3 Luglio 2020 Jorge Martin (www.marxist.com)

David Harvey contro la rivoluzione: la bancarotta del “marxismo” accademico

David Harvey è un professore universitario e un geografo che si definisce marxista. Le sue serie di video-conferenze sul Capitale sono state viste da centinaia di migliaia di persone, una nuova generazione di giovani che si sono interessati al marxismo sulla scia della crisi del 2008. Per questi motivi, la sua recente affermazione di essere contrario al rovesciamento rivoluzionario del capitalismo ha logicamente suscitato scalpore.

Ci sono molte osservazioni critiche che potrebbero essere fatte delle idee di Harvey. Ad esempio, ci sono molti difetti nella sua teoria dell ‘”accumulazione per espropriazione” sia dal punto di vista teorico sia nelle conclusioni pratiche. Le sue lezioni sul Capitale sono in genere un’introduzione decente e di base, ma contengono anche alcuni errori gravi. In questo articolo, tuttavia, mi concentrerò solo sui suoi più recenti commenti contro la rivoluzione perché credo che mai abbia espresso questa visione in modo così chiaro, e anche perché i suoi commenti illustrano un problema comune agli accademici e anche ai riformisti.

Harvey il riformista

Il marxismo non è solo uno sforzo accademico o uno strumento di analisi. Marx ha iniziato ad analizzare e comprendere il mondo per trasformarlo, come ha sinteticamente scritto nelle sue tesi su Feuerbach. Per Marx, la pratica rivoluzionaria non era un optional, ma una parte fondamentale della sua attività politica, la conseguenza della sua analisi e la ragione per quest’ultima. Nella sua lettera a Weydemeyer, ha detto:

Per quello che mi riguarda, a me non appartiene nè il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna, nè quello di aver scoperto la lotta tra di esse. Già molto tempo prima di me degli storici borghesi avevano esposto la evoluzione storica di questa lotta delle classi e degli economisti borghesi avevano esposto l’economia delle classi. Quello che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare: 1) che l’esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione; 2) che la lotta delle classi necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3) che questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi”. (Marx a J. Weydemeyer a New York, 5 marzo 1852)”

Quindi, cosa ha detto Harvey sulla rivoluzione e in quale contesto l’ha detto? I commenti sono stati fatti nel dicembre 2019 in un episodio delle sue “Cronache anticapitaliste”, chiamato “Disordini globali” che tratta delle rivolte rivoluzionarie che si stavano verificando in quel momento in Ecuador, Cile, Libano, ecc. Il video completo (sotto ) e la trascrizione del discorso di Harvey è disponibile online, il che è sempre meglio dell’uso dei brevi frammenti che sono stati diffusi sui social media. Citerò a lungo in modo che non vi sia alcuna possibilità di distorcere o interpretare erroneamente le sue opinioni.

Ci sono due premesse fondamentali del suo discorso, che sono corrette e con le quali possiamo concordare. Prima di tutto, stavamo assistendo all’epoca a un’esplosione mondiale di movimenti di protesta. “Quindi guardi la situazione e dici bene, c’è qualcosa che sta succedendo qui che suggerisce che a livello globale ciò che stiamo vedendo sono alcune proteste di massa di vario genere”. Direi che una caratteristica importante di quei movimenti era che avevano caratteristiche insurrezionali, ma concordiamo sul fatto che questo non era solo un fenomeno isolato in uno o in un altro paese. Harvey inizia con la rivolta in Cile, poi parla della rivolta in Ecuador nell’ottobre 2019, del Libano, dell’Iraq e del movimento dei gilet jaunes in Francia.

Stranamente, aggiunge il colpo di stato in Bolivia all’elenco:

“Allo stesso tempo, in una direzione piuttosto diversa, abbiamo avuto un tumulto in Bolivia. E c’erano state le elezioni. C’era il diffuso sospetto che Morales, il presidente, non avesse ottenuto così tanti voti come aveva detto di aver ottenuto. E quello che abbiamo visto è stato, in un certo senso, una dimostrazione di massa di destra. E il presidente e il suo governo sono dovuti effettivamente fuggire dal paese e chiedere asilo in Messico, che gli è stato concesso. E così ancora movimenti di massa per le strade, con gruppi in conflitto che si scontrano fra di loro.”

Quindi, pur riconoscendo che il movimento era “in una direzione diversa” e che questa era una “manifestazione di massa di destra”, manca il punto cruciale: il governo di Evo Morales è stato rovesciato da un colpo di stato, in cui i militari sono andati in TV e gli hanno dato un ultimatum. Questo non è un piccolo dettaglio e certamente nessun marxista avrebbe inserito nella stessa categoria movimenti rivoluzionari e movimenti controrivoluzionari, cercando di analizzarli insieme, come se avessero la stessa causa.

Ma procediamo. Il secondo punto su cui possiamo concordare con Harvey è quando afferma che il problema non è il neoliberismo, ma piuttosto il capitalismo stesso:

“Ci sono due modi in cui puoi pensare a questa base economica. Il primo è dire che questo è un problema della particolare forma di accumulazione del capitale, la particolare forma di capitalismo, che generalmente chiamiamo neoliberismo – che il problema non è il capitalismo ma la forma neoliberista del capitalismo … esiste questo modo di guardare le cose. Non condivido questa opinione.”

Invece, dice, il suo punto di vista è:
” …che il sistema economico, il modello economico, non funzioni e che il modello economico sia quello del capitalismo. Vorrei quindi sostenere l’argomentazione secondo cui esiste, in effetti, una questione vera e molto seria. Ce ne stiamo accorgendo. Ne siamo diventati consapevoli.”

Fin qui tutto bene.
Una volta stabilito che il problema è con il capitalismo stesso e che questo è ciò che sta guidando questi movimenti di protesta in tutto il mondo, quindi, in contraddizione con la sua premessa, passa alla cautela
rispetto all’idea che il capitalismo debba essere abolito. Gli argomenti che usa non hanno alcun senso e non si basano sui fatti.

Vediamo:
“L’altra parte del problema è questa: che ai tempi di Marx se ci fosse stato un crollo improvviso del capitalismo, la maggior parte delle persone nel mondo sarebbe stata in grado di nutrirsi e riprodursi. Poiché la maggior parte delle persone era autosufficiente la dove risiedevano disponendo delle cose di cui avevano bisogno per vivere – in altre parole, le persone potevano mettere insieme la cena indipendentemente da ciò che accadeva nell’economia globale. Ora la situazione non è più questa. La maggior parte delle persone negli Stati Uniti, ma sempre più, ovviamente, in Europa e in Giappone, e ora sempre più in Cina, India e Indonesia e ovunque, dipendono interamente dalla distribuzione di cibo, dato che ottengano gli alimenti dalla circolazione del capitale. Ora, ai tempi di Marx, come ho detto, ciò non sarebbe stato vero, ma ora si tratta di una situazione in cui probabilmente circa il 70 o forse l’80% della popolazione mondiale dipende dalla circolazione del capitale al fine di assicurare la propria scorta alimentare, come per l’approvvigionamento del carburante che consentirà loro la mobilità, andando effettivamente a fornire loro tutte le necessità per essere in grado di riprodurre la loro vita quotidiana.”

Questo è un argomento incredibile contro la rivoluzione senza alcun fondamento nella realtà! Prima di tutto, anche ai tempi di Marx, i lavoratori ottenevano i loro mezzi di sussistenza dal mercato capitalista. Lavoravano per un salario e poi andavano nei negozi per procurarsi il cibo. Come adesso. Potrebbero esserci stati alcuni lavoratori a metà del diciannovesimo che coltivavano l’orto nel loro cortile (certamente non nei quartieri poveri della classe operaia nelle grandi città industriali dell’epoca), ma questo non era un fattore in grado di rendere possibile una rivoluzione unicamente in quel momento storico. Il fatto che oggi “dal 70 all’80% della popolazione mondiale dipenda dalla circolazione del capitale” per il cibo e le necessità di base, è sicuramente un fattore positivo in relazione alla possibilità di una rivoluzione! Significa che i contadini nel mondo sono stati in gran parte ridotti in termini numerici e l’agricoltura di sussistenza è stata in gran parte sostituita dall’agricoltura capitalista su larga scala. Ciò significa che il peso specifico della classe lavoratrice nella società non è mai stato maggiore. Marx spiega che, sotto il capitalismo, la classe operaia è l’unica classe rivoluzionaria. La sua crescita numerica e la sua forza potenziale sono sicuramente positive dal punto di vista della possibilità di una rivoluzione socialista, qualcosa di cui Harvey è completamente ignaro.

Inoltre, l’idea di un “improvviso collasso del capitalismo” in cui apparentemente, secondo Harvey, tutta la produzione cesserebbe, non ha nulla a che fare con una rivoluzione. Una rivoluzione socialista avviene quando i lavoratori prendono il potere politico e con esso il controllo e la proprietà dei mezzi di produzione. Questo viene poi riorganizzato attraverso un piano democratico di produzione, dagli stessi lavoratori, per soddisfare i bisogni della società.

 

Capitalismo: troppo grande per fallire?

Harvey insiste nell’equiparare una rivoluzione con un arresto improvviso di tutte le attività produttive, qualcosa che sarebbe un disastro:

“quindi questa è, penso, una situazione che posso davvero riassumere nel seguente modo: il capitale in questo momento è troppo grande per fallire. Non possiamo immaginare una situazione in cui chiuderemmo il flusso di capitale, perché se chiudessimo il flusso di capitale, l’80 percento della popolazione mondiale morirebbe di fame immediatamente, verrebbe paralizzata, non sarebbe in grado di riprodursi in modo molto efficace.” [enfasi nostra]

Questo è un esempio lampante dell’incapacità degli accademici di comprendere il potere creativo della classe operaia. Un’analisi superficiale delle rivoluzioni degli ultimi 100 anni mostra l’opposto di ciò che prevede Harvey. Qualunque importante sviluppo rivoluzionario mostra come la classe operaia si muova da sola verso il controllo delle fabbriche, della produzione alimentare, ecc., mentre sfida il potere della classe capitalista. Durante la rivoluzione cilena nel 1971-73, di fronte a una serrata reazionaria dei camionisti, i quartieri della classe operaia istituirono Juntas de Abastecimiento Popular (Comitati di approvvigionamento popolare) al fine di garantire la distribuzione del cibo. Durante la Rivoluzione spagnola, le organizzazioni della classe operaia assunsero il controllo delle fabbriche, divisero la proprietà terriera e organizzarono la distribuzione di cibo, quando i capitalisti si erano rifugiati nel campo fascista. Nello sciopero generale francese del maggio 1968, quando 10 milioni di lavoratori scioperarono e occuparono le fabbriche, i produttori contadini organizzarono il rifornimento delle città sotto il controllo dei comitati dei lavoratori. In Venezuela, la serrata padronale del 2002-2003 è stata superata dall’azione degli stessi lavoratori, che hanno rilevato le installazioni della compagnia petrolifera e l’hanno gestita sotto il proprio controllo, oltre a scatenare un movimento diffuso di occupazioni di fabbrica e controllo dei lavoratori. Questi sono tutti esempi del potere creativo dell’organizzazione della classe operaia quando si muove per trasformare la società.

In modo che non ci siano dubbi su cosa intenda, Harvey lo spiega chiaramente. Per lui, distruggere il capitalismo e costruire una nuova società è una fantasia vecchio stile:

“Quindi non possiamo permetterci alcun tipo di attacco prolungato all’accumulazione di capitale. Quindi il tipo di fantasia che si poteva sviluppare– che socialisti o comunisti e così via, potrebbero aver avuto nel 1850, che va bene così, ok, possiamo distruggere questo sistema capitalista e possiamo costruire qualcosa di completamente diverso – questo è impossibile in questo momento. Dobbiamo mantenere la circolazione del capitale in movimento, dobbiamo mantenere le cose in movimento, perché se non lo facciamo, siamo effettivamente bloccati in una situazione in cui, come ho detto, quasi tutti moriremmo di fame.” [enfasi nostra]

Ecco qua. Il capitalismo non funziona, ammette, ma allo stesso tempo non può essere distrutto. Questa è la somma totale della saggezza impotente del suo marxismo accademico. Almeno Harvey è abbastanza onesto da trarre tutte le conclusioni dal suo approccio. Se il capitalismo non può essere distrutto, tutto ciò che rimane è cercare di riformarlo:

“E questo significa che il capitale in generale è troppo grande per fallire. È troppo dominante ed è troppo necessario per noi che non possiamo permettere che fallisca. Quello che dobbiamo fare oggi in realtà è sostenerlo, cercando di riorganizzarlo e magari cambiarlo molto lentamente e nel tempo verso una configurazione diversa. Ma un rovesciamento rivoluzionario di questo sistema economico capitalista non è al momento concepibile. Non accadrà, e non può accadere, e dobbiamo assicurarci che non accada.” [enfasi nostra]

Harvey non è un cattivo critico del capitalismo, ha scritto pile di testi per criticarlo e ha tenuto molte lezioni che spiegano perché costruito per lo sfruttamento e non funziona per la maggior parte della società. Ma alla fine è fermamente contrario al suo rovesciamento rivoluzionario e la sua argomentazione è che il sistema capitalista deve essere sostenuto (!) da noi (presumo si riferisca alla sinistra o al movimento operaio), e delicatamente incalzato e spinto verso una “diversa configurazione”.

Il suo approccio completamente riformista diventa chiaro nelle sue osservazioni conclusive:

“Quindi un programma socialista, o un programma anticapitalista, del tipo che vorrei io, è quello di provare a gestire questo sistema capitalista in modo tale da impedire che sia troppo mostruoso nella sua lotta per la sopravvivenza e allo stesso tempo dobbiamo organizzare il sistema capitalista in modo che diventi sempre meno dipendente dal profitto e diventi sempre più organizzato in modo da fornire i valori d’uso a tutta la popolazione mondiale, in modo che la popolazione mondiale possa riprodursi in pace e tranquillità, piuttosto che nel modo in cui sta funzionando ora, che non è affatto pace e tranquillità, ma esplosioni improvvise. [enfasi nostra]

Questo è ciò che difende David Harvey, l’idea del tutto utopica che il capitalismo possa essere riformato, inoltre riformato in modo che invece di perseguire il profitto offra valori d’uso alla popolazione. Chiaramente, Harvey non ha imparato nulla dalla sua lettura del Capitale e il suo non è certamente un approccio marxista al capitalismo, e ancor meno alla lotta di classe. Il capitalismo si basa proprio sull’incessante ricerca del profitto. I capitalisti non sono interessati a produrre valori d’uso, ma piuttosto scambiano valori in modo da poter realizzare profitti e riprodurre capitale su scala sempre crescente. Il sistema capitalista non può essere “gestito” in modo che diventi l’opposto di quello che è, allo stesso modo in cui non si può “gestire” un predatore carnivoro per diventare vegetariano, e chiunque ci provi diventerà presto il suo pranzo. Harvey ha giustamente criticato coloro che all’interno della classe dominante sostengono la necessità di una qualche forma di “capitalismo condiviso”, ma, alla fine, la sua proposta è esattamente la stessa.

Ancora peggio, afferma che la gestione del capitalismo creerebbe un mondo di “pace e tranquillità”, a differenza di quello che abbiamo ora che è un mondo di “esplosioni improvvise”. Non solo nega la necessità e la possibilità di una rivoluzione, ma sembra considerare i movimenti rivoluzionari, come quelli del Cile e dell’Ecuador alcuni mesi fa, come fastidiose “esplosioni” che violano “la pace e la tranquillità”.

Non credo che David Harvey si sia espresso in modo così chiaro contro la rivoluzione in passato, anche se le idee in questo discorso non cadono dal cielo e sono il risultato di tutto il suo approccio. In un’intervista a Leo Panitch ha parlato di “Riforma impossibile e rivoluzione improbabile” . Ora si è espresso contro la rivoluzione e sostiene una riforma lenta e regolata.

Si basa su idee come “la classe operaia classica non esiste più” o “il neoliberismo ha conquistato le nostre menti” e quindi non è del tutto in grado di vedere cosa sta succedendo proprio davanti ai propri occhi. Le rivolte in Cile ed Ecuador in ottobre-novembre 2019 [inserire link]hanno mostrato, da un lato, la crisi del capitalismo, incapace di garantire anche i bisogni fondamentali; e dall’altro, l’enorme potere dei lavoratori quando iniziano a muoversi. In entrambi i casi grandi movimenti insurrezionali hanno sfidato il potere della classe dominante e, almeno in forma embrionale, hanno sollevato elementi di una situazione dualismo di poteri. L’Assemblea popolare e la Guardia indigena in Ecuador, i Cabildos Abiertos (assemblee di massa di quartiere), le Assemblee dei popoli e i comitati di difesa di Primera Línea in Cile, erano forme embrionali di potere della classe operaia, alla base di una nuova istituzionalità, di una nuova  società.

È vero, quei movimenti non sono finiti con una vittoria. La classe operaia non ha preso il potere. Il capitalismo non è stato rovesciato con successo. Ciò non è avvenuto per nessuno dei motivi indicati da David Harvey. Non è stato perché “il capitalismo è troppo grande per fallire”, non è stato perché una “rivoluzione è impossibile”. Ciò che mancava era una leadership marxista in grado di conquistare la maggioranza nel movimento e portarlo alla vittoria. Rimane da costruire, in Ecuador, in Cile e altrove. Sarà costruito sulla base di un serio studio delle idee di Marx e di altri marxisti. David Harvey e la sua riformista, disfattista, demoralizzata impotenza accademica sfortunatamente non saranno di alcun aiuto in questo compito.

Non puoi essere un “marxista accademico” ed essere comunque un marxista

Quando gli è stato chiesto direttamente se è un marxista, in un’intervista a Jacobin, Harvey ha risposto in questo modo:

“Mi è capitato di dire ad alcuni studenti universitari che forse dovremmo leggere Marx. Così, ho iniziato a leggere Marx e l’ho trovato sempre più attuale. In un certo senso, questa era una scelta intellettuale più che una politica. Ma dopo aver citato Marx un paio di volte favorevolmente, la gente ha presto detto che ero un marxista. Non sapevo cosa significasse, ma dopo un po’ ho rinunciato a negarlo e ho detto: “Va bene, se sono un marxista, sono un marxista, anche se non so cosa significhi”, e non so ancora cosa significhi. Ha chiaramente un messaggio politico, tuttavia, come critica del capitale.” [enfasi nostra]

Questo è molto confuso, ma non è il marxismo. Il marxismo non è solo una critica del capitale, il marxismo è una dottrina rivoluzionaria per il rovesciamento del capitalismo.

Come diceva Lenin in Stato e rivoluzione:

Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale “trattamento”. Si dimentica, si respinge, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria.

Recuperiamo la vera dottrina rivoluzionaria di Marx!

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