6 Dicembre 2019

Di sardine, bandiere e lotta di classe

Le “sardine” prendono le piazze dell’Emilia e sull’onda del successo diventano in pochi giorni un movimento a diffusione nazionale.

La molla che ha fatto scattare la prima mobilitazione, quella di Bologna del 14 novembre, è stata la presenza di Salvini nel capoluogo emiliano per uno dei comizi con cui batte in modo capillare la regione in vista delle elezioni del 26 gennaio. Circa 15mila persone si sono presentate in Piazza Maggiore rispondendo all’appello delle “sardine”, mentre la stessa sera un corteo promosso dai centri sociali formato da 2-3000 persone, in gran parte giovani, veniva fermato dalla celere mentre tentava di dirigersi al Paladozza, dove interveniva il capo della Lega.

Il successo di Bologna è stato rapidamente replicato negli altri capoluoghi emiliani, per poi estendersi ad altre piazze soprattutto nelle grandi città: Palermo, Milano, Napoli, Genova. Punto di arrivo la manifestazione del 14 dicembre in Piazza San Giovanni, a Roma.

Una piazza composita

È un movimento innanzitutto d’opinione, che non si definisce socialmente, non dice quali interessi vuole difendere nella società, ma che fa appello a valori, idee, sentimenti: l’antirazzismo, la solidarietà, la pace…

La presenza delle piazze è di conseguenza composita. Se la parte dominante è formata dall’elettorato del Pd e dei suoi satelliti, ci sono anche settori di giovani che sono andati perché era il modo più semplice di manifestare contro il razzismo e la demagogia reazionaria di Salvini. Del resto manifestazioni antifasciste e antirazziste non sono mancate in questi anni, e non a caso alcune delle piazze che hanno risposto di più (come Genova e la stessa Bologna) già avevano visto presenze importanti e combattive.

La composizione eterogenea delle piazze si dimostra anche dalla buona accoglienza che hanno avuto quasi ovunque i nostri militanti nel diffondere e discutere: l’ostentato apoliticismo dei promotori del movimento non rappresenta quindi l’intera piazza. Riportano i nostri compagni dalla manifestazione di Parma: “Nonostante il clima fosse intriso di questo spirito del “tutto fuorché Salvini”, tra i giovani con cui abbiamo discusso non abbiamo minimamente riscontrato ostracismo e ostilità nei confronti di simboli e materiali di natura politica, ma curiosità e disponibilità alla discussione politica”. Analoga apertura nelle piazza di Piacenza e di Reggio Emilia e molte altre.

Tuttavia sarebbe sbagliato vedere in questo movimento l’espressione di qualcosa di embrionale, incipiente, in cerca di definizione. Non servono dietrologie per vedere che i suoi promotori si sono posti l’obiettivo di ricreare una “piazza di centrosinistra”, o una “piazza del Pd”. Il rifiuto delle bandiere per costoro nasce semplicemente dal fatto che la bandiera politica che li rappresenta gode di ben poca credibilità.

Il manifesto delle sardine: vuoto spinto

Il manifesto lanciato in rete a firma “6000 sardine” si distingue per essere davvero un monumento al vuoto assoluto. Il testo se la prende con dei non precisati “populisti” che diffondono odio e menzogne in rete (verissimo). E tanto per distinguersi dal “populismo” si definiscono “un popolo di persone normali, di tutte le età: amiamo le nostre case e le nostre famiglie, cerchiamo di impegnarci nel nostro lavoro, nel volontariato, nello sport, nel tempo libero. Mettiamo passione nell’aiutare gli altri, quando e come possiamo. Amiamo le cose divertenti, la bellezza, la non violenza (verbale e fisica), la creatività, l’ascolto.”

La verginità politica dei promotori peraltro è assai discutibile, e non ci sarebbe nulla di male se non fosse che le idee e le posizioni politiche da cui derivano vengono nascoste dietro questa assordante retorica da “società civile”.

Mattia Santori, ad esempio, è stato in passato un sostenitore della politica del governo Renzi in materia di infrastrutture ed energia, pubblicava articoli elogiando il famigerato decreto Sblocca Italia, criticandone semmai l’insufficiente decisionismo, ed era stato tra i firmatari di un appello contro il referendum sulle trivellazioni petrolifere (poi fallito per mancanza del quorum).

Il promotore del movimento a Firenze, Bernard Dika, era stato tra i cosiddetti millenale scelti da Renzi per inserirli nella direzione del Pd quando ne era il segretario. In rete ci sono i suoi illuminati interventi televisivi nei quali si scaglia contro quota 100 e tesse le lodi di Minniti spiegando che la sua politica sull’immigrazione poteva fermare la Lega se solo la si fosse applicata con maggiore decisione. Dika poi si è tirato da parte “per evitare strumentalizzazioni”, ma la sostanza cambia assai poco.

Non sorprende che con questo retroterra a Torino le sardine incassino l’adesione di due delle “madamine” promotrici delle manifestazioni Sì Tav dello scorso anno, che videro in piazza un’alleanza per nulla santa tra Pd, Forza Italia e Lega.

Il fiancheggiamento del Pd

Qualcuno ha paragonato le sardine al movimento dei “girotondi” dei primi anni 2000. Ma quel movimento, pur attingendo alla stessa retorica della “società civile”, delle “regole”, della “legalità”, almeno aveva il pregio di criticare frontalmente i capi del centrosinistra di allora. L’invettiva del regista Nanni Moretti contro la “burocracija”, mentre sul palco alle sue spalle un impietrito Piero Fassino (allora segretario Ds) guardava smarrito nel vuoto, aveva dato voce alla rabbia del “popolo della sinistra” contro i suoi dirigenti, che come risultato di 5 anni al governo (Prodi, D’Alema e Amato) avevano consegnato a Berlusconi una vittoria elettorale su un vassoio d’argento

Oggi invece i capi delle sardine non solo non hanno una parola di critica per il Pd, ma anzi invitano esplicitamente a sostenerlo nelle urne, a partire dalle elezioni regionali dell’Emilia Romagna del 26 gennaio prossimo.

Il manifesto a questo proposito è fin troppo chiaro: “Crediamo ancora nella politica e nei politici con la P maiuscola. In quelli che pur sbagliando ci provano, che pensano al proprio interesse personale solo dopo aver pensato a quello di tutti gli altri. Sono rimasti in pochi, ma ci sono. E torneremo a dargli coraggio, dicendogli grazie.”

Chi siano questi “politici con la P maiuscola” lo spiega sempre Santori: “Abbiamo detto che ci sentiamo rappresentanti da questo centrosinistra che qui è fatto di varie anime: i civici, il Pd, la sinistra progressista. Siamo fortunati, ma sappiamo che altrove in Italia le cose possono essere diverse. Se andrò in Piazza Maggiore il 7 dicembre al comizio di Bonaccini? Io personalmente sì, così come immagino tanti giovani che vorranno farsi un’idea e capire quel che sta succedendo, ma noi non abbiamo dogmi o statuti. Ognuno farà quel che crede”.

Pochi giorni dopo, l’annuncio dell’incontro ufficiale tra le sardine e Bonaccini.

Anche il segretario della Cgil Landini ha espresso il suo sostegno alle sardine per avere segnalato “l’emergenza democratica”. L’impegno del Pd e dell’apparato della Cgil è del resto percettibile e crescente nell’organizzazione delle mobilitazioni.

Come lottiamo contro Salvini?

Tuttavia, proprio perché alle manifestazioni hanno preso parte moltissime persone che certo non si identificano in questa rinnovata passione per il Pd, la nostra critica non deve limitarsi all’aneddotica. La domanda quindi è: perché la Lega è arrivata a raccogliere questo consenso? E come possiamo realmente sconfiggerla?

I promotori delle sardine danno la colpa ai social e all’ignoranza che fa cadere il popolino ignorante nella trappola della demagogia. Sentiamo ancora Santori: “Ricordo che in Italia il consenso in Italia non è sinonimo di qualità, dopo tutto siamo reduci da 20 anni di berlusconismo. Tutto dipende da come costruisci il consenso e su che basi. Salvini gioca sporco e la questione facebook è enorme, un social network non controllato e al momento in mano a una forza politica e a un solo pensiero”.

Il ritornello sui “vent’anni di berlusconismo” fa solo ridere. Anche chi è (relativamente) giovane come Santori può consultare la rete e scoprire che dal 1994 al 2018 il Pd e i suoi predecessori hanno governato per circa 15 anni, le altre forze a sinistra del Pd per 5, la Lega 11 e Forza Italia 12.

L’idea che il popolo ignorante voti la Lega in quanto rincoglionito prima dalle tv di Berlusconi e poi dalle campagne social di Morisi può essere creduta solo da chi non sappia nulla di quanto è avvenuto in questo paese, e a dire il vero in tutto il mondo, in questi decenni. Jobs Act, legge Fornero, leggi precarizzanti, privatizzazioni, distruzione del patrimonio pubblico, partecipazione a guerre imperialiste, austerità del bilancio pubblico, speculazioni e devastazioni ambientali… il centrosinistra porta la piena responsabilità di queste politiche tanto quanto la destra e in certi casi anche di più. Politiche che ha sempre difeso innanzitutto in nome dell’Europa.

Quanto al presunto “controllo” di facebook da parte di “una forza politica”, siamo oltre il ridicolo: facebook ci risulta essere di proprietà non di Salvini, ma di un miliardario dai noti sentimenti democratici che risponde al nome di Mark Zuckerberg.

L’analisi su cosa sia la propaganda e il controllo della comunicazione oggi in Italia, negli stessi giorni in cui i padroni della Fiat si sono appena comprati anche il gruppo editoriale Gedi (Espresso, Repubblica, 13 testate locali, varie radio fra cui Deejay, ecc.) è un tema assolutamente interessante, ma certo non lo si chiude con le chiacchiere contro le “fake news” reazionarie e razziste.

La lotta contro il razzismo e contro Salvini la si vincerà il giorno in cui entrerà in campo nel nostro paese un chiaro e limpido conflitto di classe, che spazzi via tutte le divisioni artificiali e strumentali (etniche, religiose, generazionali, ecc.) mettendo al centro la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori.

Una parola sull’“odio”

Ma è in generale tutta la retorica contro “l’odio”, pilastro della propaganda delle sardine e non solo, che andrebbe demistificata. Odio di chi? Verso chi? Generato da quali cause?

Non pretendiamo dai promotori delle sardine un completo programma politico, ma almeno di sapere da che parte si collocano quando nel mondo reale si scontrano interessi contrapposti. Ad esempio, in Bolivia c’è stato un colpo di Stato cruento, ed è ancora in corso il tentativo di resistenza delle masse: sosteniamo questa resistenza, o magari poiché il presidente deposto Morales era un po’ “populista” ce ne laviamo le mani?

E gli operai della Whirlpool o dell’Ilva, i lavoratori che perdono il posto all’Auchan o a Unicredit, hanno o no il dovere di lottare con tutte le loro forze contro i padroni che distruggono le loro vite?

A Taranto, alle domande sull’Ilva, Santori avrebbe risposto “non spetta a noi fare proposte in tema ambientale. Siamo troppo giovani e non siamo un movimento politico”. Ma non prendere posizione significa solo avallare quanto già avviene.

Predicare pace e amore a chi è oppresso, a chi è sfruttato, a chi viene ingannato da una vita non solo da Salvini, ma da tutto il mastodontico castello della propaganda e della ideologia ufficiale… diciamolo a chiare lettere: è una operazione indegna.

Lasciamolo dire a un poeta e compagno, con parole migliori delle nostre: “Bisogna restaurare l’odio di classe. Bisogna promuovere la coscienza del proletariato: i padroni ci odiano e non lo nascondono, noi dobbiamo aiutare i proletari ad avere coscienza della propria classe. (…) Le condizioni di vita di un conducente di autobus genovese dipendono dalle oscillazioni della Borsa di Hong Kong. Oggi la merce-uomo è la più svenduta, nostro dovere è raccogliere la bandiera e difendere il proletariato. Naturalmente non penso alle armi, com’è noto sono assolutamente contrario alla violenza. Parlo di odio di classe a ragion veduta: i proletari devono odiare i loro padroni come i padroni odiano loro.” (Edoardo Sanguineti, 2007)

O, come si cantava un secolo fa: “la pace fra gli oppressi, la guerra agli oppressori!”

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