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Francia – Congresso della CGT: la nostra analisi dei documenti

L’analisi dell’imminente congresso della CGT da parte dei nostri compagni di Revolution, sezione francese della Tendenza Marxista Internazionale.

Il 53esimo congresso della CGT [Conféderation Générale du Travail] si terrà a fine marzo. Questa confederazione sindacale occupa una posizione centrale nel movimento operaio francese. Essa è al contempo la più forte e la più combattiva, come risulta dal suo ruolo nella mobilitazione attuale contro la “riforma” delle pensioni.

Di conseguenza, i dibattiti e le decisioni di un Congresso della CGT non riguardano soltanto gli iscritti, bensì l’insieme dei giovani e dei lavoratori. Negli anni a venire, gli sviluppi della lotta di classe in Francia saranno strettamente legati al futuro di questa organizzazione. Gli strateghi della grande borghesia non si ingannano al riguardo: essi seguono molto da vicino l’evoluzione della CGT.

Deficit democratico

La direzione confederale ha pubblicato il suo Documento d’orientamento il 22 dicembre, ovvero appena tre mesi prima del Congresso stesso. Ciò è tanto più tardivo in quanto si tratta di un documento molto lungo (76 pagine), al quale si aggiungono un Rapporto dell’attività di 35 pagine e un Rapporto finanziario di 11 pagine. Totale: 122 pagine – spesso ridondanti.

In generale, i Congressi della CGT vengono organizzati in una maniera molto insoddisfacente dal punto di vista democratico. Non solo la grande maggioranza dei militanti della CGT non avranno avuto il tempo – o la pazienza – di leggere i documenti del Congresso, ma non avranno la possibilità effettiva, seriamente organizzata, di discuterli, di proporre degli emendamenti e di partecipare alla scelta dei delegati al Congresso nazionale. Infine, gli statuti della CGT non prevedono la possibilità di presentare dei documenti alternativi a quelli proposti dalla direzione uscente. Risultato: le direzioni confederali, federali e di dipartimento controllano saldamente il processo “democratico” del Congresso. Questo non incoraggia i militanti di base a prendervi parte.

La lotta contro il capitalismo è inseparabile dalla lotta per sindacati democratici, cioè fermamente controllati dai propri iscritti. La democratizzazione della CGT è una delle condizioni fondamentali della sua indipendenza rispetto alla classe dominante e allo Stato. È anche l’unico modo di farla finita con i comportamenti arrivisti e burocratici che, come tutti sanno, incancreniscono l’organizzazione – non soltanto nella direzione confederale, ma anche nelle federazioni, nelle Unioni di Dipartimento e perfino nelle Unioni Locali e nelle sezioni sindacali nelle imprese.

Riformismo

Il Documento d’orientamento della direzione uscente è tanto povero quanto lungo. Come quello del 52esimo Congresso, consacra centinaia di paragrafi a descrivere le differenti forme di regresso sociale che colpiscono il popolo. Certo, vi si trovano statistiche interessanti e utili per il lavoro di agitazione. Ma per il resto, i militanti della CGT non hanno bisogno che si spieghi loro nel dettaglio, in decine di pagine, il regresso sociale che la classe dominante e il suo governo impongono, poiché la subiscono essi stessi e la conoscono bene. Ciò che un documento d’orientamento della CGT dovrebbe sviluppare è soprattutto una strategia e un programma rivolti a bloccare questo regresso sociale, a mettere fine alla serie di sconfitte che subiamo da più di 20 anni e eliminare le cause fondamentali di tutti gli arretramenti sociali, cioè il sistema capitalista. Da questo punto di vista, il Documento di orientamento rimane molto al di sotto di quello che si è in diritto di aspettarsi dalla più potente confederazione sindacale.

Cominciamo con una domanda semplice: qual è l’obiettivo fondamentale della CGT? Il primissimo paragrafo del Documento d’orientamento risponde: è “la trasformazione sociale verso una diversa ripartizione delle ricchezze, verso una società più giusta, rispettosa del suo ambiente e un mondo di pace”. In nessun momento il resto del documento si eleva al di sopra di questo obiettivo: “una diversa ripartizione delle ricchezze”. Questa è la formula del riformismo per eccellenza. Spieghiamo perché – e quale dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale della CGT.

Sotto il capitalismo, le ricchezze prodotte dai lavoratori vengono “ripartite” tra la classe capitalista e la classe operaia (escludendo le classi medie). Ma dal momento che la classe capitalista possiede i grandi mezzi di produzione, è sempre essa che possiede le merci prodotte, che immette sul mercato al fine di realizzare un profitto. I lavoratori, da parte loro, non possiedono che la loro forza lavoro, che vendono ai capitalisti in cambio di un salario, che permette ai lavoratori di comprare ciò di cui hanno bisogno per vivere (più o meno miserabilmente). La fonte del profitto capitalista risiede nella differenza tra i valore creato dai lavoratori e il valore che essi ricevono sotto forma di salario.

Questa “ripartizione” tra i salari e i profitti è il luogo di un conflitto permanente, poiché quando i salari aumentano, i profitti diminuiscono, e viceversa. Quando il capitalismo si trova in una crisi profonda, come quella attuale, la classe dominante diventa più aggressiva al fine di accrescere i suoi profitti a svantaggio dei lavoratori. L’attuale riforma delle pensioni ne è un esempio. D’altronde, i rapporti di produzione capitalistici sono tali che la classe dominante accumula ricchezze sempre maggiori, quali che siano i flussi e i riflussi della lotta per la ripartizione delle ricchezze create dai lavoratori.

Detto in altra maniera, sotto il capitalismo, la “ripartizione delle ricchezze” è determinata, in ultima analisi, dalla “ripartizione” dei mezzi per produrre tali ricchezze. Adesso, questa “ripartizione” è molto semplice da descrivere: i capitalisti hanno tutto, i lavoratori non hanno niente. Per farla finita con questa situazione, i lavoratori devono espropriare la classe dominante, nazionalizzare i grandi mezzi di produzione e sostituire il caos del mercato con una pianificazione democratica dell’economia. Questo dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale della CGT, e questo era d’altronde il suo obiettivo fondamentale al momento della sua creazione, circa 130 anni fa.

Certo, la CGT deve investire pienamente sul terreno della lotta per le riforme nel quadro del capitalismo e, nello specifico, nella lotta per l’aumento dei salari, per migliori condizioni di vita, e per la difesa dei posti di lavoro. Senza la lotta quotidiana per avanzamenti nel quadro del capitalismo, la rivoluzione socialista sarebbe impossibile, poiché è attraverso questa lotta che i lavoratori si organizzano e prendono coscienza della propria potenza collettiva. Ma la lotta per le riforme deve essere legata sistematicamente all’obiettivo fondamentale: prendere il potere e rompere con il capitalismo.

Il Documento d’orientamento parla a ragione di una necessaria “rottura con quel modello economico devastante che è il capitalismo”, ma questa formula non viene sviluppata. Il documento non offre assolutamente nessun contenuto concreto. È impregnato dall’inizio alla fine di un riformismo abbastanza moderato, mentre solo una strategia e un programma rivoluzionario permetteranno di farla finita con le causa fondamentali del regresso sociale. Sia detto di sfuggita, solo la vittoria del socialismo su scala mondiale permetterà di costruire “una società (…) rispettosa del suo ambiente” e “un mondo di pace”. Finché il capitalismo in crisi dominerà il pianeta, esso saccheggerà l’ambiente e provocherà nuove guerre imperialiste.

Impasse strategico

Fatta eccezione per la lotta contro il CPE [ndt, Contrat Première Embauche, una forma di contratto a tutele crescenti] nel 2006, il movimento sindacale non ha conosciuto che sconfitte a livello interprofessionale negli ultimi 20 anni, nello specifico nel 2003 (pensioni), nel 2010 (pensioni), nel 2014 (pensioni), nel 2016 (prima loi Travail [ndt, il cosiddetto Jobs act francese]), nel 2017 (seconda loi Travail) e nel 2018 (distruzione della SNCF [ndt, riferimento alla privatizzazione de iure della Società Nazionale delle Ferrovie Francesi, tuttora a capitale pubblico]). Nel 2020, è stata la crisi sanitaria che ha impedito a Macron di mettere in atto la “pensione a punti”. La lotta contro questa riforma aveva cominciato a rifluire dal mese di gennaio 2020, quando lo sciopero a oltranza dei ferrovieri si è trovato isolato.

Come all’epoca del 52esimo Congresso (2019), la direzione uscente della CGT è incapace di analizzare correttamente questa serie di sconfitte. Il Rapporto dell’attività afferma: “Nonostante un importante lavoro militante per informare regolarmente i lavoratori, sia localmente che a livello nazionale, sui contenuti regressivi dei progetti governativi e delle politiche aziendali, le mobilitazioni interprofessionali di questi ultimi anni non hanno raccolto il livello atteso, al di là delle nostre forze e del nostro corpo militante. L’analisi puramente quantitativa delle manifestazioni indica chiaramente un arretramento significativo del tasso di partecipazione”.

Così, nonostante l’“importante lavoro” messo in atto dalla direzione confederale della CGT, i lavoratori si mobilitano sempre meno nelle “giornate di azione” di routine. Di chi è la colpa? Invece che mettere in discussione la strategia stessa delle giornate di azione, la parte successiva del documento incrimina la “divisione sindacale”, “la marginalizzazione e la frammentazione del sindacalismo”, ma anche i militanti della CGT che oppongono sindacati “di contestazione” e sindacati “riformisti” – e persino, incredibilmente, i “procedimenti giuridici all’interno della nostra organizzazione”, vale a dire i conflitti interni alla CGT che finiscono davanti ai tribunali borghesi! E il Rapporto d’attività lì a fare la predica: “Non sta alla giustizia decidere il modo in cui la CGT deve organizzarsi”. Infatti! Ma nulla di tutto ciò spiega lo scacco della strategia delle giornate d’azione da più di 20 anni.

Eppure è semplice. La crisi del capitalismo mondiale si sovrappone a un declino relativo del capitalismo francese, che arretra su tutti i mercati da numerosi anni. Di conseguenza, la classe dominante francese ha oggettivamente bisogno di controriforme drastiche. Inoltre, essa non è disposta a fare passi indietro di fronte a delle semplici “giornate di azione”, per quanto grandi possano essere. Dalle immense – e inutili- giornate di azione del 2003 contro la riforma Fillon, i lavoratori hanno avuto innumerevoli occasioni di constatarlo. È evidentemente questo che spiega la tendenza generale a una minore partecipazione dei lavoratori a queste mobilitazioni isolate. A che serve perdere giornate di salario – e, a livello personale, rischiare un conflitto con il proprio padrone – quando si sa che le giornate d’azione non faranno arretrare il governo?

Questo non significa che le giornate d’azione non possano mobilitare in massa, come ha dimostrato quella del 19 gennaio scorso. Ma molti lavoratori comprendono che questo non basterà. E, in effetti, per fare arretrare il governo su una controriforma di cui la borghesia ha oggettivamente bisogno, servirà un solido movimento di scioperi a oltranza che coinvolga un numero crescente di settori chiave dell’economia.

Questa idea non appare da nessuna parte nei documenti congressuali della direzione uscente. È una delle due mancanze principali di questi documenti, mentre l’altra è il loro carattere banalmente riformista. Le due cose, chiaramente, vanno a braccetto: come tutti i dirigenti riformisti, quelli della CGT temono più di ogni altra cosa una mobilitazione incontrollabile delle masse – che, se non vi si fa attenzione, potrebbe facilmente ribaltare l’edificio marcio del capitalismo.

Unité CGT

La principale novità di questo Congresso, allo stato attuale, è il Contributo al dibattito pubblicato da “Unité CGT”, che riunisce l’opposizione di sinistra alla direzione uscente. Oliver Mateu, che è legato a questa opposizione e a questo contributo scritto, che dirige l’Unione del Dipartimento di Bouches-du-Rhône, è ufficialmente candidato al ruolo di Segretario generale della CGT.

Olivier Mateu, candidato alternativo a Segretario generale della Cgt

Révolution esprime il suo sostegno alla candidatura di Olivier Mateu. Il Contributo al dibattito è un documento molto più combattivo e concreto dei documenti della direzione confederale. Sottolinea l’impasse della strategia della direzione uscente e difende la prospettiva di una rottura con “il modo di produzione capitalista”. Tuttavia vogliamo apportare il nostro contributo al dibatto facendo alcuni appunti critici su questo documento.

Il suo paragrafo introduttivo precisa fin dall’inizio che, in conformità ai “nostri regolamenti statutari (…) questo testo non costituisce un documento alternativo”. Questo è un vero peccato! I compagni di Unité CGT dovrebbero essere molto più combattivi sulla questione della democrazia interna. Avrebbero dovuto fare una campagna per modificare gli statuti della CGT su questo punto, in modo che questi testi alternativi potessero essere sottoposti al voto dei militanti.

In generale, i dirigenti di Unité CGT dovrebbero essere molto più determinati nel loro azione di spostare la CGT verso sinistra, dal momento che di questo si tratta. Contro Olivier Mateu, Marie Buisson – la candidata sostenuta da Philippe Martinez- rappresenta l’ala destra della CGT. Nessuna formula diplomatica e “unitaria” può mascherare questo fatto evidente. La polarizzazione interna alla CGT è una conseguenza della polarizzazione sociale in generale. L’ala sinistra deve farsene carico andando all’offensiva.

“Doppio mandato” e strategia

Il Contributo difende l’idea di un “doppio mandato” della CGT, che “impone di operare a livello quotidiano per il miglioramento della vita delle lavoratrici e dei lavoratori (orario di lavoro, salari, condizioni di lavoro, etc.) e al contempo di legare questa lotta all’emancipazione dei lavoratori e delle lavoratrici, mediante l’espropriazione dei capitalisti”.

Questo rappresenta un grande passo in avanti rispetto ai documenti della direzione uscente. Noi stessi l’abbiamo sottolineato più sopra: la CGT deve legare la lotta per le riforme alla lotta per l’espropriazione della grande borghesia. Tuttavia, il Contributo sviluppa questo “doppio mandato” in una maniera troppo astratta: invece che essere organicamente legati tra di essi, i due “mandati” vengono spesso tenuti separati e isolati, a rischio di contraddirsi.

Prendiamo un esempio. Da un lato il Contributo avanza la parola d’ordine dell’“espropriazione dei capitalisti”. Il documento precisa che bisogna “sottrarre al mercato” diversi settori: “le banche, i trasporti, l’energia, i laboratori farmaceutici, i grandi settori industriale”. Più in là, propone anche di nazionalizzare la grande distribuzione. Molto bene! Ma allo stesso tempo il documento sviluppa tutta una serie di rivendicazioni rivolte soltanto a limitare i profitti delle grandi imprese degli stessi settori, e questo in una maniera duratura e perenne. Come conciliare queste due idee, sapendo che non ha senso limitare i profitti di una impresa i cui padroni (i cui sfruttatori) sono stati espropriati? Il documento di Unité CGT non risponde a questa domanda. Per inciso, la formula di una “diversa ripartizione delle ricchezze” viene qui avanzata in una maniera che non è più convincente che nel Documento d’orientamento della direzione confederale.

Infine, sulla questione della strategia, il Contributo critica efficacemente la tesi del “sindacalismo unitario” che la direzione uscente difende – e che è evidentemente un pretesto per allineare le posizioni della CGT a quelle delle confederazioni più moderate, come la CFDR. Ma l’alternativa alle “giornate d’azione” che propone Unité CGT non è soddisfacente. Ecco come i compagni presentano le cose: “Una strategia possibile potrebbe essere: lunedì niente navi, martedì niente treni, mercoledì niente camion, giovedì tutti insieme in sciopero e nelle strade, venerdì niente logistica, etc. Così combinato con degli scioperi riconvocabili da 1 a 24 ore per giornata, in un certo numero di settori strutturali come la raffinazione del petrolio, la produzione di energia, la siderurgia, la raccolta dei rifiuti, etc. Tutto questo rafforzato dall’insieme delle modalità d’azione decise nel resto delle attività sia nel pubblico che nel privato”.

La classe operaia dei differenti settori dell’economia non può essere mobilitata e smobilitata a piacimento, giorno dopo giorno, come si apre e si chiude una serie di rubinetti. Quello che riflette la citazione qui sopra è un tentativo di concepire un cambiamento limitato dei rapporti di forza, in modo da non dover investire tutte le forze nella battaglia. Ma la storia del movimento operaio internazionale – e soprattutto quella del movimento operaio francese – mostra che quando una potente dinamica di lotta interprofessionale ha inizio, la lotta si espande rapidamente a un numero crescente di settori, spesso per iniziativa dei lavoratori stessi. Questo fu il caso nel giugno 1936 e nel maggio 68.

Invece che concepire una strategia un po’ artificiale nei minimi dettagli, Unité CGT dovrebbe difendere l’idea di un piano d’azione che si appoggi sui settori più combattivi e si sforzi di trascinare gli altri settori sulla loro scia. Non la mobilitazione alternata, di una o di 24 ore, dei differenti settori, ma l’allargamento preparato per lungo tempo dello sciopero a oltranza a un numero crescente di settori. Noi non pretendiamo che questa strategia venga necessariamente e immediatamente coronata dal successo. Ma è l’unica che aprirà la possibilità di cambiare i rapporti di forza al livello richiesto per sconfiggere il grande padronato e il suo governo.

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