29 Novembre 2019

Economia circolare e capitalismo? L’ennesima illusione!

Il tempo sta finendo. Questo senso di urgenza di fronte allo spettacolo della distruzione di interi ecosistemi a causa di inquinamento, deforestazione, estinzione di specie animali ed esaurimento di risorse naturali, ha rappresentato la miccia per la convocazione degli scioperi globali per il clima e per la partecipazione di massa a questi appuntamenti. Il 29 novembre sarà la data del quarto GlobalStrike. La manifestazione precede di pochi giorni l’inizio della Cop 25 (2-12 dicembre 2019), la venticinquesima conferenza della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, che a causa delle rivolte in corso in Cile è stata spostata nella capitale spagnola.

A quasi un anno dal primo sciopero globale serve che alla grande disponibilità dimostrata da giovani e giovanissimi a mobilitarsi si unisca una necessaria chiarezza ideologica. Quali sono le proposte dei Fridays For Future? Come si intende risolvere il problema della sostenibilità ambientale?

Nel dibattito pubblico si sta imponendo con sempre più forza la proposta dell’economia circolare. Quando si parla di economia circolare ci si riferisce a processi di produzione industriale che, differentemente da quelli attuali che si basano su un mix di grande consumo di risorse scarse e di energia, riduzione dei costi di produzione e massimizzazione del profitto, siano efficaci sotto il punto di vista del soddisfacimento dei bisogni ed ecosostenibili.

I processi produttivi in un regime di economia circolare si baserebbero sull’utilizzo di due tipi di materiali: quelli biologici, che quindi possono essere smaltiti senza creare problemi di inquinamento o che possono essere facilmente integrati nella biosfera e quelli tecnici, frutto del lavoro umano, e infinitamente riciclabili in successivi cicli di produzione. L’obiettivo sarebbe quello di un riciclo infinito dei materiali tecnici di modo tale che essi non si trasformino in rifiuti. Grazie alle capacità della tecnica e agli avanzamenti scientifici si potrebbe immaginare un mondo in cui l’attività dell’uomo, la sua sopravvivenza e la salvaguardia ambientale non siano inconciliabili.

La differenza di fondo che esiste tra il modello lineare (produzione, consumo, smaltimento) e quello circolare è che il secondo si basa sulla necessità di pianificazione. Per ogni fase del ciclo produttivo (dalla progettazione alla produzione, al consumo e fino alla destinazione a fine vita) si immagina che i singoli produttori, ma non solo, siano in grado di minimizzare il consumo di materia, energia e scarti di produzione. Il cerchio si chiude con attività di prevenzione per le “esternalità negative” (costi dovuti ad attività economiche private che vengono scaricati sulla collettività).

Presupposti incompatibili

L’economia circolare si basa su presupposti molto distanti da quelli del capitalismo: pianificazione, progettazione di lungo periodo, gestione armonica dei materiali e cooperazione delle filiere industriali… All’opposto, i comandamenti sacri del sistema economico attuale sono: anarchia della produzione, ricerca del profitto, riduzione dei costi di produzione e monopolio privato sulle scoperte scientifiche e tecnologiche ed è completamente utopico pensare che i padroni oggi siano disposti a scambiare i loro profitti per motivazioni filantropiche.

Il capitalismo si basa sul controllo privato dei mezzi di produzione e questo rende illusoria l’idea di poterlo pianificare in base ai bisogni sociali o ambientali. L’etichetta dell’economia circolare sarà solo il pretesto per dare alle aziende gli ennesimi lauti incentivi pubblici.

Dopo un anno di scioperi per il clima sappiamo di non poter contare su nessuno. Non sui governi come quello italiano, che ha approvato un decreto clima che di ecosostenibile non ha manco la carta su cui è stato scritto; non sulle aziende che nascondono l’iper-sfruttamento di risorse, tanto umane quanto naturali, dietro operazioni di greenwashing; non sull’Europa con le sue scadenze sempre ballerine, che proprio in questi giorni fa slittare dal 2030 al 2050 l’anno in cui si impone l’azzeramento delle emissioni di anidride carbonica e in cui ancora oggi la metà dei rifiuti prodotti pro capite viene smaltito nelle discariche.

Non possiamo contare su nessuno. Quello che le manifestazioni del Fridays dovrebbero rivendicare è la completa socializzazione di tutti i mezzi di produzione, a partire dalle imprese che inquinano maggiormente, e il controllo dei lavoratori sui processi produttivi. Il tempo è troppo poco per spenderlo dietro alle illusioni, occorre una rivoluzione!

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