FCA: un pericoloso accordo apripista

In questo periodo, a proposito di emergenza Covid-19, si fa un gran parlare di fase 2, una fase intermedia che dovrebbe gestire il ritorno alle attività produttive in modo graduale. Sembra però che ci siano un po’ di divergenze sul da farsi.

Le pressioni degli industriali sulla riapertura “prima che sia troppo tardi” hanno per ora sortito ampie possibilità di gestire sotto banco e col silenzio-assenso della prefettura la riapertura parziale di aziende non indispensabili al fabbisogno in fase di crisi. Ma a quanto pare i tentativi di riavere un via libero definitivo si sono infranti su dati ancora poco rassicuranti dei nuovi contagi giornalieri che continuano ad essere superiori ai 3000 al giorno in modo costante.

Tra una polemica e un’altra, Conte con l’ultimo DPCM ha aperto alla possibilità di avviare la fase due, nonostante la proroga alla chiusura fino al 3 maggio, In questa ottica, potrebbe aiutare questa risoluzione un accordo siglato da FCA e sindacati che, ricalcando il protocollo del 14 Marzo sottoscritto da governo confindustria e sindacato, ha tracciato la strada per poter rientrare a lavoro con delle regole “certe”.

Sono infatti di queste ore le voci che insistono su un probabile rientro a lavoro per il 20 di aprile da parte della Sevel. Le pressioni costanti del padronato sul governo, così come è avvenuto attorno al DPCM del 22 marzo, potrebbero spingerlo a non mantenere il punto fermo su un lockdown. Questo dimostra probabilmente che chiudere un accordo, al di là del giudizio che se ne dà nel merito, è stata una scelta sbagliata. Infatti oggi gli industriali posseggono un’arma in più per raggiungere un obbiettivo che potrebbe risultare nefasto nella lotta al coronavirus.

Per i lavoratori rientrare il 20 aprile o dopo non è una piccola differenza, si tratta di stabilire se il ritorno al lavoro sia durante l’emergenza sanitaria o dopo. Sottoscrivere delle linee guida, seppur vincolate “ai tempi e ai limiti che saranno fissati dal governo”, non è ciò che tutela i lavoratori oggi. Il governo ha già dimostrato che sente più le ragioni del profitto piuttosto che la salute dei lavoratori.

È ormai un mese che si sente discutere, in particolare in Fiom, dell’impossibilità di decidere se aprire o meno le aziende, compito che a sentire i dirigenti dell’organizzazione sindacale spetta unicamente al governo e alle aziende. Riteniamo che il compito di un sindacato vada ben oltre il sottostare alle decisioni governative o padronali, un’importanza rilevante la ricopre anche lo scontrarsi e scioperare, ove le condizioni non consentano una sicurezza adeguata. Stipulare qualsiasi accordo in questo contesto senza un vincolo certo rispetto all’andamento del virus di fatto aumenta i rischi per migliaia di operai. Al di là delle misure di contrasto alla diffusione del virus contenute nell’accordo, pur “validate e confermate da virologi”, qualsiasi riapertura produttiva non essenziale durante la fase di emergenza sanitaria pone a rischio la salute dei lavoratori e aggraverà la situazione nell’intero paese.

Il controllo delle temperature presente nelle linee guida, pur richiesto dai lavoratori in questa fase emergenziale e temporanea in quanto misura a loro tutela, non è un dato che da solo consente di essere certi che un lavoratore non abbia contratto il virus e lo possa trasmettere a sua volta. È noto che i casi asintomatici siano forse uno dei fattori maggiori della propagazione del virus. Allo stesso modo prevedere che al controllo delle temperature non siano poste figure competenti esterne all’azienda, sotto il controllo dei lavoratori e delle sue rappresentanze, rende meno trasparente la procedura e consegna all’azienda un inaccettabile strumento di discriminazione nei confronti dei lavoratori in violazione dello statuto dei lavoratori.

Dobbiamo rivendicare, invece, che tutti i lavoratori prima di riprendere la loro attività lavorativa debbano essere soggetti tutti al controllo dei tamponi, fatti esclusivamente da personale sanitario.

Quanto espresso dal segretario nazionale della CGIL Landini, in una sua recente intervista, in cui si invitava a non discutere del quando ma del come riaprire le attività produttive, è un’evidente sottovalutazione del momento. I due aspetti sono profondamente legati se si vuole evitare di restare nell’incubo Covid19. I lavoratori non sono carne da macello e non sono cavie da utilizzare per testare gli effetti di una eventuale riapertura.

Mimmo Loffredo Fca Pomigliano – Direttivo Fiom Cgil Campania
Vincenzo Chianese Rsu Prima Sole Gricignano d’Aversa – Direttivo Fiom Cgil Campania
Matteo Parlati Rsa/Rls Ferrari – Direttivo Fiom Cgil Modena
Beppe Violante Rsa/Rls Maserati – Direttivo Fiom Cgil Modena

 

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