6 dicembre 2016

È saltato il tappo

Renzi ha perso e ha rassegnato le dimissioni. Il risultato del referendum è senza appello: quasi venti milioni di NO hanno seppellito le controriforme costituzionali e il governo.
Il voto del 4 dicembre si inserisce completamente nell’ondata antiestablishment che sta travolgendo i governi dell’austerità in tutto il mondo. Dal voto sulla Brexit alla presidenziali Usa la rabbia contro chi non ci rappresenta si generalizza sempre più. Le minacce del crollo delle banche, della fine dell’euro, del “rischio per il sistema”che vengono ripetute incessantemente prima di queste consultazioni ottengono l’effetto contrario. Quello che i massmedia e gli “esperti” non comprendono è che la maggioranza della popolazione, certo a volte in maniera confusa e contraddittoria, non ne può più delle banche e del sistema e tenta di metterli in discussione.
Matteo Renzi è un esempio caratteristico dell’arroganza del potere. Nei suoi mille giorni di governo ha servito i poteri forti: nel discorso in cui ha annunciato le sue dimissioni lo ha rivendicato, difendendo tutto il suo operato e le sue controriforme, dal Jobs act alla Buona scuola passando per l’abolizione dell’articolo 18. Ebbene, il 4 dicembre venti milioni di italiani hanno bocciato tutto ciò, scegliendo l’unico mezzo che avevano a disposizione, un referendum Costituzionale. “Non credevo che potessero odiarmi così tanto” ha confessato Renzi ai suoi collaboratori, “Un odio distillato, purissimo”, ha aggiunto poi. La sorpresa del segretario del Pd è quella comune a tutte le élites che vivono in una torre d’avorio, lontanissimi dal comprendere cosa pensi la gente comune. Il distacco degli uomini al potere presenta delle somiglianze con quello vissuto dalla corte di Luigi XVI alla vigilia della rivoluzione. Lo riconoscono anche gli analisti più intelligenti del Capitale, come W. Munchau sul Financial Times che ha intitolato un suo editoriale pochi giorni prima del 4 dicembre “Il momento Maria Antonietta per le élite”. E sappiamo tutti come andò a finire per la Regina di Francia…
Le ragioni del No vanno infatti molto più in là della giusta contrarietà alla modifica in senso autoritario della costituzione. Alcuni mesi fa l’istituto di ricerca economica “McKinsey” ha pubblicato uno studio dal titolo molto significativo: “Più poveri dei genitori”. “Un fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato,”- si può leggere nello studio – “a livello mondiale, tra il 65% e il 70% della popolazione (tra 540 e 580 milioni di persone) si ritrova al termine del decennio 2005-2014 con redditi fermi o addirittura in calo rispetto al punto di partenza. (…) L’Italia è in assoluto il paese più colpito: il 97% delle famiglie italiane al termine di questi dieci anni è ferma al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito.”
In questi dati si trovano le ragioni dell’esito del voto del 4 dicembre. Non è un caso che il No prevalga nettamente nelle regioni meridionali colpite più duramente dalla crisi e trionfi in Sardegna con oltre il 70% dei voti. Una regione distrutta da governo e padronato che hanno creato un deserto industriale e occupazionale. In tutte le grandi città meridionali il No si impone largamente: a Napoli con il 70%, a Palermo con il 73%. A parte l’Alto Adige e la Toscana, la regione dell’ex premier, l’unica altra regione dove il Sì vince è l’Emilia – Romagna, ma solo per un soffio (50,3%).
Un dato ancora più significativo è quello del voto fra i giovani. Secondo l’analisi dell’istituto Quorum il no stravince nella fascia tra i 18 e i 34 anni, ottenendo l’81%. Il Sì prevarrebbe solo tra gli over 55, con il 53%. (fonte: SkyTg24).
É stato oggettivamente un voto di classe , come conferma ilSole24ore, “A dire no sono stati giovani, disoccupati e i meno abbienti (…) Nelle provincie italiane in cui l’imponibile non supera i 14mila euro, il Sì è rimasto ben al di sotto del dato nazionale.” Un voto di chi è stato colpito dalla crisi, ed ecco che nei 100 comuni a maggiore disoccupazione il No sorpassa il 65%.
Una classe ed una generazione senza futuro ha votato contro chi è responsabile della mancanza del futuro.
Nelle urne non è stato sconfitto solo Renzi, ma la strategia dell’intera classe dominante, che in questi mille giorni ha puntato tutte le sue carte sull’ex sindaco di Firenze. Alcuni commentatori hanno definito un azzardo la mossa di Renzi di giocarsi tutto in questo referendum. Al di là del ruolo che sempre giocano le caratteristiche personali dei protagonisti, le modifiche costituzionali non erano un capriccio del premier. Rispondevano a precise esigenze del capitalismo  e della finanza mondiale che, come recita un famoso documento di JP Morgan del 2013, consigliava ai governi del Sud Europa di “liberarsi delle influenze socialiste” presenti nelle loro Costituzioni. L’offensiva reazionaria portata avanti dal Partito democratico sul terreno sociale e dei diritti dei lavoratori necessitava di un corrispettivo sul terreno istituzionale.

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La vignetta di Forattini dopo la sconfitta del governo Fanfani nel referendum sul divorzio (1974)

Oggi questa stessa borghesia che ha appoggiato senza riserve Matteo Renzi, guarda con grande preoccupazione alle prospettive future, riassunte nel poco rassicurante (per i padroni) “Un salto nel buio”, come titola l’editoriale di Mario Calabresi, direttore de“la Repubblica”. E dal loro punto di vista, hanno tutte le ragioni. La borghesia italiana e internazionale arriva a questa crisi di governo quando ha già giocato molte delle sue carte migliori. Nel 2012, di fronte alla radicalizzazione delle lotte contro il governo Berlusconi, avevano utilizzato la carta del governo di unità nazionale con Mario Monti per imporre una politica di lacrime e sangue. Nel 2013, dall’impasse seguito alle politiche, dopo il traghettamento ad opera di Letta, sono usciti con la definitiva trasformazione del Partito democratico nel principale partito della borghesia attraverso l’ascesa “dell’uomo della provvidenza”, Matteo Renzi.
Oggi la borghesia italiana si trova senza il proprio uomo e con il Partito democratico che sarà inevitabilmente immerso nei prossimi mesi in una profonda crisi. Ulteriore complicazione: nessuno degli altri partiti borghesi o piccoli borghesi può intestarsi la vittoria. Renzi ha perso, ma né Salvini, né Berlusconi e nemmeno Beppe Grillo possono capitalizzare a proprio favore la sconfitta.
Non siamo dunque di fronte al ritorno del fascismo, con le truppe nero-verdi del centro-destra all’assalto di Palazzo Chigi.  La doverosa opposizione alla propaganda e alle azioni reazionarie della Lega Nord non giustificano la logica del meno peggio che pervade l’intellighentzia piccolo-borghese, una volta di sinistra, oggi immolata sull’altare della difesa di Renzi contro “l’eterno pericolo” Berlusconi-Salvini.
A breve termine non c’è alcuna possibilità di governo delle destre, in primo luogo perché sono troppo deboli e divise per costituire un’alternativa, in secondo luogo perché la classe dominante non è oggi interessata a una soluzione del genere.
La borghesia ha piuttosto chiaro cosa vorrebbe e lo spiega in un editoriale del 5 dicembre del Sole24ore: “I mercati si tranquillizzeranno se alle dimissioni di Matteo Renzi oggi, annunciate a sorpresa già in piena notte, seguirà la formazione in tempi rapidi di un governo che governi e che prometta di fare quel che va fatto: nuova legge elettorale, soluzione dei problemi di alcune banche senza rinvii e opacità, legge di bilancio, conferma delle riforme strutturali in cantiere, consolidamento dei conti pubblici.” Nei programmi del padronato, dopo Renzi c’è il programma di… Renzi.
La borghesia ha impellenti necessità, in primo luogo nel settore bancario. Gli attacchi al sistema bancario italiano, in primis al Monte Paschi di Siena che è a tutti gli effetti una banca già fallita (e di cui la finanza internazionale invoca il salvataggio pubblico), si scateneranno inevitabilmente nei prossimi giorni e settimane. Un terzo delle sofferenze lorde delle banche europee, pari a 276,6 miliardi è nelle mani delle 15 principali banche italiane che sono dunque sedute su una vera e propria bomba ad orologeria.
Questa volta però tra i desideri del padronato e la loro realizzazione c’è un dato di fatto: quello di venti milioni di persone che hanno detto No a tutto questo. Ogni governo “tecnico” o del “Presidente” nascerebbe all’ombra della debolezza e della totale instabilità, prodotto del voto referendario e troverebbe grande contrarietà nella società.
Inoltre, quale forza politica sarebbe disposta a sostenere un governo tecnico all’insegna dei sacrifici? Il M5S e la Lega nord vogliono capitalizzare il voto referendario a loro favore, e anche Renzi ha intenzione di rilanciare, andando alle elezioni prima possibile anche se questo potrebbe significare una vittoria di Grillo. Ad oggi dunque le elezioni anticipate sono la prospettiva più probabile, ed anche i “poteri forti” sono ormai orientati in questo senso,  ad una condizione: che la nuova legge elettorale impedisca la vittoria del M5S.
Dopo il 4 dicembre il tappo è saltato. Quel tappo di un’apparente invincibilità di Renzi e del Partito democratico che rendeva ardua l’idea nella mente di migliaia di attivisti, di lavoratori e di giovani che fosse possibile resistere e rispondere agli attacchi di governo e padronato.
La crisi politica italiana entra dunque in una nuova fase, turbolenta, ma lo fa a un livello superiore. La classe operaia italiana ha compiuto il primo passo, ha posto le basi con il voto del 4 dicembre per essere un attore protagonista nella lotta di classe e per recuperare il posto che gli spetta, a fianco dei nostri fratelli spagnoli, francesi e greci.
La natura così dirompente del NO rende più facile la costruzione di un’alternativa a sinistra a condizione che alla testa del movimento operaio ci sia una direzione degna di questo nome. Nelle settimane precedenti al referendum i vertici della Cgil e della Fiom, pur schierati a favore del NO, non hanno certo brillato di protagonismo nella loro opposizione a Renzi. Anzi, pochi giorni prima del 4 dicembre hanno sottoscritto il contratto dei metalmeccanici prima e l’ipotesi d’intesa nel Pubblico impiego poi, che accettano le indicazioni del governo e del padronato, portando a casa aumenti ridicoli per i lavoratori. L’illusione è sempre quella, tornare ai vecchi tempi della “concertazione” tra lavoratori e padroni. Non parliamo poi della sinistra Pd, sempre più residuale e sempre più fuori dal tempo, la cui proposta per uscire dalla crisi del governo Renzi sarebbe quella secondo cui “il Pd deve assumersi la responsabilità di governare” (Massimo D’Alema). Con queste posizioni è inevitabile che il Movimento 5 stelle continui a essere considerato come l’alternativa da parte di un settore di lavoratori, anche se con molto meno entusiasmo rispetto ai primi tempi.
Il voto del 4 dicembre ha svelato che esiste un’enorme carica antisistema in questo paese, l’unico problema è che tale carica non è organizzata. Non può essere organizzata dal M5S che, oltre a non avere interesse a farlo, non dispone di un programma che metta in discussione il sistema capitalista e alla prova del governo locale (Parma, Roma, Torino) è restato all’interno dei limiti imposti dal pareggio di bilancio e quindi dall’austerità.
Si può ricostruire un partito dei lavoratori solo dalle mobilitazioni sociali, dal ritorno del protagonismo della lotta di classe. Un partito che per essere all’altezza dei compiti posti dall’attuale periodo storico, dovrà imparare dagli errori del passato e rifiutare ogni compatibilità capitalista. serve un programma di rottura col sistema, di alternativa rivoluzionaria che tolga dalle mani dei super-ricchi le grandi banche e le grandi industrie, in poche parole le leve del potere economico, e le consegni nelle mani della classe lavoratrice. Nella mani di chi oggi non ha voce, di tutti quegli oppressi che il 4 dicembre sono entrati sulla scena politica, gridando il loro NO.

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