3 luglio 2018

“Decreto dignità” – La montagna e il topolino

Il vicepremier, ministro del lavoro, dello sviluppo economico e delle politiche sociali nonché leader del primo partito italiano Luigi Di Maio ha promesso dignità. Parola grossa che vuole condensare in un decreto legge in corso di preparazione proprio mentre scriviamo.

Dignità per i lavoratori, i disoccupati, i precari, poveri che in questi dieci anni hanno pagato il prezzo maggiore della crisi del capitalismo. Vediamo ora quale topolino ha partorito questa montagna.

Lotta alla precarietà? Per i contratti a termine rimane il tetto dei 36 mesi (si parlava di ridurlo a 24); si riducono da 5 a 4 (che audacia!) i rinnovi possibil; si introdocono causali iper generiche; si allungano i termini per l’impugnazione; si chiede qualche spicciolo in più di contributi alle imprese. Sparisce l’impegno di abolire lo staff leasing.

Jobs Act: Nulla di fatto, tutto rimane come prima su articolo 18 e licenziamenti, sfuma anche l’ipotesi di elevare gli indennizzi per chi viene licenziato senza giusta causa.

Lotta alla povertà? L’idea di un salario minimo legale orario rimane confinata nelle chiacchiere da talk show.
Delocalizzazioni: Si introduce una penale per le grandi imprese (sopra i mille dipendenti) che delocalizzano all’estero nel caso abbiano goduto di contributi pubblici nei 10 anni precedenti. Una multa che certo non impressionerà le multinazionali, sempre ammesso che non venga poi stoppata in sede Ue.

Reddito di cittadinanza? “Partiamo subito”, “le coperture ci sono”, e via promettendo. Alla prova dei fatti non ne rimane traccia se non l’ipotesi di finanziare maggiormente il reddito d’inclusione varato dal governo Gentiloni (vedremo se, quanto e con quali risorse). Il reddito d’inclusione, ricordiamolo, tocca marginalmente solo un settore di poverissimi: famiglie con Isee sotto i 6mila euro e un reddito entro i 3mila, in cui ci siano figli minorenni o disabili, o disoccupati over 55.

Quanto alle ipotesi sul reddito di cittadinanza, i famosi 780 euro, Di Maio è stato chiaro: chi lo prende deve lavorare gratis per il Comune e frequentare corsi di formazione a tempo pieno accettando al massimo la terza proposta di lavoro. Sarà la manna dal cielo per gli enti di “formazione” più o meno fasulli, quasi tutti privati, i Comuni useranno i disoccupati invece di rispettare le piante organiche, ma di posti di lavoro non se ne vedrà l’ombra. Ad ogni modo per il momento anche queste sono chiacchiere da salotto.

Intervistato da Bianca Berlinguer il 26 giugno, Di Maio ha esordito dicendo che intende “porre fine alla guerra tra imprenditori e lavoratori”. Al ministro sfugge evidentemente che questa guerra viene condotta unilateralmente tutti i giorni dell’anno dai padroni (pardon, imprenditori) e che il suo frutto sono state precisamente quelle leggi come la Fornero, il Jobs Act, le privatizzazioni, le leggi precarizzanti, la Buona scuola, e decine di altre, in una lista che si allunga indietro nel tempo almeno di una trentina d’anni.
Naturalmente gli “imprenditori” non si sono fatti impressionare più di tanto e hanno iniziato subito a strillare come aquile per ridurre ulteriormente le già micragnose misure del decreto intimando che se ci sono soldi vadano a ridurre le tasse sui profitti, alle lucrose grandi opere e al pagamento degli interessi sul debito.
Se guardiamo ai contenuti reali, Di Maio finora sta seguendo una politica analoga a quella del centrosinistra e del Pd al netto della fase Renzi. Anche sul lavoro festivo senza regole, regalo del governo Monti che ha rovinato la vita a centinaia di migliaia di dipendenti del commercio con turni impossibili (e anche a molti piccoli esercenti costretti ad aperture no stop per fronteggiare la concorrenza della grande distribuzione), Di Maio propone di tornare alla situazione precedente, quando i Comuni “regolavano” le aperture (facendo sempre gli interessi della grande distribuzione); in aggiunta, ipotizza Di Maio, ci saranno 8 (otto) festività garantite. Insomma: tolti Natale e Capodanno il lavoratore avrebbe “ben” 6 tra domeniche e altre feste (Pasqua, Ferragosto…) che avrà la ragionevole certezza di poter trascorrere in libertà… Tripudio.
Di Maio sceglie un’immagine dialogante: Renzi insultava i sindacati mentre Di Maio li incontra spendendo buone parole e promesse, ma i dossier sul tavolo del Ministero sono brucianti, a partire dal caso Ilva, e non basta dire “incontreremo tutti i sindacati”, bisogna scegliere se schierarsi coi lavoratori o coi padroni.

Si ripropone con questo governo la storia del poliziotto buono (Di Maio) e di quello cattivo (Salvini) o, se si preferisce, di un pesante bastone accompagnato da una carota molto striminzita.
Il volto “riformista” e popolare del governo che Di Maio vorrebbe incarnare appare quindi assai pallido precisamente su quel terreno sociale che doveva essere il suo cavallo di battaglia. Del resto è la lezione di tutti quelli che in Europa in questi anni, da Tsipras a Hollande, hanno vinto le elezioni promettendo di cambiare rotta e sono finiti tutti, e molto rapidamente, ad applicare le ricette dell’austerità.

Il balletto continuerà quest’autunno sulle partite più pesanti della legge di bilancio, delle pensioni, ecc. Non facciamo ipotesi sulle ulteriori contorsioni, ma di una cosa siamo certi: a un certo punto il “terzo incomodo”, la classe lavoratrice, giungerà alla conclusione che se la dignità promessa non arriva con le buone maniere bisogna prendersela scendendo in campo in prima persona nelle piazze. Lavoriamo per questo!

30 giugno 2018

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