Di obiezione si muore!

Valentina Miluzzo, una donna di 32 anni, incinta di due gemelli, il 15 ottobre viene ricoverata presso l’ospedale Cannizzaro di Catania per febbre alta, dolori e pressione bassa. Uno dei due feti potrebbe avere una insufficienza respiratoria. Valentina stava avendo un aborto spontaneo e il medico di turno dice al marito: “Ma il cuore batte, fino a che è vivo io non intervengo. Sono obiettore.” Dopo poche ore Valentina muore. Sì, perché in Italia, nonostante l’aborto sia garantito dalla legge 194, si muore ancora di aborto. L’articolo 9 della legge 194 afferma:” L’obiezione di coscienza da parte del personale sanitario non può essere invocata, ed esercente le attività ausiliarie quando, data la particolarità delle circostanze, il loro personale intervento è indispensabile per salvare la vita della donna in imminente pericolo”. Nel caso di Valentina questo articolo non è stato messo in pratica.

Nel nostro paese negli ultimi 30 anni i medici obiettori sono aumentati del 17,30%. In alcune regioni si registrano dati allarmanti: in Molise gli obiettori sono il 93,3% dei ginecologi, in Basilicata il 90,2%, in Sicilia l’87,6%, in Campania 81,8%, nel Lazio e Abruzzo l’80,7%. Su 94 strutture ospedaliere solo 62 effettuano interruzioni di gravidanza volontarie. Questo ha portato ad un aumento del numero di aborti clandestini e dal 2008 ad oggi si registrano 20 mila casi di interruzioni di gravidanza illegali.

L’obiezione di coscienza da parte dei medici è, spesso, determinata da una scelta di comodo per fare carriera e non rimanere marginalizzati nei piccoli reparti; in alcuni casi la “coscienza” muta improvvisamente e si trovano gli stessi medici obiettori esercitare privatamente o addirittura in maniera clandestina. In altri casi, infine, c’è la piena convinzione e volontà di far prevalere lo spirito bigotto e cattolico di chi vuole decidere della vita e del corpo delle donne.

Con l’aggravarsi della crisi economica, i tagli alla sanità pubblica sono notevoli e i reparti per le interruzioni di gravidanza e i consultori chiudono uno dopo l’altro. Se nel nostro paese c’è ancora la legge 194 che tutela il diritto di aborto, si sta facendo di tutto per sottrarre alle donne i luoghi dove poter essere applicata ed essere aiutate in momenti difficili senza essere additate di omicidio.

Nel Nord Ovest, in Trentino Alto-Adige e in Friuli c’è almeno di un consultorio pubblico per 10mila donne tra i 15-49 anni. Lo stesso scenario si verifica in Molise. E se nel Centro-Sud e Isole i consultori privati quasi non esistono, in Lombardia e Friuli-Venezia Giulia lo sono quasi un quarto del totale (56 su 209 e 6 su 22, rispettivamente), mentre in Alto-Adige lo sono la totalità (14 su 14).

Tutti i diritti conquistati con anni di battaglie da parte delle donne si stanno perdendo e la 194 subisce attacchi quotidiani sia da parte del governo ( vedi la vicenda Fertilityday) sia da parte della chiesa che impone le sue regole e i suoi diktat in tutti gli ambiti della vita privata e sociale.

Le uniche campagne che si fanno nel nostro paese per le donne riguardano l’uso del proprio corpo come strumento di procreazione, le uniche inchieste che leggiamo sui quotidiani riguardano i tassi di scarsa natalità nel nostro paese, senza preoccuparsi del fatto che ogni tre giorni muore una donna per femminicidio né del fatto che nel 2015 26 mila donne hanno presentato dimissioni volontarie dal lavoro perché non ci sono asili nido pubblici e non riescono a conciliare maternità e lavoro.

Per tutti questi motivi bisogna continuare a difendere la 194 e il diritto delle donne di scegliere come gestire la propria vita e il proprio corpo.

Ribadiamo il nostro NO all’obiezione di coscienza dentro agli ospedali, dentro ai consultori.

Non basta l’indignazione di fronte alle tragedie, è arrivato il momento di costruire un movimento di lotta per la difesa e l’ampliamento dei diritti delle donne come hanno fatto le donne polacche che con le loro lotte hanno sconfitto, almeno in parte, i piani reazionari del governo e della chiesa.

La manifestazione del 26 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne, se non vuole limitarsi ad essere solo l’ennesima marcia che esprime la rabbia delle donne, deve essere l’inizio di una mobilitazione generale che prenda esempio dalla radicalità e dalle forme di lotta vittoriose viste nelle strade di Varsavia.

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