Decreto Genova – La fine delle grandi promesse

Il crollo del ponte Morandi di Genova ha fatto emergere tutti i limiti del governo del “cambiamento” e le sue divisioni interne. Lega e M5S hanno vinto le elezioni e dato vita al Governo facendo leva sul malcontento generale verso chi ha governato negli ultimi anni. Dal 14 agosto, nel tentativo di mantenere questo consenso, le dichiarazioni e le promesse dei partiti di governo sono state tante: la nazionalizzazione delle autostrade, la ricostruzione del ponte entro cinque mesi, l’arrivo di fiumi di soldi per gli sfollati, per il porto e per le attività commerciali. Il premier Conte si è presentato a Genova un mese dopo con una bozza di decreto per strappare qualche applauso dalla piazza, ma per sapere cosa effettivamente contenesse il decreto abbiamo dovuto aspettare ancora diversi giorni. Dalla lettura del decreto si capiscono le ragioni di questi ritardi, la verità è che si è trasformato in un ulteriore terreno di scontro tra la Lega e il M5S.

Le esitazioni del governo

Si è riaperto ad esempio lo scontro sulla grandi opere, in questo caso il Terzo Valico, che la Lega avrebbe voluto ulteriormente finanziare e che ha visto la contrarietà del M5S. Lo scontro tra le due forze di governo non è una novità, l’abbiamo già visto nei giorni successivi al crollo del ponte sulla nazionalizzazione delle autostrade che ha imbarazzato non poco la Lega.

Entrambi i partiti su una cosa sono stati concordi: la necessità di adeguarsi alle compatibilità di mercato e ridimensionare le promesse fatte. Da quando il decreto è stato reso pubblico da più parti sono piovute critiche sulla sua inadeguatezza e su quanto sia lontano dalle aspettative che gli annunci e la propaganda governativa avevano generato. I 20 milioni stanziati per il trasporto locale sono del tutto insufficienti a far fronte all’isolamento di oltre 70mila persone dal resto della città, alle loro difficoltà quotidiane a raggiungere il proprio luogo di lavoro, di studio, o semplicemente un presidio sanitario, tra mezzi pubblici super affollati se non fuori uso. Sono centinaia le attività commerciali danneggiate dalla viabilità compromessa e migliaia i lavoratori delle aziende direttamente o indirettamente interessate dal crollo che rischiano il posto di lavoro e per cui il decreto non prevede neanche la cassa integrazione.

Sulla ricostruzione del ponte l’unica cosa certa sembra essere che non sarà affidata ad Autostrade o sue aziende collegate. Il decreto, che non prevede la revoca della concessione ma allo stesso tempo estromette il concessionario dalla ricostruzione, apre al rischio di ricorsi legali che potrebbero dar vita all’ennesimo percorso ad ostacoli. Su questo punto si fanno sempre più forti le pressioni, delle quali si fa interprete il presidente della Regione Giovanni Toti, per tenere l’azienda dei Benetton nella partita della ricostruzione in attesa che “la giustizia faccia il suo corso”. Il governo si trova di fronte alla sua ennesima contraddizione: salvaguardare la propria immagine “antisistema” e allo stesso tempo rispettare la legislazione borghese che con la sua giurisprudenza difende in ultima analisi la proprietà privata della classe dominante.

L’arroganza dei Benetton

Una protesta degli sfollati

Dal governo ripetono che a pagare sarà Autostrade, ma nel decreto legge vengono stanziati 360 milioni da utilizzare nel caso in cui da parte di Autostrade non arrivasse alcun versamento o in caso di ritardi. La certezza quindi che oltre al danno non ci sia anche la beffa ancora non c’è!

E infatti Autostrade non ha perso tempo ed ha subito bloccato la seconda tranche di aiuti agli sfollati del quartiere Certosa. L’arroganza padronale non ha limiti e si rivale su chi il 14 agosto ha perso tutto!

L’accentramento di poteri eccezionali nelle mani di un commissario non è una novità, l’abbiamo visto in passate situazioni emergenziali, basti pensare ai terremoti, e sappiamo benissimo come si sia sempre trasformato in uno strumento per favorire interessi privati a scapito della collettività.

La nomina del sindaco Bucci a commissario è un’altra sconfitta per i 5 Stelle. Si rafforza l’asse con Toti, fin dal principio in prima fila contro le ipotesi di nazionalizzazione, e si sconfessano sia Di Maio che Toninelli, sbilanciati verso Fincantieri e la candidatura del manager Gemme.

Come tante volte in passato ci promettono controlli e sorveglianza e non manca la costituzione dell’ennesima agenzia che dovrà monitorare lo stato delle infrastrutture del paese e che andrà a sostituire la già esistente Agenzia per la sicurezza delle ferrovie. Non abbiamo alcun dubbio sul fatto che la nuova agenzia sarà efficiente quanto la precedente!

Più passano i mesi e più emerge il vero volto di questo governo, presto i lavoratori e i giovani che in esso hanno riposto fiducia se ne renderanno conto. La pazienza dei cittadini della Valpolcevera sta finendo, capiscono che l’unica strada è la mobilitazione. La manifestazione convocata per l’8 ottobre, per denunciare l’isolamento del quartiere e l’inadeguatezza del decreto, deve essere solamente l’inizio. Saremo al loro fianco per spiegare che la rete autostradale va nazionalizzata e tutte le concessionarie, che in questi anni hanno fatto profitti da capogiro, vanno espropriate senza indennizzo. Ma questo non sarebbe sufficiente, è necessario che la gestione venga affidata a comitati di utenti e lavoratori. La ricostruzione deve essere affidata allo Stato tramite le sue aziende gestite dai lavoratori in un’ottica di economia pianificata, l’unica in grado di garantire efficienza e sicurezza.

 

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