dell’ambiente NdT) è intervenuta e ha confermato che le azioni della direzione mettevano l’intera zona a rischio.

Al giorno d’oggi, si possono licenziare dei lavoratori anche se l’azienda è in attivo, dal momento che non c’è una vera valutazione se sussiste la motivazione economica, il licenziamento senza giusta causa è autorizzato, tranne che per i lavoratori protetti: come i delegati sindacali o i membri del CHSCT (comitato per l’igiene, la sicurezza e le condizioni di lavoro in fabbrica). Questo tipo di comportamento padronale è molto pericoloso, perché crea un precedente per gli altri lavoratori.

Nel caso della nostra azienda, dove tutti i lavoratori sono stati licenziati, c’è stata un’inchiesta della Direzione Generale del Lavoro, che ha riconosciuto infondata la motivazione economica e il nostro dossier è giunto al Ministero del Lavoro. Domandavamo al Ministero di mettersi dalla parte della popolazione e di riconoscere i nostri diritti. Invece hanno convalidato automaticamente la motivazione economica del licenziamento supposta dal padrone, senza prendere in considerazione gli elementi presentati da noi lavoratori, nonostante avessimo preparato un dossier di 34 pagine con 55 articoli in cui dimostravamo l’infondatezza delle affermazioni padronali. Tutto questo accadeva un mese fa.

Infine, rivendicavamo un aiuto da parte dello stato per i lavoratori licenziati: anche se il 15% di noi ha trovato un lavoro, la precarietà rimane un rischio importante. In effetti, oggi, quelli che avevano trovato un impiego a tempo determinato hanno perso il loro lavoro e la maggior parte degli operai è disoccupata.

La crisi sanitaria e le misure di confinamento hanno avuto un impatto sulla vostra mobilitazione. Come vi organizzate attualmente?

Abbiamo rimesso la responsabilità del sito nelle mani della prefettura, ma le nostre barricate sono ancora in piedi. Lo stato deve decidere se vuole salvare il sito oppure no. La nostra azienda è importante in questo periodo per produrre bombole d’ossigeno.

Non ci si può fidare della direzione: durante tutto il periodo del piano di licenziamento, che è durato 16 mesi, siamo stati vittime di pressioni e di mobbing. Le negoziazioni si sono concluse con la presenza della polizia e di agenti dei servizi d’intelligence. Durante i colloqui in cui si cercava un accordo sui licenziamenti, gli ex opeai sono stati aggrediti verbalmente dai loro vecchi quadri. Il mancato rispetto del piano di licenziamento è stato giustificato dai dirigenti alla DIRECTE (Direzione regionale delle imprese, della concorrenza, della consumo, del lavoro e dell’impiego) affermando che loro volevano “dare una lezione di vita ai lavoratori”.

C’erano dei “responsabili della transizione” che agivano come un effettivo braccio armato del padronato, come una milizia privata! Degli uomini sono venuti dall’Inghilterra per spingerci a cedere. Ci hanno persino seguito per strada.

La nostra azienda ha messo in atto uno dei primi piani di licenziamento dopo la nuova legge sul lavoro di Macron del 2017. Che ha dato ai padroni nuovi strumenti per procedere con i licenziamenti indiscriminati. Attraverso queste leggi i padroni hanno una copertura legale, oltre a disporre di mezzi illimitati. Sono le leggi stesse che permettono una tale situazione e lo stato non interviene affatto: non vuole compromettersi dal momento che il governo è responsabile di una tale situazione.

Nella nostra lotta l’unità è stata la nostra forza. Il nostro gruppo si è rafforzato durante la mobilitazione. Insieme, abbiamo presentato una controproposta che dimostrava che l’azienda era redditizia. E quando abbiamo presentato il progetto di cooperativa per l’azienda Luxifer, ci siamo formati in modo molto veloce su numerose questioni. Avevamo un piano di 8 anni elaborato in tre o quattro mesi. Prima che la fabbrica fosse chiusa, era già stata gestita per un anno senza dei manager e durante quell’anno il volume d’affari era aumentato.

Per sabotare la nostra lotta il gruppo Luxfer ha organizzato volontariamente un ritardo nella fornitura degli approvvigionamenti necessari per portare avanti la produzione. Si trattava di una strategia pericolosa messa in atto da un’azienda che detiene praticamente il monopolio di questo mercato. Quando abbiamo allertato lo stato su questo ritardo nell’approvvigionamento, abbiamo chiesto quale fosse lo stato delle scorte di bombole, quale era l’effetto di questo ritardo sul mantenimento di queste scorte, e se si rischiava un impatto su scala internazionale per la mancanza di ossigeno. Nessuno è stato capace di risponderci. E mentre una delle poche aziende d’Europa che produce bombole era ferma, la Cina affrontava difficoltà nell’approvvigionamento di ossigeno. La stessa situazione si presentava in Italia, che è uno dei paesi dove vende Luxfer. Abbiamo riconosciuto i nostri prodotti nelle immagini che venivano dall’Italia.

Come i lavoratori in lotta hanno accolto il sostegno di diversi rappresentanti politici in questi giorni?

Il loro sostegno è benvenuto perché garantisce maggiore visibilità mediatica alla nostra lotta. Ma non siamo stupidi: tra quelli che ci sostengono, ci sono quelli che parlano di noi senza mai incontrarci e quelli che, invece, trovano il tempo di farlo.

Che cosa dovrebbero chiedere i dirigenti della sinistra?

Dovrebbero esigere la nazionalizzazione totale e definitiva dell’azienda. La nostra azienda è stata privatizzata nel 1995. All’epoca, apparteneva al gruppo Pechiney. In queste fabbriche c’è una gestione peggiore dell’alluminio (di cui sono fatte le bombole NdT) rispetto a vent’anni fa! È una conseguenza della privatizzazione. La privatizzazione non ha niente a che vedere con l’innovazione.

In effetti, il gruppo Luxfer chiude la nostra azienda per una ragione semplice: noi produciamo materiale d’alta gamma (bombole in alluminio NdT), ma il nostro gruppo ha anche il monopolio dell’acciaio di bassa gamma (bombole in acciaio NdT). Creando ritardi negli approvvigionamenti, cercano di spingere i clienti sul mercato della bassa gamma, per poter poi aumentare il prezzo e i loro margini allo stesso tempo. È illegale nell’Unione Europea: il diritto fondamentale al lavoro non è rispettato, come non è rispettato il diritto alla “concorrenza libera e non falsata”. In questo sistema in crisi, i capitalisti non rispettano le loro stesse leggi.

La sinistra radicale reclama la nazionalizzazione del sito, ma lo fa anche una parte della destra. Pensate che abbiano la stessa concezione della nazionalizzazione?

Niente affatto! La nazionalizzazione di cui parla il Rassemblement National e la destra non ha niente a che vedere con quel che intendiamo noi. Per loro, bisogna nazionalizzare le perdite e poi regalare l’impresa al privato quando la situazione lo permetterà. Per noi, bisogna nazionalizzare le perdite ma anche i profitti. Quel che esigiamo è che non ci sia il ritorno al privato quando la crisi del coronavirus sarà superata.

La nazionalizzazione non deve servire a fare ulteriori regali agli azionisti. Per esempio, c’è stato un piano di investimenti colossale durante il periodo in cui l’azienda era di proprietà pubblica sotto la sigla Pechiney, non si può dire lo stesso da quando il gruppo è passato al privato. Dunque, alla fine, si sono regalati dei soldi pubblici ai privati.

Quali sono le vostre prospettive per la lotta che portate avanti?

Speriamo in una nazionalizzazione sotto il controllo dello Stato con l’obiettivo di favorire il territorio, di rilanciare l’attività. In questo momento, abbiamo due grandi crisi: la crisi sanitaria del coronavirus e i grandi incendi in Australia, in Amazzonia… Siamo capaci di rispondere a queste due crisi. Macron ha dichiarato che esistono dei beni che devono restare fuori dal privato: è il nostro caso. Dunque, adesso aspettiamo i fatti. Continuiamo a fare pressione.

Il coronavirus mostra i limiti del capitalismo globalizzato: l’azienda Famar, che produce la clorochina (un farmaco potenzialmente utile contro il Covid-19), potrebbe essere nazionalizzata, come chiede la CGT. Ci rendiamo conto che sul territorio nazionale, i rifornimenti di materiale sanitario sono in difficoltà.

Nelle ultime settime, la parola d’ordine della nazionalizzazione delle aziende utili per arginare la diffusione del virus, al pari della rivendicazione del blocco di tutte le produzioni non essenziali, è stata avanzata da alcuni settori del movimento operaio in Francia, ma anche in Europa. Come vedete questa lotta di classe su scala internazionale?

Io spero in un cambiamento nella mentalità. Noi siamo uno dei primi piani di licenziamento dopo le leggi sul lavoro di Macron, è un periodo di distruzione di tutte le conquiste sociali da parte dello stato francese, dell’Unione Europea; ma c’è un risveglio delle coscienze: bisogna ricominciare, non è logico che siano i finanzieri ad occuparsi di tutto. È tutto il sistema a creare problemi.

C’è qualcos’altro che vuoi aggiungere, per concludere?

Abbiamo messo online una petizione per chiedere la nazionalizzazione definitiva dello stabilimento di Gerzat: vi invitiamo a firmarla e a condividerla!  (Ad oggi 8 Aprile la petizione ha quasi raggiunto il primo obbiettivo di 150 mila firme. A dimostrazione del sostegno alla lotta dei lavoratori della Luxfer NdT)

Per la nazionalizzazione della Luxfer sotto il controllo dei lavoratori!

Per la nazionalizzazione di tutte le aziende essenziali per lottare contro la pandemia!

Nessun indennizzo ai padroni!

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