5 Luglio 2016

Esplode la bomba Brexit

Poche volte nella storia le intenzioni soggettive dei cosiddetti “leaders” sono state rovesciate dalle conseguenze obbiettive, reali, delle loro azioni.

David Cameron, primo ministro ormai dimissionario della Gran Bretagna, aveva pensato di lanciare una piccola scommessa per mettere a tacere i suoi critici nel Partito Conservatore e per liberarsi della concorrenza dell’Ukip. Un piccolo azzardo, come quello che aveva vinto lo scorso anno, quando il referendum per l’indipendenza scozzese era stato sconfitto di misura.

La mattina del 24 giugno il risultato della scommessa di Cameron ha gettato il suo governo, il suo partito e il suo paese in una crisi vertiginosa. Ha altresì fatto esplodere una gigantesca carica di tritolo nelle fondamenta dell’Unione europea e i negli equilibri dell’intero mondo capitalista.

Chiunque guardi con obiettività la situazione europea e mondiale può trarne solo una conclusione: il Brexit non è stato altro che il classico fiocco di neve che mette in moto una valanga che non aspettava altro che di precipitare.

Immediatamente dopo il voto si è scatenata una campagna volta a denigrare quei 17,4 milioni di elettori che hanno votato “Leave”. Una massa di vecchi incarogniti, ignoranti, ubriaconi, provinciali, razzisti, nostalgici dell’impero… così sono stati descritti sul 99 per cento dei mezzi di comunicazione.

Non è una novità, la borghesia ha una opinione particolare sulla democrazia: il popolo è illuminato e saggio solo fintanto che vota quello che vogliono i padroni e i banchieri. Quando per qualche motivo questo non accade, si scopre che il popolo è ignorante, preda di demagoghi e incapace di decidere del proprio destino.

Di questa ipocrisia, va detto che l’Ue e i suoi paladini sono da sempre interpreti particolarmente entusiasti. Quando nel 2005 vararono il progetto di Costituzione europea, il processo di ratifica inciampò in un ostacolo inatteso: i referendum di ratifica tenuti in Francia e Olanda bocciarono il progetto. I “democratici” politici borghesi europeisti trovarono allora una soluzione semplice: interruppero il processo, trasformarono la pretesa costituzione in un trattato che potè essere ratificato dai governi e dai parlamenti senza consultazione popolare: quello stesso Trattato costituzionale noto come Trattato di Lisbona, che da allora ha fatto da base giuridica di tutte le politiche di austerità, privatizzazione, distruzione dei diritti sociali e del lavoro.

Un voto contraddittorio

Secondo le analisi, il Leave prevale man mano che si scende nella scala sociale, nel reddito, nell’istruzione, particolarmente nelle zone più depresse del paese, fra settori della popolazione sempre più esclusi da qualsiasi prospettiva di benessere economico, che si sentono ingannati e presi in giro da chi parla di “benessere in Europa”. E hanno sacrosanta ragione.

Le eccezioni sono la Scozia, che vota Remain in chiave separatista, l’Irlanda del Nord, che vota Remain per non allontanarsi dal resto dell’Irlanda.

Il voto della classe lavoratrice si è diviso, con una parte consistente che ha votato Leave nonostante l’indicazione contraria di Corbyn e dei sindacati. Il tema del razzismo ha influenzato entrambi i campi: in un voto “Leave” che aveva un lato sociale progressista (contro l’Ue, contro le banche, contro l’austerità, ecc.) si è inserito un pesante elemento reazionario, ossia la campagna sciovinista e razzista dei capi del Brexit. In reazione a questa campagna, nel fronte del Remain (che socialmente aveva un contenuto reazionario in difesa di un’istituzione capitalista quale è l’Ue), si è inserito un elemento progressista, ossia il voto di molti giovani, lavoratori e comunità di immigrati che hanno espresso così il loro disgusto verso l’Ukip e la destra conservatrice.

Un voto diviso e confuso, quindi. E come avrebbe potuto essere diversamente? In assenza di una chiara posizione indipendente da parte del movimento operaio, di Corbyn e del suo movimento, era inevitabile che almeno nel dibattito pubblico entrambi gli schieramenti venissero egemonizzati dalle loro componenti più reazionarie.

Nel referendum del 1975 sulla Comunità economica europea, la gran parte della sinistra britannica si schierò per il No. Ma quarant’anni dopo sia la burocrazia sindacale che lo stesso Corbyn hanno sostenuto il Remain.

La loro posizione è stata l’ennesima riproposizione della politica di “riforma dell’Unione europea”. La barzelletta dell’“Europa sociale” gira da una ventina d’anni, ma ormai non fa più ridere nessuno. La sinistra italiana si è distrutta per aver sostenuto i governi di centrosinistra in base a questa posizione.

Il popolo greco è stato tradito da Tsipras che ha tentato di giustificare la sua capitolazione di un anno fa esattamente con la stessa tesi.

Hollande ha vinto le elezioni in Francia promettendo la riforma delle politiche europee, e oggi attacca a testa bassa i diritti dei lavoratori.

È necessario continuare? Non dovrebbe essere chiaro anche ai ciechi e ai sordi che la cosiddetta “riforma dell’Unione europea”, l’idea dell’“Europa sociale”, dell’“Europa dei popoli” non sono altro che lo specchietto per le allodole con cui le burocrazie riformiste giustificano il loro servilismo verso il grande capitale e la sua Unione europea?

Fintanto che la sinistra in Europa rimane aggrappata a questa idea fondamentale è inevitabile che si apra uno spazio per la demagogia della destra razzista. Prima lo si capisce, meglio è.

Poco importa se Corbyn ha agito in buona fede, se ha pensato che fosse una trovata tattica per evitare uno scontro immediato dentro il Labour. Anch’egli, come Cameron, ha calcolato male e oggi si trova ad essere colpevolizzato di un risultato che in nessun modo doveva essere ascritto alla sinistra come una sconfitta.

L’onda d’urto

Il voto ha scatenato un’onda d’urto che continua ad espandersi. La City, Wall Street, Obama, Il 90 per cento dei rappresentanti politici del capitale finanziario e della grande borghesia si erano schierati a falange contro il Brexit. Tutti i loro giornali e media hanno martellato per settimane minacciando ogni sorta di cataclisma se avesse vinto il Leave.

Non esiste altra parola che “panico” per descrivere le loro reazioni dopo il 23 giugno.

Il primo giudizio sul voto la borghesia lo ha dato col portafogli: le borse sono crollate in tutto il mondo, bruciando circa 4mila miliardi di dollari di capitalizzazione.

I veri padroni del mondo, la City e Wall Street, non temono un pagliaccio reazionario come Farage. Temono, con ragione, che le loro istituzioni come l’Unione europea, i loro strumenti politici e di governo, costruiti con pazienza per decenni, possano crollare nella delegittimazione popolare e nelle loro contraddizioni interne. Hanno ragione.

Le contraddizioni si accumulano da ogni parte. Bisogna gestire la Brexit, ma come farlo? Ci vuole un governo britannico che avvii la procedura, ma Cameron è dimissionario. Si deve quindi aspettare il 9 settembre, quando i Tories sceglieranno il loro nuovo leader. Ma chiunque sia, sarà un primo ministro debole e delegittimato: forse, pensano in molti, sarebbe meglio che godesse di una investitura popolare, ma questo significa nuove elezioni. Altro tempo, altra incertezza, mentre la casa brucia!

I paesi dell’Ue ostentano decisione: la Gran Bretagna ha scelto, prima esce e meglio è. Ma un conto sono le parole, un altro i fatti. Una posizione rigida rischia di aggravare le conseguenze economiche del Brexit e di polarizzare ulteriormente lo scontro tra diversi paesi dell’Ue. D’altra parte trattare i britannici troppo bene incoraggerebbe altre spinte all’uscita.

E che fare poi con scozzesi e irlandesi? Un deputato nazionalista scozzese si è conquistato un’ovazione al parlamento europeo con un intervento di strisciante servilismo implorando “non lasciateci soli”. Ma se si alimenta l’idea che la Scozia possa staccarsi dalla Gran Bretagna per rientrare nell’Ue si incoraggerebbero altri movimenti nazionali, e non a caso Rajoy ha subito aperto un fuoco di sbarramento: Scozia oggi significa Catalogna domani e la destra spagnola, che ha appena vinto le elezioni, sulla questione nazionale catalana e basca non è disposta a cedere neppure un millimetro.

Si parla di due anni per concludere la Brexit e intanto ognuno tira l’acqua al suo mulino. Renzi ne ha approfittato per strappare l’autorizzazione a uno scudo da 150 miliardi per le banche italiane, già sotto pressione per l’accumulo di crediti deteriorati e ora ulteriormente penalizzate dall’incertezza generale. Merkel deve provare a mantenere il controllo ma è incalzata a destra dalla crescita di Alternative für Deutschland, partito di destra anti Ue; come se non bastasse, i loro cugini austriaci della Fpö che avevano perso di poco le elezioni presidenziali qualche settimana fa, hanno ottenuto dai tribunali austriaci l’invalidazione del voto e la sua ripetizione. Il presidente della Repubblica Ceca ha auspicato che nel suo paese si tenga un referendum sull’appartenenza alla Ue e alla Nato…

Questo enorme caos che si è generato ai vertici dell’Ue ha un evidente risvolto positivo. Se fino a ieri la classe dominante in Europa era relativamente unita e poteva concentrare il 90 per cento delle proprie energie nell’imporre le politiche di lacrime e sangue in tutto il continente, oggi perlomeno il 50 per cento di quelle energie sono rivolte allo scontro interno alla classe dominante stessa.

Nemico diviso è già mezzo vinto, ma ad una sola condizione: che il movimento operaio riesca ad esprimere la propria politica in modo indipendente, sfruttando le divisioni dell’avversario, ma senza farsi arruolare in nessuno dei due fronti guidati dalla borghesia.

La crisi politica in Gran Bretagna

Il sistema politico inglese, il più stabile, collaudato e venerabile del continente, è a pezzi.

Il bipartitismo tra conservatori e laburisti ha garantito per generazioni la stabilità politica. Quando uno dei due partiti era troppo logorato e si screditava al governo, entrava la squadra di riserva e faceva rifiatare i titolari. Il fatto clamoroso è che oggi la borghesia britannica ha perso due partiti in un colpo solo.

Con l’elezione a sorpresa di Corbyn lo scorso anno, hanno perso almeno in parte il controllo del Labour. Oggi anche i conservatori sono letteralmente a pezzi. Cameron è finito; l’ex sindaco di Londra Boris Johnson, a capo del fronte conservatore pro Brexit, ha dovuto ritirarsi dalla corsa per la leadership, silurato dal suo “alleato” fino al giorno prima Michael Gove, ministro della giustizia.

Ora i conservatori dovranno scegliere un nuovo leader e si tenta di gettare ponti: Gove è un sostenitore del Brexit poco oltranzista e grande amico del ministro dell’economia Osborne, che era per il Remain. L’altra candidata al momento in campo, la ministra degli interni Theresa May, era tiepidamente per il Remain.

Ma un conto è gettare ponti nel vertice conservatore, un altro è mettere insieme un governo che abbia la forza per affrontare questa situazione caotica. Le elezioni anticipate sono più che un rischio. E qui entra in campo il “problema Corbyn”: per la borghesia britannica, Corbyn non è neppure lontanamente considerato uno strumento non diciamo affidabile, ma neppure utilizzabile. L’idea che possa diventare il prossimo premier è considerata inaudita.

Il Financial Times lo ha scritto senza giri di parole in un editoriale: Il Labour deve agire subito per rimuovere Jeremy Corbyn (27 giugno). Il gruppo parlamentare, selezionato sotto la precedente segreteria dominata dalla destra blairiana, ha obbedito alla voce del padrone votando 172 a 40 per la rimozione del segretario. È l’inizio di una vera e propria guerra civile nel partito laburista. “Dopo aver sguainato i pugnali, i deputati laburisti non possono più tornare indietro.” (ibid.).

Ma i blairiani potrebbero avere fatto il passo troppo lungo, i rapporti di forza sono contro di loro. La base del partito è con Corbyn, secondo l’Independent solo nell’ultima settimana 60mila persone hanno fatto richiesta di iscrizione e la maggior parte dei nuovi arrivati si iscrive con l’esplicita volontà di sostenere Corbyn nello scontro interno. C’è un movimento crescente di migliaia di persone che animano assemblee e manifestazioni di piazza a sostegno di Corbyn e contro la cricca dei “golpisti” blairiani. La burocrazia sindacale, che negli anni ’80 fu decisiva per sostenere la svolta a destra del partito laburista, per il momento appoggia Corbyn. La radicalizzazione a sinistra accelera ulteriormente.

Quanto visto finora è solo il preludio di nuove convulsioni. Nuove e profonde crepe si sono aperte nella classe dominante a livello internazionale e come sempre nella storia la crisi al vertice della società si lega alla lotta di classe e alla possibile apertura di situazioni rivoluzionarie. A livello internazionale il compito più importante è cogliere la radicalizzazione a sinistra (confermata in questi giorni dal movimento a difesa di Corbyn), farne la leva che rompa con l’illusione interclassista della riforma dell’Europa e costruire un fronte di classe che sulla base di una posizione nitidamente internazionalista e anticapitalista possa raccogliere il sostegno di quei settori popolari oggi illusi dalle sirene del nazionalismo.

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I Protagonisti

David Cameron: leader conservatore e primo ministro, ha convocato il referendum.

Ukip (United Kingdom Indepence Party): partito sciovinista di destra analogo al Front National francese o alla Lega Nord. Il capo è Nigel Farage, dimessosi il 4 luglio.

Jeremy Corbyn: storico esponente della sinistra laburista, lo scorso anno ha vinto a sorpresa le primarie del Labour diventandone il segretario, con 250mila voti e un enorme sostegno nella base operaia e fra i giovani.

Tony Blair: principale dirigente del Labour negli anni ’90, quando lo portò su posizioni apertamente liberiste e filo Usa, principale complice di Bush nelle guerre in Medio Oriente e Iraq, oggi universalmente screditato. I suoi eredi, tuttavia, hanno mantenuto una forte presenza ai vertici del partito.

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