9 Settembre 2022 Davide Fiorini

E adesso? Bilanci e prospettive della lotta in Wartsila

Se c’è un punto su cui sono d’accordo tutti nel dare un’analisi della vertenza dei lavoratori Wartsila è che il corteo di sabato 3 settembre a Trieste è stata una delle manifestazioni più partecipate che la città abbia mai ospitato negli ultimi 20 anni.

Si tratta di un passaggio significativo nella lotta contro i 450 esuberi solo al patto che si riesca a rispondere alla domanda che dal minuto successivo alla fine della manifestazione in molti hanno iniziato a porsi: “e adesso?”

Non è una domanda banale e già il fatto di doverla porre ex-post significa che non si è fatto molto per darvi una risposta dalla piazza stessa.

Essere riusciti a mobilitare 15.000 persone è un risultato straordinario. Ma sedersi sugli allori di un successo che per molti è stato superiore ad ogni aspettativa significherebbe sperperare quel potenziale di lotta di cui la manifestazione del 3 ha solamente dato un assaggio, tratteggiando i contorni di un autunno nel quale vedremo moltiplicarsi mobilitazioni simili.

Unità e interclassismo.

La lotta dei lavoratori Wartsila che dura oramai da 2 mesi aveva dimostrato già da prima del 3 settembre una capacità nuova di mobilitare ed aggregare fuori dai confini del presidio di Bagnoli.

Questo risultato è frutto di 2 fattori: uno soggettivo e uno oggettivo.

Dal punto di vista oggettivo, l’annuncio degli esuberi da parte della multinazionale finlandese ha assunto i tratti di un vero e proprio affondo nel cuore di un sistema industriale già al limite della desertificazione. La difesa della Wartsila ha rappresentato la fatidica “goccia” in un vaso già ricolmo di crisi aziendali aperte (Flex, Principe, Tirso) o oramai chiuse da tempo (Ferriera, Sertubi/Jindal). La consapevolezza diffusa del peso economico di quella fabbrica e delle ripercussioni a lungo raggio della sua chiusura, è diventata il punto di partenza di una lotta generale in difesa del lavoro.

Ma se quest’attacco ha trasformato la Wartsila da ultima crisi da chiudersi in silenzio ad avanguardia della lotta sindacale a livello nazionale è solo perché la miscela di gas altamente infiammabile che la crisi industriale in provincia di Trieste ha accumulato in questi anni ha trovato nella resistenza operaia una scintilla in grado di farla esplodere.

I lavoratori, messi con le spalle al muro hanno istintivamente capito che l’unica opzione per difendere il proprio posto di lavoro era quello di organizzare una resistenza ad oltranza, contrapporre frontalmente all’azienda la propria forza organizzata, estenderla oltre i confini della fabbrica richiamando alla solidarietà altri settori di classe operaia e riappropriandosi degli strumenti tradizionali della lotta sindacale: lo sciopero, il picchetto e il blocco delle merci.

Siamo davanti alla trasformazione della quantità in qualità, un passaggio significativo e necessario per sgomberare il campo dalle teorie su una presunta “passività” della classe operaia.

La piazza del 3 settembre conferma questa analisi e rappresenta la trasposizione sul piano della mobilitazione cittadina della grande capacità di coagulo che la vertenza ha avuto sul piano strettamente sindacale nelle settimane precedenti.

Si è trattato di una piazza variegata, operaia e popolare nella quale la classe lavoratrice ha saputo svolgere un ruolo di traino, mettendo la questione di classe al centro del dibattito pubblico e sapendo ridare fiducia anche ad altri settori colpiti dalla crisi ma rimasti finora ai margini. Un appello ed un’iniezione di fiducia che è andata oltre ai confini della città, coinvolgendo lavoratori da tante realtà della regione: Electrolux di Pordenone, Fincantieri, Nidec (ex-Ansaldo), Wartsila di Genova e Napoli, Automotive di Tolmezzo.

Ma è stata anche la piazza della sfilata opportunista di pezzi di società che in questa vertenza difendono interessi di classe opposti a quelli dei lavoratori.

Sulla stampa questa eterogeneità ha assunto le tinte rosee della trasversalità “Destra e sinistra, industriali e operai, cattolici e non, la Diocesi e le anime arcobaleno, giovani e vecchi, fabbrica e palazzo” (Il Piccolo, 4 settembre).

Non poteva essere altrimenti: stare (o dire di farlo) con i lavoratori Wartsila oggi è una parola d’ordine semplice, che nei fatti può essere riempita dei significati più disparati.

Ma nell’evoluzione di questa vertenza, non manca molto al momento in cui questa unità così felicemente sbandierata da industriali, politici e istituzioni, si trasformerà nel limite principale alla difesa coerente degli interessi dei lavoratori.

Sarà un passaggio qualitativo che dimostrerà che all’approssimarsi del momento critico molti di quelli che fin’ora sono stati “compagni di viaggio” dei lavoratori, sceglieranno il lato opposto della barricata sulla quale stavano fino a qualche minuto prima. Crediamo che tanto prima si prenderà coscienza di questo fatto, soprattutto nelle organizzazioni sindacali, tanto meno doloroso e caotico sarà questo “distacco” e tanto più proficuo sarà per le sorti della lotta.

I prossimi passaggi

L’incontro al Mise di mercoledì 7 non ha fatto altro che confermare quello che già si sapeva, ovvero che Wartsila non intende cedere di un millimetro dalla sua volontà di ristrutturare il sito di Trieste e rilocalizzare parte della produzione in Finlandia.

In poche parole, i 451 esuberi sono confermati, con il crisma dell’ufficialità dato dall’attonito stupore dei ministri Giorgetti e Orlando che definiscono il muro dell’azienda “irragionevole”, “inaccettabile” e “offensivo”.

Archiviato il tavolo romano, si aprono a stretto giro una serie di passaggi fondamentali.

L’azienda ha infatti tempo fino al 12 settembre per presentare, secondo i termini di legge, un Piano di Mitigazione delle ricadute occupazionali, ovvero spiegare se e in quale modo pensa di poter ridurre gli effetti sociali della sua decisione.

Si tratta di un passaggio delicato nella misura in cui, una volta presentato il piano, le controparti hanno 30 giorni per decidere se sottoscriverlo o meno.

Se ci fosse un’intesa, si aprirebbe un percorso durante il quale si dovrebbero definire dei percorsi di riassorbimento degli esuberi (non si sa dove e a quali condizioni) o di possibile re-industrializzazione del sito (non si sa da parte di chi) al termine del quale, solo i lavoratori non ricollocati verrebbero effettivamente licenziati.

Si tratta di un salto nel buio senza protezione, se si esclude l’ennesima cassa integrazione straordinaria garantita dalle casse pubbliche.

Su questo punto bisogna essere chiari: l’azienda ha sempre mentito sapendo di mentire. La parola di Wartsila vale meno di zero e questo non può essere dimenticato il giorno in cui i lavoratori verranno messi davanti al “prendere o lasciare” tra un piano fasullo e senza prospettive e il licenziamento.

Esiste una terza opzione: quella della nazionalizzazione. Ma anche su questo punto i lavoratori devono saper valutare con attenzione i propri alleati.

Quale nazionalizzazione?

In un’epoca di scontri commerciali, crisi e guerra, la parola d’ordine delle nazionalizzazioni ha trovato ascoltatori tra un pubblico nuovo: imprenditori,economisti, politici liberisti, vescovi.

Michelangelo Agrusti (presidente Confindustria Alto Adriatico), presente in corteo ed intervistato dalla stampa ha pronunciato queste parole: “La nostra priorità è difendere la fabbrica e non la proprietà” (Il Piccolo, 4 settembre).

Il sottinteso di questa posizione, che il Presidente Agrusti avrà qualche difficoltà a spiegare al suo Vicepresidente (Andrea Bochicchio, presidente di Wartsila Italia…) è che ci sono pezzi di grande borghesia locale che capiscono che per tutelare i propri profitti non c’è limite agli strumenti che sono pronti a mettere in campo. Soprattutto quando a pagarne il prezzo sono le casse dello Stato.

Al momento infatti nessuno si è fatto avanti proponendo di rilevare la fabbrica e salvare la produzione.

Quello di Wartsila è un mercato complesso e lo stesso ex amministratore delegato di Wartsila Italia Sergio Razeto ha dovuto ammettere che, con un unico concorrente all’altezza del gruppo finlandese, la tedesca MAN, le prospettive di riprendere la produzione sotto gestione totalmente privata sono molto magre. La proposta di Razeto è una proposta ibrida che ha il merito di mettere sul tavolo i veri interessi della borghesia: intervento di Cassa Depositi e Prestiti per l’acquisto dei capannoni, trattativa pubblica sui macchinari da mantenere e su quelli da lasciar andare e individuazione di un’attività alternativa che possa continuare a produrre, certamente non i motori Wartsila la cui produzione è tutelata da brevetti.

La borghesia ha chiaro che non può fare a meno dello Stato ed i suoi rappresentanti politici non si sono tirati indietro nel sostenere una proposta di nazionalizzazione che ha tutte le caratteristiche dell’ennesima socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti.

Massimiliano Fedriga,presidente della Regione FVG , intervistato a margine del corteo del 3 settembre ha detto: “Se Wartsila vuole interrompere la produzione a Trieste non potremmo metterle le catene, ma possiamo obbligarla a dare i tempi necessari affinché in quel sito ci sia una re-industrializzazione del settore” (Il Piccolo, 4 settembre)

L’immagine del lottatore amico degli operai stride davanti a dichiarazioni come queste, che sono semplicemente l’ammissione in anticipo di una sconfitta e che nei fatti servono a guadagnare quel tempo sufficiente per indebolire la resistenza dei lavoratori, seminare confusione e per mettere in piedi un’operazione di compromesso nella quale a perdere saranno i lavoratori.

Che fare?

In questi mesi di presidio e blocco, la vertenza Wartsila ha vissuto la sua prima fase, quella dell’accumulo di forze. L’ha fatto in maniera egregia, come si è visto in piazza il 3 settembre, ed è questo il punto da cui partire.

Si è aperta adesso la seconda fase: quella della chiarezza politica, grazie alla quale poter mettere a frutto le forze raccolte in queste settimane.

Da parte sindacale purtroppo siamo ancora distanti da quest’obiettivo. Da un palco dove il gonfalone di Confindustria sventolava assieme alle bandiere sindacali, l’appello al Presidente Mattarella fatto da Michele de Palma (FIOM) tradisce una volta di più come i dirigenti sindacali abbiano fiducia in tutto e tutti… tranne che nei lavoratori e nella loro capacità di lottare e di vincere.

Quando l’editorialista del Piccolo, commentando la manifestazione, scrive “C’erano tutti per provare a lanciare, insieme, una pietra contro quel Golia venuto dal Nord e deciso a sbaraccare senza dare spiegazioni” dovrebbe avere l’onestà di aggiungere che quel “gigante” è diventato tale perché si è nutrito di fondi, prebende, permessi e autorizzazioni rilasciati esattamente da quelle istituzioni che erano in prima fila al corteo.

Si stimano infatti a circa 60 milioni gli incentivi incassati da Wartsila negli ultimi anni, compresi quelli stanziati dal Pnrr.

Il sindaco Di Piazza fa finta di essere sorpreso che Wartsila voglia andarsene da Trieste nonostante nella stessa intervista ammetta di essere egli stesso l’artefice dell’operazione con cui Wartsila ha venduto alle autorità pubbliche 30 ettari di terreni e magazzini nel 2017 per l’inaugurazione di “Free-Este” il Punto Franco extra portuale ora attivo a Bagnoli.

Non era difficile immaginare che operazioni speculative del genere (del tutto simili alla questione Piattaforma Logistica sui terreni ex-Ferriera) preludessero ad un disimpegno nel settore produttivo. Ma se il Sindaco fa finta di cadere dalle nuvole per continuare a vestire i panni dell’amico degli operai, crediamo che da parte sindacale si dovrebbe abbandonare ogni illusione in personaggi del genere.

Come abbiamo spiegato nel volantino distribuito durante il corteo e sul nostro giornale, la rilocalizzazione di Wartsila in Finlandia si inserisce pienamente nel quadro generale della “deglobalizzazione” nel quale il ruolo degli Stati sarà sempre più presente.

La chiarezza sulla natura di classe dello Stato diventa oggi centrale per delineare prospettive di lotta all’altezza di uno scontro che si si sta giocando senza esclusione di colpi.

Per questo oggi va rilanciata la mobilitazione, non solo per rispondere al muro opposto dall’azienda, ma per mettere in moto le forze vive della società che la classe operaia ha dimostrato di saper riunire sotto la bandiera della difesa del lavoro.

La prospettiva di un autunno di crisi economica ed energetica, assieme a quella di un governo di destra, reazionario e confindustriale, non possono che mettere urgenza al lavoro politico che i marxisti devono fare nei sindacati, tra i lavoratori e i giovani affinché le lotte che si apriranno nei prossimi mesi si dotino del programma e dei metodi più adatti a vincere.

– Nessuna fiducia nelle parole o piani di Wartsila. Qualsiasi proposta da parte dell’azienda è solamente il tentativo di raggiungere un compromesso al ribasso, confondere i lavoratori e fiaccarne la resistenza.

– Fuori Confindustria dai cortei sindacali.

– Nessuna trattativa è possibile con chi vuole lasciare sul lastrico migliaia di lavoratori. Nazionalizzazione senza indennizzo di Wartsila, esproprio dei capannoni e dei macchinari per garantire la continuazione della produzione sotto il controllo dei lavoratori. Neanche un bullone deve uscire dalla fabbrica.

-Gestione democratica e partecipata delle vertenze sindacali. Nessuna delega in bianco, i rappresentanti e i sindacati hanno dovere di coinvolgere i lavoratori in ogni passaggio della trattativa e sulla gestione della lotta!

– Costruire e rilanciare la mobilitazione cittadina e la solidarietà tra lavoratori convocando uno sciopero provinciale del settore privato.

-Il sindacato convochi un’assemblea nazionale dei lavoratori delle aziende in crisi per coordinare la lotta contro licenziamenti e delocalizzazioni

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