9 Luglio 2019

France Insoumise: bilancio e prospettive

Un dibattito sul risultato delle europee si è aperto nella France Insoumise a tutti i livelli. In se, questo dibattito è qualcosa di molto positivo. Se lo si conduce correttamente, non indebolirà la FI, ma al contrario la rafforzerà. Bisogna comprendere perché è passata da 7 milioni di voti, nell’aprile 2017, a 1,4 milioni il 26 maggio scorso. Un’analisi corretta di questi risvolti permetterà di indicare i principali cambiamenti da apportare alla linea politica affinché, nel prossimo periodo, la FI costituisca un’alternativa credibile al governo Macron.

 

Le condizioni del successo del 2017

In primis, bisogna ricordare quello che ha determinato il successo della FI nell’aprile 2017. È molto chiaro: il fattore principale, rispetto al quale tutti gli altri sono subordinati, è la crisi organica del capitalismo che è scoppiata nel 2008 – e che, in seguito, si è tradotta nel peggioramento costante delle condizioni di vita delle masse. Agli effetti “spontanei” della crisi (l’esplosione del tasso di disoccupazione, ect.) si aggiungono le politiche d’austerità e gli attacchi a ripetizione contro le conquiste sociali del movimento operaio: Statuto dei lavoratori, servizi pubblici, pensioni, istruzione, sanità, edilizia popolare…

Questa situazione doveva necessariamente trovare, ad un certo punto, un’espressione politica a sinistra. In Francia, il Partito Socialista ha applicato una severa politica d’austerità e di contro-riforme (ricordiamo il governo Hollande). Di conseguenza l’ostilità di miolini di giovani e di lavoratori contro questa politica reazionaria si è espressa all’esterno del PS, sottoforma di sostegno di massa alla candidatura di Mélenchon.

Una tale cristallizzazione politica non aveva nulla di automatico: essa presupponeva che Mélenchon difendesse un’alternativa di sinistra sufficientemente radicale. Ovviamente, da un punto di vista marxista, la radicalità di Mélenchon era molto relativa.. Ma dal punto di vista delle masse, il programma ufficiale della FI – L’Avenir en commun – rompeva con le politiche reazionarie dell’ultimo decennio (e oltre). Gli appelli di Mélenchon a una “rivoluzione cittadina” e a una sesta Repubblica – nonostante la loro vaghezza – hanno permesso di legare il programma di riforme progressiste della FI alla prospettiva generale di una rottura con il vecchio sistema politico. Questa fu una delle chiavi del successo di questa campagna, in particolare tra i giovani.

Lo stesso processo generale si è sviluppato in molti paesi, sotto forme e ritmi diversi. In Grecia, dopo aver ottenuto una vittoria eclatante nel 2009, il PASOK ha messo in atto una politica di austerità draconiana, cosa che ha aperto la strada a SYRIZA, alla sua sinistra. In Sagna, l’ascesa folgorante di PODEMOS, tra il 2014 e il 2015, era una conseguenza della compromissione del PSOE. In Gran-Bretagna, invece, è attraverso la socialdemocrazia – il Labour – che si è espressa la radicalizzazione delle masse: questa ha portato Jeremy Corbyn alla guida del partito nel 2015. In seguito non ha smesso di consolidare la sua posizione, con grande rammarico per la destra del partito laburista. Negli Stati Uniti, è attraverso la figura di Bernie Sanders che si sono espresse le aspirazioni sociali di milioni di americani. Si potrebbero citare altri esempi, ma gli ultimi sono sufficienti a indicare il carattere internazionale di questo processo, che deriva precisamente dalla crisi mondiale del capitalismo.

Una mancanza di radicalità

Cos’è successo, dopo il 2017, che può spiegare il flop della FI alle elezioni europee? Cos’è cambiato, sia nelle condizioni oggettive che nella politica della FI?

Le condizioni oggettive non sono fondamentalmente cambiate. La crisi del capitalismo continua; le contro-riforme si moltiplicano. Tra le masse, una rabbia profonda cresce giorno dopo giorno, come la mobilitazione dei Gilet gialli ha ampiamente dimostrato. Da questo punto di vista, le condizioni oggettive sono più favorevoli oggi alla FI di quanto non lo fossero nel 2017.

Certo si possono invocare condizioni oggettive più congiunturali e, in questo caso, sfavorevoli alla FI: l’astensionismo alle elezioni europee, l’impatto delle perquisizioni a danno di diversi dirigenti della FI (tra cui lo stesso Mélenchon) dello scorso ottobre, un contesto favorevole ai Verdi, ecc. Non pretendiamo che questi fattori non abbiamo avuto un peso. Ma non permettono di spiegare come la FI passi da 7 a 1,4 milioni di voti tra il 2017 e il 2019, quando il Resemblement Nationale (nuovo nome del Front national) passa da 7,5 a 5,2 milioni di voti. Perché il RN ha pagato molto meno rispetto alla Fi l’astensione di massa?

Per rispondere a questa domanda, bisogna analizzare le condizioni “soggettive”: la politica della FI. Nel dibattito che si è aperto, a tutti i livelli nella Fi, dopo lo scorso 26 maggio, spesso è la strategia ad essere chiamata in causa. Ci torneremo più tardi, ma pensiamo che non sia la maniera giusta di porre il problema. Il valore di una strategia politica è sempre relativa alla linea politica generale, ovvero al programma e alle idee. Ed è precisamente in quest’ambito che c’è un arretramento notevole dopo la campagna delle presidenziali.

Qualcuno potrebbe rispondere : “ma il programma della FI non è cambiato: è sempre L’Avenir en commun.” È vero. Ma la forza della campagna del 2017 non risiedeva soltanto – e principalmente – nelle numerosissime proposte programmatiche contenute nel programma ufficile della FI. Essa risiedeva soprattutto nella prospettiva, formulata in modo combattivo, di una rottura con le politiche di austerità e con “il sistema” in generale. Risiedeva nella radicalità generale della campagna elettorale, che ovviamente si connetteva alla radicalizzazione crescente di milioni di giovani e di lavoratori.

Nella campagna delle elezioni europee, questa radicalità si è persa, almeno in parte, nei confusi meandri del programma europeo della FI (in particolare nell’articolazione dei famosi piano A e piano B). In generale, la rottura con il sistema è stata diluita in un insieme di misure programmatiche più o meno coerenti. Nel 2017, Mélenchon era riuscito a sviluppare una prospettiva di rottura netta con le politiche del passato. Ed è questa prospettiva che, senza scomparire del tutto, ha perso d’intensità durante la campagna delle europee e anche nel corso degli ultimi due anni.

Come spesso accade quando la sinistra “radicale” non è abbastanza radicale, è l’estrema destra che ci guadagna. Durante le europee, Marine Le Pen ha sviluppato tutta una gamma di demagogie reazionarie. Ha fatto campagna con la parola d’ordine “Diamo il potere al popolo!” Ispirandosi al movimento dei Gilet Gialli, ha ripreso le sue rivendicazioni, in particolare “le dimissioni del governo Macron” e la “dissoluzione dell’Assemblea nazionale”. In pratica, mentre la FI si districava tra le sottigliezze metafisiche dei piani A e B, il RN occupava il terreno dell’opposizione frontale al governo Macron. Un opposizione effimera, certo, ma più efficace della voce esitante dell’opposizione di sinistra.

 

L’esempio di Podemos

In fondo, la FI si è ritrovata di fronte a delle difficoltà simili a quelle che ha incontrato Podemos in Spagna. Dopo un’ascesa spettacolare nel 2014 e nel 2015, questo movimento ha segnato il passo e poi ha cominciato ad arretrare. Dopo le elezioni legislative dello scorso aprile, Unidos Podemos (coalizione con Izquierda unida) a subito un arresto in termini elettorali: 3,7 milioni di voti, mentre nel 2016 aveva raccolto 5 milioni di voti. Questo declino elettorale è la conseguenza evidente di una svolta a destra di Podemos. Negli ultimi due anni non ha smesso di modulare e moderare la sua linea politica nella speranza di trovare un accordo con il PSOE e, inseguito, di partecipare al suo governo. La sua posizione scorretta sull’indipendenza della Catalogna è una delle espressioni più evidenti di questa svolta a destra.

Certo ci sono delle differenze concrete tra le dinamiche attuali della FI e Podemos. Il contesto e gli errori non sono esattamente gli stessi. Per esempio, la svolta a destra di Podemos è legata principalmente al suo atteggiamento verso il partito socialista, cosa che per la FI si pone meno, tenendo conto dello stato in cui versa il PS francese. Ma il processo è fondamentalmente lo stesso: moderandosi, cioè spostandosi a destra, Podemos e la FI hanno smobilitato una parte significativa della loro base.

Ancora una volta non pensiamo sia il solo fattore, ma è chiaramente un fattore determinante, che non ha nulla di accidentale o di congiunturale. E se quest’ostacolo non viene eliminato, continuerà a pesare gravemente sul futuro della FI.

La direzione di France Insoumise

La nostra conclusione è semplice: la FI deve svoltare a sinistra. Deve riprendere la radicalità che aveva determinato il suo successo nel 2017. Meglio: deve sviluppare questa radicalità, poiché in questi ultimi due anni la radicalizzazione delle masse è cresciuta. Il movimento dei Gilet gialli, in particolare, è stata un’immensa scuola politica dove milioni di giovani e di lavoratori hanno accentuato la loro critica verso il capitalismo e verso lo Stato.

Cosa ne pensa la direzione della FI? Diversi dirigenti hanno esposto la loro analisi delle elezioni europee. Le posizioni non sono omogenee: ci sono delle differenze più o meno marcate. Non approfondiremo qui le sfumature tra le diverse posizioni. Ci limiteremo al punto di vista di Mélenchon e del nuovo coordinatore della FI, Adrien Quatennens, che vanno nella stessa direzione.

Il giorno dopo l’ultima assemblea rappresentativa della FI, Quatennens scrive: “Questo fine settimana, avevamo bisogno di assorbire, di comprendere, di analizzare e trarre insieme le conclusioni della situazione politica a solo un mese dallo shock delle europee. Tradizionalmente, senza dubbio, vi è nel militante della nostra corrente politica un riflesso raramente condiviso con lo stesso ardore nelle altre formazioni, che consiste nel cercare le circostanze di un incidente unicamente nella condotta politica personale. Certo bisognava fare un bilancio. Ma come ignorare il fatto che la situazione che esce dalle elezioni europee va ben oltre il risultato della FI? Certo, forse avremmo potuto dire meglio questo o fare meglio quello. Nonostante tutto, l’arretramento non è solo francese, ma europeo. Ovunque nel continente, le formazioni amiche indietreggiano e l’estrema destra avanza”.

In poche righe si ripete tre volte lo stesso errore. In primo luogo: no, il risultato della FI non è un “incidente”; al contrario è un serio avvertimento, che reclama un cambiamento di linea politica della FI. In secondo luogo: se la maggior parte delle “formazioni amiche” della FI in Europa (come Podemos o DieLinke) indietreggiano, è perché anche loro pagano gli effetti di una mancanza di radicalità (in paricolare nel caso di Podemos). Va notato che tra le rare eccezioni è il Partito dei lavoratori del Belgio (PTB), che è percepito come molto radicale. Nelle elezioni europee, il PTB è passato dal 3,5% nel 2014 al 5,7% quest’anno. Nelle elezioni federali, che si sono svolte contemporaneamente, la sua progressione è ancora più marcata: dal 3,7% all’8,6%.

Infine: dichiarare che, “forse”, la direzione della FI “avrebbe potuto dire meglio questo o fare meglio quello” significa minimizzare la responsabilità della FI davanti ai propri limiti soggettivi, ingigantendo il peso delle condizioni oggettive. Inoltre, in tutto il testo il coordinatore della FI non spiega né quello che avrebbero potuto dire né quello che avrebbero potuto fare meglio, come se la cosa non fosse tanto importante.

 

La dinamica di classe

Così facendo, il nuovo coordinatore della FI amplia l’analisi di Melenchon, che è stata formulata nel suo discorso di chiusura dell’Assemblea rappresentativa della FI del 23 giugno.

Un passaggio di questo discorso ci sembra molto significativo, perché rivela, se non la causa, almeno la giustificazione teorica della moderazione programmatica della FI. In questo discorso, Mélenchon collega il risultato elettorale della FI allo stato d’animo dei diversi strati sociali che costituiscono il “popolo”: «una delle sue frazioni è ubriaca di povertà. Il suo unico obiettivo è vivere il giorno successivo e la settimana successiva, riempire il frigorifero per la fine della settimana (…). E poi l’altra frazione, un messa un po’ meglio, che trema dal timore di perdere quel poco che ha. E dall’altro lato, ci sono quei ceti intellettuali che, al momento, hanno un reddito sufficiente per vivere, e che pensano che tutto possa essere sistemato senza cambiare nulla. E così il divario si è allargato tra il 90% di coloro che fronteggiano l’oligarchia. (…) Questa è la radice della nostra difficoltà: abbiamo la più grande difficoltà a costruire una causa trasversale, una causa comune, tra categorie sociali così frammentate che rappresentano il loro futuro in maniera così diversa. È qui che sta la nostra difficoltà. Nella campagna elettorale presidenziale, siamo riusciti a tracciare un progetto federativo. Non ci siamo riusciti alle elezioni europee».

Nel suo testo, Quatennens riprende questa idea sottolineando la necessità per la FI di «cercare il punto di congiunzione tra la classe operaia e la classe media». Non c’è nulla di nuovo in questo ragionamento. È vecchio quanto il riformismo e può essere riassunto nel modo seguente: «per conquistare la classe media, è necessario portare avanti un programma moderato, che quest’ultima possa accettare. Un programma troppo radicale la spaventerebbe». Questa è la saggezza dei termini “congiunzione” e “trasversale”. In pratica, tuttavia, questa proposta non funziona, almeno non in tempi di crisi del capitalismo. Infatti cercando di conquistare le classi medie attraverso un programma moderato, si perde il consenso di alcuni degli strati più radicalizzati della classe lavoratrice, come il risultato della FI alle europee è sufficiente a dimostrare. Per quanto riguarda le classi medie, esse non sono omogenee: i loro strati superiori guardano generalmente a destra, mentre i loro strati inferiori sono sempre più disposti, sotto l’impatto della crisi, a sostenere un programma radicale.

Mélenchon evoca le varie «rappresentazioni del loro futuro» che le diverse classi sociali propongono. Ma in un contesto di profonda crisi economica, politica e sociale, queste “rappresentazioni” sono soggette a improvvise e violente oscillazioni. Infatti, la parte più precaria e oppressa della classe media non sa più immaginare il proprio futuro, perché la crisi del capitalismo sta spazzando via le sue certezze. Si volge quindi a destra e a sinistra, in una frenetica ricerca di una soluzione ai suoi crescenti problemi. In questo contesto è sempre più diffidente nei confronti di programmi moderati ed equilibrati, in quanto sono questi programmi che l’hanno portata sull’orlo del baratro.

Naturalmente, gran parte della classe media si aggrappa ancora alle sue vecchie illusioni. Ma lo stesso si può dire di gran parte della classe lavoratrice. Le masse non si radicalizzano in blocco e in 24 ore. L’importante è capire l’inevitabilità del processo di radicalizzazione che si sta sviluppando nella classe operaia e nella massa della classe media (come ha chiaramente sottolineato il movimento dei Gilet gialli). È su questa prospettiva che la FI deve basare la sua politica. Meglio ancora: essa può e deve svolgere un ruolo attivo in questo processo, attraverso un programma aggressivo e anticapitalista. In caso contrario, sarà l’estrema destra – specializzata nella demagogia “anti-sistema” – a raccogliere consensi.

Facciamo un esempio concreto. La campagna contro la privatizzazione del gruppo Aéroports de Paris è l’occasione per denunciare tutte le privatizzazioni degli ultimi 30 anni e le loro catastrofiche conseguenze sociali, industriali e ambientali. La lotta contro la privatizzazione di ADP potrebbe essere il punto di partenza di una campagna della FI per la rinazionalizzazione delle grandi imprese parzialmente o totalmente privatizzate: Air France, EDF, GDF, Total, Airbus, Thales, France Telecom, le autostrade, le banche, ecc.

Questa campagna avrebbe un forte impatto sul movimento dei lavoratori (e rafforzerebbe i legami, oggi troppo deboli, tra la FI e la base dei sindacati). Ma otterrebbe anche il sostegno di una parte significativa della classe media, dove la rabbia contro i mastodonti del CAC 40 (le prime 40 aziende francesi per capitalizzazione in borsa, ndt) non è meno acuta che tra la classe lavoratrice. Naturalmente, una parte della classe media, soprattutto tra i suoi strati superiori, urlerebbe all'”estremismo”, di concerto con la borghesia e i suoi media. Ma tirarsi indietro di fronte ai pregiudizi e alle urla dei piccoli borghesi, con il pretesto di cercare una “causa comune” con loro, sarebbe condannarsi all’impotenza.

Il programma e la strategia

Da quanto detto sopra, è chiaro che la strategia del FI deve essere subordinata al suo programma. Sulla base di un cattivo programma (un programma troppo moderato), non ci può essere una buona strategia. È quindi inutile, per esempio, discutere all’infinito sul tema: «Dovremmo ancora affermare di essere di sinistra o dovremmo dire di essere solamente con il popolo?»

Le masse non hanno alcun feticismo per le parole, che l’esperienza ha insegnato loro a distinguere dalle cose. In questo caso, negli ultimi 35 anni hanno imparato che i leader di “sinistra” possono perseguire politiche di destra una volta al potere. Il problema non è quindi “la sinistra” in generale, ma questi leader di sinistra, che hanno capitolato, tradito e rinunciato a trasformare la società. Di conseguenza, non sarà sufficiente cambiare l’etichetta e scriverci sopra la parola “popolo”, invece della parola “sinistra”, per convincere le masse che, questa volta, non saranno tradite. Come sempre, esse giudicheranno non in base alle etichette, ma in base ai programmi e, soprattutto, alle azioni.

Meno il dibattito strategico è legato alla questione del programma, più diventa astratto. Dalla “federazione popolare” di Mélenchon al “big-bang della sinistra” di Clémentine Autain (dirigente di FI critica con Mélenchon, ndt), sono state proposte ogni tipo di soluzioni incomprensibili. Non entreremo nei dettagli di queste astrazioni qui. Notiamo solo che con il suo “big-bang della sinistra”, Clémentine Autain ha spinto il concetto di proposta incomprensibile fino all’estremo: l’esplosione totale.

Sulla base di un programma radicale, anti-austerità e anticapitalista, la questione strategica si risolve in modo molto semplice. Diciamolo in termini generali: la FI deve rifiutare qualsiasi alleanza elettorale con forze politiche che sono o sono state associate a politiche di austerità, direttamente o indirettamente. Questo è il caso del Partito Socialista naturalmente, ma anche dei Verdi. Inoltre, non si può parlare di alleanze con il PCF finché continua ad allearsi con il PS (e i Verdi). È necessario rompere la catena infernale di alleanze con forze che guardano costantemente alla loro destra (il PCF guarda al PS, che a sua volta guarda al “centro”, che a sua volta guarda all’estrema destra, ecc.).

La strutturazione di FI

La recente assemblea rappresentativa della FI ha deciso una serie di cambiamenti nella struttura interna del movimento. Essi possono essere un passo nella giusta direzione, ma sono certamente insufficienti in relazione a ciò che è necessario e che si attendono molti militanti della FI, che deplorano la disorganizzazione del movimento.

All’indomani delle elezioni presidenziali dell’aprile 2017, noi abbiamo insistito sulla necessità di procedere verso la trasformazione della FI in un partito, con il suo sistema di quote di adesione, i suoi congressi, i suoi leader locali e nazionali eletti, responsabili e revocabili. Ancora una volta, questa prospettiva è stata fermamente respinta dalla direzione della FI e in particolare da Mélenchon e Quatennens. Quest’ultimo scrive: «La maggior parte degli aderenti che ci frequentano ogni mese fuggirebbero in un attimo se premessimo il pulsante che consentirebbe di trasformare La France Insoumise in un partito con le sue tendenze, i suoi perdenti, i suoi vincitori e tutta l’energia che è necessario utilizzare internamente e non esternamente come richiedono le sfide del momento». Nel suo discorso, Mélenchon va nella stessa direzione: «Questo movimento rimarrà un movimento. Non può essere un partito politico. Coloro che aspirano al ritorno dalle delizie della battaglia per le virgole e delle piattaforme dove i migliori amici si tagliano la gola nei corridoi, hanno sbagliato indirizzo».

Come possiamo vedere, Mélenchon e Quatennens riducono i partiti alle loro lotte interne. Tuttavia, le lotte interne, “per le virgole”, ma non solo, scoppiano anche nei movimenti, compresa la FI. In un partito, tuttavia, i meccanismi democratici permettono di stabilire i dibattiti, mentre in un movimento queste lotte si sviluppano senza il controllo democratico dei militanti. Cosa che non è certamente migliore.

È vero che in un partito come il PS, l’apparato burocratico neutralizza i meccanismi democratici e impone stretti limiti al controllo dell’organizzazione da parte della sua base militante. Ma questa burocratizzazione non è una conseguenza fatale della strutturazione dei partiti; è una conseguenza della pressione del capitalismo sui vertici dei partiti. Un movimento è meno esposto a questa pressione? No, per niente. In un certo senso, lo è ancora di più, poiché nessun meccanismo democratico formale permette alla base militante di contrastare le pressioni (ideologiche e materiali) del capitalismo.

Il fatto è che tre anni dopo la creazione della FI, l’assenza di strutture solide e di meccanismi democratici formali, quelli di un partito, ha un impatto negativo sul suo sviluppo come forza militante. Quatennens teme che la maggior parte degli aderenti lascerà la FI se si trasforma in un partito. Noi non vediamo perché questo dovrebbe accadere. Tuttavia, ciò che abbiamo visto negli ultimi due anni sul terreno è uno spreco di forze militanti, con compagni che gettano la spugna di fronte alla disorganizzazione del movimento, all’isolamento dei gruppi d’azione e alla mancanza di meccanismi di controllo della direzione da parte dalla base.

Quatennens accoglie con favore il fatto che la FI abbia «mezzo milione di iscritti e migliaia di gruppi d’azione». Quante migliaia, esattamente? Quanti di questi sono attivi? Quanti non lo sono? Su quale numero di militanti può contare la FI? Non è dato saperlo. Gli stessi leader lo sanno? Per questo motivo sono necessarie strutture che forniscono regolarmente informazioni dal livello locale a quello nazionale. In generale, possiamo dire che il dilettantismo organizzativo della FI ha un effetto demoralizzante su molti militanti che stanno cercando di costruire il movimento.

Infine, al di là dei militanti, le masse stesse non sono indifferenti a questo problema. Giudicano un’organizzazione in base al suo programma, alle sue idee e alle sue azioni, ma anche alla democrazia interna e alle sue forze militanti. Non vi è alcun entusiasmo tra le masse per la “forma movimento”.

La questione non è quindi puramente organizzativa, ma è prima di tutto politica. È impossibile sviluppare una forza militante di massa ed efficace sulla base delle strutture informali e lasse tipiche di un movimento. Tuttavia, nei prossimi anni, la FI avrà bisogno proprio di una forza militante di massa ed efficace. Questo sarà un vantaggio decisivo nella sua lotta per la conquista del potere. Ma in caso contrario, potrà trasformarsi in un grandissimo ostacolo.

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