7 giugno 2018

Donald Trump va alla guerra (commerciale)

Non si arresta l’offensiva protezionistica di Donald Trump. Ricapitoliamo alcuni passaggi recenti.

In apertura della trattativa con la Cina l’amministrazione Trump ha presentato una “bozza di accordo quadro” nella quale indica l’obiettivo di una riduzione del deficit commerciale Usa verso la Cina di 100 miliardi di dollari in un anno e di ulteriori 100 miliardi nell’anno successivo: cifre fantasmagoriche (e del tutto irrealizzabili) da raggiungersi attraverso: riduzione delle tariffe, abolizione delle barriere normative di vario genere, abrogazione dei vincoli per gli investimenti stranieri in Cina (in particolare quelli che impongono a chi investa in Cina di farlo attraverso società miste), tutela dei brevetti, ecc.

L’essenza della “bozza” si trova nella pretesa che siano gli Stati Uniti a valutare se la Cina applicherà o meno le condizioni di un futuro (e assai problematico) accordo e, nel caso la trovino inadempiente, gli stessi Usa abbiano il diritto a imporre rappresaglie economiche senza il diritto per la Cina di opporsi o replicare in alcun modo.

Non a caso il Financial Times (Martin Wolf, 8 maggio) ha paragonato la bozza ai “trattati ineguali” imposti all’epoca del colonialismo: nessun paese sovrano, e meno di tutti la Cina, accetterebbe un trattato del genere.

 

Iran, Unione europea, settore auto

Un secondo fronte è quello aperto dalla fuoriuscita unilaterale degli Usa dall’accordo sul nucleare iraniano del 2014. Questa mossa colpisce in pieno anche gli interessi del capitale europeo, che da quando sono state allentate le sanzioni ha investito significativamente in Iran. Come nel caso delle sanzioni alla Russia, gli Usa si riservano il diritto di scegliere a discrezione i bersagli delle proprie rappresaglie: non solo le imprese che hanno direttamente investito in Iran (ad esempio la francese Total si appresterebbe a cedere ai cinesi le quote delle raffinerie iraniane che ha acquistato per non rischiare rappresaglie contro i propri interessi negli Usa), ma anche banche coinvolte nei finanziamenti, singoli amministratori di imprese o funzionari statali che abbiano avuto parte negli scambi con l’Iran.

Trump ha infine ordinato di aprire una istruttoria sul commercio di auto in base allo stesso articolo 232 con il quale sono state giustificate, in nome della “sicurezza nazionale”, le tariffe doganali imposte pochi mesi fa sull’importazione di acciaio e alluminio.

L’attacco contro l’import di auto ha scatenato cadute a catena dei valori in Borsa dei principali produttori tedeschi, giapponesi e coreani e reazioni irritate in mezzo mondo. Il colpo infatti cadrebbe a pioggia, considerata la forte divisione internazionale del lavoro che caratterizza questo settore, che tra prodotti finiti e componentistica scambia annualmente per un valore di 1.400 miliardi di dollari su scala mondiale. Anche paesi come Messico e Canada, sedi di numerosi impianti dell’industria automobilistica e primi esportatori verso gli Usa, verrebbero pesantemente colpiti.

All’obiezione che l’articolo 232, essendo relativo alla sicurezza nazionale, dovrebbe applicarsi solo in caso di guerre, Dan DiMicco, ex consigliere di Trump per il commercio ed ex manager della Nucor Steel, ha replicato ricordando che fu la potenza industriale degli Usa e in particolare del settore automobilistico a permettere loro di sconfiggere la Germania e il Giappone nella Seconda guerra mondiale… (Financial Times, 24 maggio).

L’obiettivo di Trump non è litigare con tutti ma cercare di aprire dei varchi di mercato per l’industria Usa e colpire i suoi concorrenti nei punti vulnerabili. Le minacce e le “sparate” non sono fine a se stesse, bensì sono funzionali a degli obiettivi precisi: costringere l’interlocutore a cedere o, in alternativa, sanzionarlo favorendo questo o quel settore della stessa borghesia nordamericana, tutt’ora profondamente divisa sul rapporto con l’amministrazione Trump. Questa politica implica l’abbandono quelle istituzioni “multilaterali”, a partire dal Wto, peraltro ormai da tempo paralizzate e in crisi profonda, in favore di negoziati (o minacce, a seconda della forza relativa) con gli interlocutori da scegliersi di volta in volta.

La Cina, proprio a causa della sua spettacolare ascesa industriale in questi decenni, è vulnerabile di fronte al rischio di una spirale di ritorsioni commerciali che si avviti su se stessa e infatti ha risposto con alcune concessioni; vulnerabili sono anche la Germania e l’Unione europea nel suo insieme, più che mai divisa e indebolita anche dalla sua crisi di legittimità politica, oltre che dai divergenti interessi economici dei diversi Paesi membri.

 

Il ruolo del dollaro

C’è infine un altro aspetto fondamentale. Lo scontro che si è aperto a livello mondiale non riguarda solo la produzione di merci e servizi, ma anche il capitale finanziario. La borghesia statunitense intende riaffermare il ruolo centrale del dollaro negli scambi internazionali, e questo ha delle precise conseguenze. 1) I tassi negli Usa sono in lento rialzo, reso possibile dalla crescita economica e dei valori a Wall Street. Ne consegue che il dollaro sale e i capitali tendono a orientarsi al mercato nordamericano, più remunerativo di un’Europa in cui la politica di Draghi di tassi d’interesse azzerati le possibilità di guadagno sono assai ridotte. 2) I capitali escono dai paesi della periferia più deboli (si veda il crollo del peso argentino), ma questa dinamica mette sotto pressione anche l’Europa, soprattutto nella prospettiva che il fiume di denaro facile messo in circolazione dalla Bce nella gestione Draghi vada a ridursi sensibilmente nella prossima fase. Le rinnovate pressioni dello spread su Spagna e Italia e la nuova crisi di Deutsche Bank sono nuovi segnali dei problemi pronti a esplodere in Europa.

Il terreno di compromesso tra Trump e il capitale finanziario è quindi dato da un lato dalla riforma fiscale, che ha permesso il rientro dei capitali all’estero con una tassazione ridicola e di cui le grandi multinazionali hanno ampiamente approfittato, e dall’altro dal rialzo dei tassi e del dollaro gestito dalla Fed. Il protezionismo commerciale serve quindi anche a neutralizzare gli effetti negativi di un dollaro forte sulla bilancia commerciale Usa.

Emerge come la ricerca di un nuovo equilibrio tra le diverse frazioni della grande borghesia Usa può realizzarsi solo al prezzo di scatenare nuovi e devastanti conflitti nell’economia mondiale. A dieci anni dalla grande crisi del 2008 il mondo capitalista è tutt’altro che uscito dalle contraddizioni che l’hanno generata.

 

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