30 Luglio 2021 Michele Fabbri

Dopo l’omicidio di Voghera: come combattere la violenza razzista?

Quando martedì 20 luglio abbiamo saputo dell’omicidio di Youns El Bossettaoui, ucciso dall’assessore alla sicurezza del comune di Voghera, l’orrore e lo sdegno sono stati forti, ma non la sorpresa. Tutti gli elementi necessari per arrivare ad un fatto del genere erano presenti da tempo. L’assessore della Lega Massimo Adriatici, semplicemente, li aveva esasperati al massimo.

Appena eletto l’anno scorso, aveva acquistato nuove pistole per la polizia locale, il cui responsabile aveva deciso mesi fa di andarsene a Vigevano, per le continue tensioni.

Malumori, tensioni… ma nessuno ha fatto dei passi concreti per fermare questa deriva. E non ci stupiamo. La sindaca di Voghera, dopo giorni di silenzio imbarazzante, ha diffuso un comunicato di quattro righe per suggerire la chiusura delle attività commerciali in occasione del corteo di sabato scorso. Sempre venerdì sera, secondo il Foglio, Francesca Miracca, leghista e assessora nella giunta vogherese, già sotto accusa da mesi per voto di scambio, parlava di andare coi suoi “uomini” (i lavoratori della sua trattoria) a sparare sui manifestanti. Ovviamente dopo ha negato tutto e la sindaca ha dichiarato di non condividere le sue dichiarazioni, che in realtà erano commenti a ruota libera coi suoi clienti, che erano dell’opinione che “sabato si cercava un altro Carlo Giuliani”.

Salvini invece non ha perso tempo e subito ha dichiarato: “Non è un Far West, ma sicuramente legittima difesa”.

Il fatto importante è stata la reazione di piazza, con una manifestazione sabato 24 luglio, che nonostante la campagna terroristica della sindaca, che aveva appunto invitato i commercianti ad abbassare le serrande paventando disordini e violenze, è stata grande (circa un migliaio di persone), indignata e determinata.

A Voghera la piazza ha protestato duramente contro Salvini e il suo assessore. Ha parlato chiaramente di assassinio a sangue freddo. La maggioranza erano immigrati, spesso intere famiglie, c’erano anche italiani, molti giovani. Gravissima la scelta della Cgil di non partecipare alla manifestazione: proprio quando sarebbe necessario che le organizzazioni dei lavoratori si schierassero con nettezza a fianco di chi subisce violenza e discriminazioni, il quieto vivere burocratico ha prodotto questa diserzione.

Fatti come questo colpiscono specialmente i giovani, che giustamente non possono accettare questa “normalità” e che vogliono scendere in campo in prima persona contro il razzismo e le discriminazioni, che non sono disposti ad affidarsi alle solite buone intenzioni e a parole di circostanza.

Il razzismo fa comodo al capitalismo

Il comportamento dell’assessore è stato coerente con l’idea di sicurezza che le organizzazioni di destra hanno difeso negli ultimi trent’anni. Da quando esiste il fenomeno migratorio, la Lega e non solo, lo hanno strumentalizzato per trovare un facile consenso. Il risultato è una sottocultura reazionaria, basata su esagerazioni e anche su vere e proprie menzogne, che non vuole risolvere, ma usare i problemi sociali per avere più voti.

Questo comportamento purtroppo non ha trovato un’alternativa nelle organizzazioni dei lavoratori, che si sono limitate a denunciare gli aspetti più reazionari, ma non hanno mai provato a costruire una fronte politico-sociale alternativo a partire dalla base: le condizioni di lavoro e di vita di tutti i lavoratori e delle loro famiglie, che siano cittadini italiani o immigrati.

Prendiamo il problema della casa: in un contesto dove l’edilizia pubblica è in calo da decenni, non basta parlare in astratto del diritto alla casa, o sostenere che anche le famiglie di emigranti ne hanno diritto in base ai criteri esistenti (reddito, numero di figli, ecc.). Quando il diritto alla casa non è assicurato a tutti (solo il 4% della popolazione ha accesso a case a prezzo calmierato) è facile chiedere ai penultimi di scagliarsi contro gli ultimi della fila. Rivendicare massicci investimenti nell’edilizia pubblica e l’esproprio delle case tenute sfitte dalle grandi immobiliari, è l’unica base seria per affrontare il problema.

Da decenni critichiamo tutte le leggi razziste volute dalla destra, come la legge Bossi-Fini, ma occorre ricordare che ad inaugurare la legislazione anti-immigrati è stata la legge Turco-Napolitano, promossa negli anni ’90 da un governo di centro-sinistra.

Anche l’ossessione per la “sicurezza”, nei programmi e nelle politiche comunali, spesso non vede troppe differenze tra esponenti di destra e di centro-sinistra, che alla fine propongono tutti soluzioni basate sugli interessi della rendita immobiliare e del profitto capitalista. Tutt’al più il centrosinistra (e ora i 5 Stelle) a volte provano a ridurre le peggiori conseguenze del sistema sulle fasce della popolazione più disagiate, ma i risultati sono scarsi e non risolutivi.

Come unire i lavoratori italiani e immigrati contro la loro idea di società

In questo contesto il degrado non può che aumentare e a persone “senza fissa dimora” come Youns, resta solo l’aiuto della Caritas e di strutture pubbliche scarsamente finanziate e gestite al solo fine di tamponare qualche caso individuale, e non certo di risolvere le cause della povertà, dell’emarginazione e del degrado in cui vivono fasce crescenti della popolazione.

Sinistra classe rivoluzione al corteo di Voghera

Se qualcosa possiamo imparare della morte di Youns è che non basta gridare allo scandalo delle sceriffo leghista. Massimo Adriatici era un caso estremo. Un uomo squilibrato che in un certo contesto reazionario era diventato un simbolo, uno che andava in giro armato a “controllare le strade” di persona, del quale la Lega andava orgogliosa. Salvini ha detto che non è il Far West, dall’altra parte il segretario del Pd Letta ha fatto il controcanto dicendo che invece bisogna abolire le armi private e che gli unici armati devono essere polizia e carabinieri. Ma tra reazione “fai da te” e reazione di Stato non abbiamo proprio niente da scegliere, e che le forze dell’ordine siano pienamente implicate in episodi ripetuti di violenze arbitrarie, razzismo e discriminazioni ce lo dicono le ripetute inchieste, ultima quella sui pestaggi e le morti nelle carceri.

La risposta al razzismo e allo sfruttamento deve partire dai luoghi di lavoro, dai magazzini della logistica, dai cantieri edili, dalle campagne italiane, dove bisogna portare avanti una campagna di lotte per un salario degno e migliori condizioni di lavoro. E dai quartieri degradati, dove assieme agli emigrati sono costretti a vivere sempre più italiani poveri. Per costruire nella lotta quotidiana quella solidarietà e quella comprensione politica delle cause dei problemi, che possa unire i lavoratori e le loro famiglie indipendentemente dal luogo di provenienza.

Se vogliamo che la morte di Youns, serva a qualcosa, questa è la strada: unire tutti gli sfruttati nella lotta per un mondo dove un uomo non possa essere ammazzato in mezzo alla strada per “comportamenti sconvenienti”.

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