8 Settembre 2020 Sinistra classe rivoluzione

Dalle giornate di marzo alle mobilitazioni del futuro

Tesi approvate alla terza conferenza nazionale dei lavoratori di Sinistra classe rivoluzione (5 luglio 2020)

Pubblichiamo di seguito le tesi sindacali approvate all’unanimità alla Conferenza nazionale dei lavoratori di Sinistra Classe Rivoluzione che si è svolta alla Camera del Lavoro di Modena il 5 luglio. Qui è possibile scaricarle in formato PDF.

All’inizio di marzo veniva decretato in tutta Italia il cosiddetto lockdown: scuole, cinema, teatri, ristoranti chiusi, supermercati contingentati, divieto di lasciare la propria città. Decine di milioni di persone segregate in casa. Tutto fermo tranne la produzione di merci, anche quelle non necessarie a contrastare l’epidemia. Confindustria esercitava una pressione enorme sui governi regionali e nazionale per evitare zone rosse e continuare la produzione. Per questo motivo a marzo è esplosa la rabbia dei lavoratori.

Man mano che l’epidemia si diffondeva, i contagi e i morti aumentavano cresceva la consapevolezza tra i lavoratori che l’unico modo per obbligare il governo a chiudere le aziende era attraverso lo sciopero. Un movimento cresciuto nell’arco di pochi giorni, quando diventava sempre più evidente che nessuno era disposto ad alzare un dito in difesa dei lavoratori, con i vertici sindacali allineati a Confindustria che parlavano di astratte garanzie sanitarie, mentre la violenza del virus cresceva di ora in ora.

La sera di sabato 7 marzo il primo ministro Conte annunciava in televisione che il regime speciale attuato fino a quel momento in alcune zone del nord del paese veniva esteso in tutta Italia, ma garantendo la continuità produttiva. Questa evidente provocazione e l’immobilismo in primo luogo dei vertici della Cgil ha scatenato di fatto la mobilitazione spontanea dei lavoratori.

Prima a Pomigliano e a seguire in diverse altre grandi fabbriche tra cui Fincantieri e le aziende di Finmeccanica in tutto il paese. I lavoratori avevano tratto la conclusione che era necessario dare una spallata, con l’obiettivo consapevole di generalizzare le mobilitazioni fino a comprendere il blocco di tutte le produzioni non essenziali.

La reazione spontanea è stata interamente organizzata nelle fabbriche dagli stessi lavoratori, senza alcun ruolo della direzione sindacale. È’ questa rapida ed improvvisa tornata di scioperi che porta governo e sindacato a firmare il 14 marzo un protocollo atteso con trepidazione dai lavoratori convinti che questa volta si sarebbe tenuto conto della loro salute e quella dei loro familiari.

Niente di tutto questo, il protocollo del 14 marzo in alcun modo rispondeva alle rivendicazioni degli scioperanti ed è a questo punto che si innesca una seconda fase della mobilitazione tra il 16 e il 22 marzo che coinvolge qualche centinaia di migliaia di lavoratori in tutto il paese, che però rappresentano il sentimento di milioni di lavoratori. Una spinta dirompente e generale della classe che su questa questione si compatta nel giro di pochi giorni se non di poche ore.

Gli scioperi di marzo

La nuova mobilitazione costringe i vertici sindacali, in particolare la Cgil a tornare sui propri passi e chiedere al governo di chiudere le fabbriche non essenziali. Da qui il nuovo decreto del 22 marzo che ordina la sospensione di ogni attività entro il 25 marzo di tutte quelle aziende non essenziali, cioè quelle che non avevano un preciso codice Ateco. In quel momento milioni di lavoratori avevano la sensazione che grazie agli scioperi e alla mobilitazione si era riusciti a costringere l’apparato sindacale e di conseguenza il governo a cambiare posizione.

E almeno a parole per un breve periodo è stato così, dopo gli scioperi di metà marzo il vertice sindacale non si è più potuto limitare a parlare di garanzie sanitarie ma ha dovuto assecondare e garantire la copertura di scioperi che spesso e volentieri non aveva neanche convocato.

Si apre in quel momento la terza e più dura fase della mobilitazione, mentre i lavoratori pensavano di aver portato a casa il risultato, Confindustria iniziava ad intervenire pesantemente, le interviste provocatorie del presidente designato Bonomi, il balletto sulla lista dei codici Ateco, decine di migliaia di aziende che cambiavano dalla sera alla mattina i codici (oltre 180mila a fine aprile, Il Messaggero del 26 aprile 2020) e proseguivano la produzione chiedendo deroghe alle prefetture che in realtà non hanno mai effettuato controlli.

Aziende che, è giusto ricordare, se anche fossero state costrette a chiudere dalle prefetture (e così non è stato) non sarebbero incorse in nessun tipo di sanzione. Il tutto con i lavoratori che tornavano a mettere sotto pressione il sindacato costringendo il segretario della Cgil Landini a minacciare lo sciopero generale.

Ma lo sciopero generale non c’è stato, ci si è limitati ad uno sciopero regionale della Lombardia e del Lazio di meccanici, tessili e chimici, il 25 marzo e solo a conclusione del processo con lo scopo esplicito di aprire una nuova trattativa con il presidente del consiglio, che non ha modificato nulla di sostanziale.

Col 25 marzo e la ratifica di una nuova lista di aziende che potevano continuare a produrre, con tutte le eccezioni prima citate, si è chiusa nei fatti una prima fase, i vertici sindacali e il governo sono riusciti temporaneamente ad impantanare la mobilitazione.

Ma è evidente come questo movimento abbia espresso una nuova vitalità della classe lavoratrice, era almeno dallo scontro in Fiat del 2010 a Pomigliano che non si vedeva i lavoratori imporre agli apparati sindacali una mobilitazione. Questo per quanto riguarda una singola fabbrica, ma per rivedere una generalizzazione di scioperi spontanei bisogna risalire indietro fino al 1992-93. Si tratta di un punto di rottura fondamentale, ma su questo torneremo.

Il fatto diventa ancora più rilevante se allarghiamo lo sguardo a livello internazionale e analizziamo con cura che nei giorni successivi si sono viste mobilitazioni con le stesse caratteristiche in altri paesi, prima in Europa (Spagna, Francia) e poi nel continente americano (Usa e Canada su tutti). Una mobilitazione che ha avuto un chiaro carattere globale senza precedenti nella storia.

Una mobilitazione inferiore in numeri rispetto a quella contro il Jobs act del 2014, ma che ciò nonostante ha generato il panico negli apparati sindacali. Perché nelle “giornate di marzo” il vertice della Cgil aveva completamente perso il controllo della mobilitazione. Erano terrorizzati fino al punto che Landini ha minacciato Conte, di non costringerlo a convocare uno sciopero generale, sciopero che inevitabilmente non avrebbe avuto niente di rituale, come quelli a cui ci hanno abituato i vertici sindacali negli ultimi anni.

L’offensiva di Confindustria

A quel punto con la designazione di Bonomi, Confindustria ha deciso che non poteva stare a guardare ed ha lanciato un’offensiva su tutti i fronti.

La strategia dei padroni è di usare l’emergenza sanitaria per strappare tutte le concessioni possibili da questo governo mentre si preparano a tentare un vero e proprio sfondamento su salari, diritti, organizzazione dei lavoratori, a partire dal contratto nazionale.

Confindustria incassa 4 miliardi di riduzione dell’Irap, la parziale abolizione delle causali sui contratti a termine, un accesso più rapido alla Cassa integrazione, impegni a finanziamenti di ogni genere. Ma questo è solo l’antipasto, i padroni puntano molto più in alto.

Al governo chiedono finanziamenti a fondo perduto, e non prestiti che, a dire di Bonomi, rischiano di aprire la strada a una “nazionalizzazione strisciante”. Quindi incassano tutto quello che arriva e contemporaneamente rilanciano su ogni tavolo, dichiarando insufficienti le misure prese.

L’altro attacco fondamentale è quello rivolto ai lavoratori.

Bonomi ha parlato chiaro: è tempo di “doveri e sacrifici per tutti”. Quali sacrifici intendano fare i padroni, non è dato sapere. È invece chiarissimo cosa riservano ai lavoratori. Non solo Bonomi esige il blocco dei contratti nazionali, irridendo chi “non ha chiara la situazione” e insiste a chiedere degli aumenti.

L’obiettivo è scardinare completamente i contratti, in particolare sull’orario di lavoro che andrebbe ridefinito azienda per azienda, reparto per reparto, in deroga esplicitamente richiesta ai contratti nazionali.

Gli ammortizzatori sociali ampiamente distribuiti vengono criticati a parole, ma nella sostanza sono ben accetti ai padroni che hanno gioco facile nell’usare l’emergenza sanitaria per coprire a spese dell’Inps e dello Stato anche quei periodi di fermo produttivo dovuti alla crisi economica che avanza. Lo scontro si prepara per settembre, quando questi nodi verranno al pettine, ma già ora ne vediamo i primi segnali come ad esempio nella lotta degli operai di Cornigliano contro il disimpegno di ArcelorMittal.

Questo scontro frontale si condurrà sulla base di una crisi economica di cui è ancora difficile dare una misura. Di certo sarà la crisi più profonda e devastante di tutta la storia del capitalismo su scala mondiale.

Il calo del Pil stimato dal Fmi per l’Eurozona nel 2020 è del 7,5% con Germania a -7%, Francia a -7,2%, Italia al -9,1%.

Ma è impossibile stimare in modo credibile la portata della crisi. Interi settori come il turismo, i trasporti, moltissimi servizi dipenderanno strettamente dalla situazione sanitaria e dalle relative norme. Basti pensare alle oltre 200 milioni di presenze turistiche dall’estero. Le ripercussioni a catena della crisi sanitaria e della crisi economica a livello internazionale si riveleranno solo nei prossimi mesi e anni.

Solo in aprile l’Inps ha concesso 835,2 milioni di cassa integrazione Covid, il totale è vicino a 860 milioni di ore. In un mese è stata fatta quasi la stessa Cig dell’intero 2009; l’anno peggiore nella scorsa crisi fu il 2010 con circa 1,2 miliardi di ore di cassa integrazione nell’intero anno.

Se sommiamo gli effetti della crisi industriale, dei fallimenti di ampi settori della piccola borghesia, gli effetti sul turismo, i servizi, il settore pubblico, non è azzardato ipotizzare che nel giro di 12-24 mesi l’Italia possa vedere una disoccupazione che supera i 4 milioni di persone. Gli ammortizzatori sociali potranno coprire solo temporaneamente e in parte questa realtà che peraltro fa parte di un processo internazionale.

La questione della riduzione dell’orario di lavoro viene ora sollevata persino da un giornale come l’Avvenire, o dal Pd che pateticamente propone di ridurre orario e salario, ossia di distribuire la miseria, aspettando che passi la nottata. Ma questa crisi non è passeggera, e in ogni caso i padroni dovranno fare l’esatto contrario: milioni di disoccupati, e sfruttamento sfrenato di chi il lavoro lo conserverà.

Non a caso Bonomi prevede esplicitamente l’esplosione della crisi sociale per settembre, quando le misure di emergenza termineranno e non sarà possibile limitarsi a rinnovarle.

La capitolazione dei vertici sindacali

La borghesia italiana deve aggrapparsi all’Unione europea, ma sarà ben poco ciò che potrà ottenere. Se anche arrivassero qualche decina di miliardi a fondo perduto nei prossimi anni, cosa ancora tutta da dimostrare, non saranno certo sufficienti. Lo Stato dovrà reperire sul mercato i capitali per coprire gran parte del suo nuovo deficit, aumentando sensibilmente la spesa per interessi che già ora supera i 60 miliardi annui, oppure ricevere “aiuti” condizionati a nuovi piani di austerità. E poiché non potrà certo ridurre il deficit tassando le imprese, che anzi pretendono e otterranno defiscalizzazioni, aiuti, garanzie per i loro prestiti, l’unico modo sarà colpire i lavoratori e la piccola borghesia con tagli feroci e nuove imposte, nonché con nuovi attacchi al settore pubblico.

Di fronte a questa offensiva frontale e senza precedenti, i vertici sindacali sono completamente paralizzati. La Cgil si aggrappa spasmodicamente al governo Conte e vede come unico proprio ruolo quello di certificare la gestione del rischio sanitario. La stessa pretesa di Bonomi di destrutturare i contratti nazionali ha trovato una risposta patetica da parte del vertice sindacale. La formula magica dei dirigenti è “regolare”: va bene qualsiasi cosa, purché sia regolata attraverso accordi. Accordi che passano completamente alle spalle dei lavoratori e dei delegati, che non hanno alcuna voce in capitolo sulla loro definizione, ma devono poi gestirne le conseguenze nelle aziende.

Pertanto la Cgil si ritroverà di fronte a una serie di ultimatum sia da parte dei padroni che del governo, e li subirà tutti senza fiatare o quasi. Significativo l’atteggiamento nei confronti della Fiat: dopo avere firmato un accordo con l’esplicito obiettivo di mettere in mano all’azienda la decisione sulla riapertura, la Fiom si piega persino di fronte alla richiesta arrogante di Fca di avere garanzie dallo Stato italiano per oltre 6 miliardi di euro.

Il compagno De Palma, responsabile del settore per la Fiom, non ha vergogna di dire che questo regalo potrebbe essere l’occasione per il governo per dire la sua sui piani industriali e avviare in Fca una cogestione “alla tedesca” tra governo, sindacati e impresa. Il tutto mentre Fiat con una mano chiede soldi e con l’altra distribuisce un extra dividendo di 5,5 miliardi, di cui 1,6 vanno agli Agnelli. Analoga l’arroganza di Atlantia (Benetton), che a sua volta chiede coperture per oltre 2 miliardi.

Ma l’altro lato della medaglia di questa capitolazione dei dirigenti sindacali è la completa incapacità di controllare la classe. L’apparato sindacale di oggi non è quella di fine anni ’70, che andava nelle fabbriche a difendere la politica dei sacrifici. Al contrario, non appena si muove qualcosa sono costretti a mettersi al seguito, come si è visto negli scioperi di marzo-aprile per la chiusura delle attività non essenziali o in maggio negli scioperi dell’Ilva: scioperi che sono un segnale di quanto avverrà su scala generale nella prossima fase.

Una crisi senza precedenti

Il capitalismo è entrato in una crisi epocale, superiore a quella degli anni ’30, anche perché il sistema oggi è molto più integrato su scala globale e tutte le branchie decisive dell’economia e della società sono concentrate in pochissime mani, quelle dell’alta finanza, del capitale industriale, delle grandi banche, compagnie assicurative e di marketing.

Tutti i governi si allineano alle loro decisioni. Il potere si concentra nelle mani di un pugno di oligarchi che decidono delle nostre vite. In questa crisi sanitaria si è visto con crudezza. C’è stata una gestione spietata e classista dell’emergenza.

Le enormi pressioni esercitate sui governi per mantenere aperta la produzione, la gestione privata della sanità, il controllo delle grandi case farmaceutiche sulla ricerca medica e sui vaccini, la devastazione ambientale, questo è quello che ci offre il capitalismo, un sistema in crisi di sovrapproduzione, che mostra il suo carattere estremamente parassitario.

Tutte le decisioni che riguardano le vite di miliardi di persone si concentrano in poche mani, quelle 400-500 grandi aziende che controllano il 90% dell’economia quotata in borsa.

Si pone dunque il problema di come difendersi da questa oligarchia finanziaria e parassitaria e di come organizzare un’alternativa a questa società decadente.

Riformisti senza riforme

I riformisti che guidano le grandi organizzazioni sindacali nel mondo ritengono che queste questioni, non li riguardano, che sono i governi, la “politica” che deve occuparsene.

L’abbiamo sentito mille volte in questa crisi, con la Cgil che nel mezzo della pandemia ha dichiarato più volte: “spetta al governo decidere le riaperture”, “sono loro a decidere il quando, noi possiamo solo discutere il come”.

Si tratta di un’abdicazione di responsabilità grave, che non deriva solo dal carattere concertativo e filogovernativo della linea della Cgil, nei confronti di qualsiasi governo di centrosinistra fin dal lontano 1996 (con la parziale eccezione del governo Renzi, ma per la semplice ragione che fu Renzi a sbattere la porta in faccia alla Cgil), ma parte proprio da una concezione che dobbiamo contrastare duramente e che attiene all’idea stessa di società che hanno in testa i vertici sindacali, che sognano un modello di cogestione, secondo il sistema tedesco tra le classi lavoratrici e quelle datoriali.

Sentiamo il compagno Landini: “una nuova contrattazione collettiva come strumento per disegnare un modello nel quale imprese e lavoratori abbiano pari dignità. Dobbiamo immaginare un modello nel quale chi lavora possa partecipare e dire la sua sulle decisioni che lo riguardano e definiscono le future strategie.” (intervista a Repubblica)

Detto in altri termini si tratta di un modello di collaborazione di classe, che nei fatti subordina i lavoratori agli obiettivi del grande capitale. Il modello che proponiamo noi è di tutt’altro tipo: è conflittuale, è alternativo (non collaborativo) a quello padronale e si basa sul controllo operaio della produzione, della distribuzione e della gestione di ogni aspetto della società che riguarda la vita e la sicurezza delle persone.

Si tratta in un’ultima analisi di una forma di contropotere, che prevede la partecipazione dei lavoratori e degli strati più poveri della società e che si basa sui consigli nei luoghi di lavoro e le assemblee popolari organizzate a livello territoriale.

Qualcuno in passato ha usato il termine democrazia partecipativa. Ma il modello di Porto Alegre e dei movimenti degli anni ’90 e 2000 è entrato in crisi perché prevedeva anch’esso una linea di collaborazione con il grande capitale, di cui riconosceva l’autorità e l’intoccabilità. Voleva la partecipazione del popolo solo per gestire le briciole concesse alle amministrazioni locali dal grande capitale.

Il nostro modello si chiama democrazia consiliare ed è la più alta forma di democrazia che la storia abbia mai conosciuto.

Cosa significa? In primo luogo denunciare il carattere corrotto della democrazia rappresentativa, nella quale il popolo è chiamato ogni 5 anni a mettere la scheda in una urna per eleggere dei rappresentanti di partiti che nella quasi totalità dei casi sono totalmente subalterni agli interessi del profitto e del grande capitale. Nei pochi casi in cui non lo sono, se arrivano al governo lo diventano, nella misura in cui non sono disposti ad imboccare una strada di rottura con il sistema capitalista e le sue compatibilità. È quanto abbiamo visto con Tsipras nel 2014, dopo il referendum dell’Oki e vediamo oggi con il governo delle sinistre in Spagna.

Per cui la questione del controllo dei produttori sull’economia e sulla produzione, vale a dire dei lavoratori, attiene direttamente alla messa in discussione della proprietà privata dei mezzi di produzione, delle banche, delle compagnie finanziarie e assicurative, delle imprese strategiche, della logistica e dell’energia.

Controllo operaio e nazionalizzazione dei mezzi di produzione devono andare di pari passo, uno senza l’altro finiscono per perdere di significato e alla lunga vengono assorbiti dal capitale.

Naturalmente i lavoratori non possono prendere d’incanto il controllo dei mezzi di produzione e della finanza, devono passare per tutta una fase di lotta preparatoria in cui mettono in discussione le decisioni che vengono dall’alto opponendo la loro alternativa.

Questo concetto si riassume nel termine lotta di classe. La lotta di classe come ben sappiamo non la fanno solo i lavoratori, la fanno anche i padroni e per la verità negli ultimi trent’anni l’hanno fatta soprattutto loro, in gran parte per responsabilità dei vertici sindacali, e per quanto ci riguarda per responsabilità del principale sindacato, la Cgil, nella quale siamo assolutamente determinati a militare proprio perché è lì che si giocherà lo scontro decisivo tra la classe lavoratrice e le direzioni sindacali.

Dal movimento dei consigli ad un apparato sindacale screditato

I sindacati sono nati per organizzare le lotte, ma nel corso degli anni si sono adattati al sistema, si è sviluppato una tendenza degli apparati a fondersi con l’apparato dello Stato. Il leitmotiv non è stata più la lotta di classe ma l’accomodamento, la concertazione, che ha creato un processo di burocratizzazione che ha portato il sindacato ad essere sempre più distante dalle esigenze dei lavoratori.

La classe operaia, dopo l’autunno caldo e la grande stagione di lotta degli anni ’70, aveva dato vita al sindacato dei consigli, imponendo una rottura con le pratiche sindacali degli anni ’50 e ’60, delle commissioni interne (basate sulla concertazione) tentando in più ogni modo di contrastare questa tendenza alla burocratizzazione degli apparati attraverso l’autoorganizzazione e il movimento dei consigli di fabbrica.

Anche dopo la sconfitta alla Fiat del 1980, che ha aperto una lunga fase di riflusso sociale, abbiamo visto vivere queste tradizioni con il movimento degli autoconvocati nel 1984 e poi ancora nel 1992-93 con la “stagione dei bulloni” (tirati nelle piazze ai dirigenti sindacali) e i nefasti accordi di luglio.

Altri punti di resistenza si sono visti in seguito seppure non dal carattere nazionale. La lotta di Termini Imerese nel 2001 dove si è andati a un passo dall’occupazione degli stabilimenti, a Melfi nel 2004 con lo sciopero di 21 giorni, a Pomigliano nel 2008-2010 (dove il ruolo della nostra organizzazione è stato determinante). Il canto del cigno di quel processo c’è stato con il referendum di Mirafiori nel 2011.

Le lotte degli autoferrotranvieri, tra dicembre 2003 e gennaio 2004, assunsero tutte le caratteristiche di un movimento autoconvocato nazionale. Un movimento del tutto spontaneo che vide in prima linea i lavoratori neo assunti dell’Atm (trasporto pubblico) di Milano lottare per il rinnovo della parte economica del contratto nazionale scaduto. I sindacati confederali uscivano completamente discreditati agli occhi dei lavoratori che decisero quindi di mettere alla prova i sindacati di base, affidando loro la direzione di queste proteste. Nelle numerose assemblee autoconvocate che vi furono nei depositi, per tutto il periodo natalizio, strategico per il volume d’affari delle imprese, si discuteva e si organizzavano gli scioperi spontanei, dove decisiva fu anche la solidarietà degli utenti. Fu un fatto del tutto inedito e completamente sfuggito dal controllo dei vertici della Cgil che faticò a far rientrare la mobilitazione. Mobilitazione che venne sconfitta per l’incapacità e la logica burocratica di cui anche i Cobas erano permeati che gli impedì di dare ai lavoratori una reale direzione alternativa.

L’ultimo punto di resistenza all’omologazione sindacale, rappresentato dalla Fiom di Sabbatini e Rinaldini, pur con i limiti riformisti di questi due dirigenti, c’è stato con l’accordo di Grugliasco. Gli scioperi del 2014 sono stati eterodiretti, il gruppo dirigente ha aperto i rubinetti per richiuderli subito dopo, dimostrando di temere più la mobilitazione della classe operaia che il governo Renzi e il suo jobs act. Lo stesso era avvenuto con le pur gigantesche mobilitazioni guidate da Cofferati contro l’abolizione dell’articolo 18 nel 2002-2003.

La pagina sindacale più ingloriosa pur tuttavia c’era stata nel 2011 quando di fronte alla legge Fornero, la peggior controriforma pensionistica dai tempi della Riforma Dini, i vertici di Cgil Cisl Uil hanno messo in campo solo un patetico sciopero rituale di 3 ore, disatteso ovviamente dai lavoratori che si aspettavano ben altra mobilitazione.

Questi ultimi 10 anni di apatia sindacale, sono stati spezzati dalle lotte spontanee del marzo 2020, che si riallacciano alle migliori tradizioni dei movimenti autoconvocati. Si tratta di un punto di rottura fondamentale che come tale abbiamo analizzato nella magnifica assemblea del 30 marzo, nel quale abbiamo tirato le somme di una mobilitazione in cui siamo stati in prima linea, anche conquistando accordi importanti (il più significativo alla Ferrari) e in generale contribuendo ad alzare il livello di coscienza dei lavoratori.

Qui si evidenzia un dissenso strategico fondamentale con chi guida il Sindacato è un’altra cosa-Riconquistiamo tutto, la nostra area di riferimento fino ad oggi in Cgil, come si evince da un articolo pubblicato di recente sul sito sindacatounaltracosa.org Collegare le frammentate resistenze di classe, dove emerge una totale sottovalutazione degli scioperi del marzo e una profonda sfiducia nelle capacità della classe lavoratrice di mettere in campo una risposta di massa alle politiche padronali.

La Confindustria di Bonomi si fa partito e scende in campo sulla linea dura minacciando i contratti nazionali e la Fiat, con ogni probabilità si prepara a tornare nell’associazione. Con questa linea si trova sicuramente molto più a suo agio.

Di fronte a questi segnali allarmanti, la direzione della Cgil non solo non reagisce, ma collabora. Sembrano aver chiuso le Camere del lavoro (mandando in cassa integrazione i funzionari) nel momento in cui i lavoratori avrebbero più bisogno di loro e al vertice vanno a braccetto col padronato, sostengono l’unità nazionale e le richieste di Fca e Confindustria, limitandosi a chiedere più partecipazione per loro stessi ai tavoli decisionali.

Una linea che non esitiamo a definire sbagliata e che abbiamo contrastato in ogni modo con la mobilitazione dal basso e la campagna: “I lavoratori non sono carne da macello”.

Siamo assolutamente convinti che la classe lavoratrice reagirà con forza, spirito combattivo e creatività. Le migliori tradizioni del movimento operaio italiano torneranno in auge.

Lo abbiamo visto anche nella cosiddetta “fase 2” con la lotta di Cornigliano, della Tnt, della Jabil, con la risposta che le nostre parole d’ordine hanno ottenuto all’Ima, una delle realtà aziendali tra le più concertative in questi anni, dove i nostri compagni sono stati marginalizzati per un lungo periodo di tempo e oggi vengono ascoltati e seguiti da decine, se non centinaia di lavoratori, fino al punto che nei reparti si organizzano collette per sostenere il nostro giornale.

Già da questa estate e ancor più dall’autunno vedremo l’esplosione di mobilitazioni spontanee e autorganizzate. I vertici sindacali non potranno opporsi a questa ondata di lotte, non hanno l’autorità sufficiente per frenare i lavoratori, non siamo più nel 2009-2012 quando la classe operaia venne stordita dalla imponenza della crisi, quell’esperienza è stata già fatta e oggi siamo entrati in una fase completamente diversa.

Controllo operaio e nazionalizzazioni

La questione del controllo operaio sulla produzione tornerà ad essere un punto centrale a livello di massa così come il tema delle nazionalizzazioni.

Nel dibattito politico ed economico, il tema delle nazionalizzazioni si presenta ciclicamente allo scoppiare delle crisi strutturali del capitalismo.

L’iniziativa di richiedere la nazionalizzazione spesso viene dalla classe dominante stessa, che auspica un intervento dello stato a coprire le perdite di grandi aziende o banche private per risanarle e poi rimetterle sul mercato, in una classica operazione di socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti. Oggi Bonomi chiede addirittura di superare questo passaggio con la richiesta allo stato di fornire una quantità ingente di finanziamenti pubblici a fondo perduto. Vale a dire a gratis.

Il mondo dei balocchi per i padroni e a pagare saremmo noi. Quando erano loro a fare superprofitti con lo sfruttamento sfrenato dei lavoratori di certo non hanno socializzato un bel niente.

La richiesta di nazionalizzare le aziende in crisi, oggi non viene più neanche dalle organizzazioni del movimento operaio, come nel passato, oggi anch’esse sostengono una politica di sostegno illimitato alle aziende a fondo perduto. È la linea che sta difendendo attualmente la Cgil.

Ciò nonostante la questione delle nazionalizzazioni si imporrà nei fatti e su scala internazionale perché è un rimedio che hanno le borghesie mondiali per salvare il capitalismo in crisi. Si tratta naturalmente di nazionalizzazioni borghesi, sarebbe più corretto dire di salvataggi a spese della comunità.

In Italia, l’ultima volta che è divampata una discussione generale sulle nazionalizzazioni è stato attorno all’esplosione della crisi all’Ilva di Taranto e al crollo del ponte Morandi.

La richiesta di nazionalizzare Ilva e Autostrade è stata portata avanti in maniera fugace e anche allora ci si è limitati ad evocare un generico controllo pubblico.

Il nostro concetto di nazionalizzazione è completamente diverso.

Per noi implica l’espropriazione delle aziende sotto il controllo democratico dei lavoratori e senza indennizzo.

A questo proposito, il tenore penoso del dibattito riguardo alla revoca delle concessioni ad Autostrade, con la richiesta di risarcire un’azienda che aveva lucrato per anni alle spalle della sicurezza di milioni di cittadini, dimostra quanto solo il movimento operaio, all’interno di un programma più generale di trasformazione della società, può portare seriamente avanti questa rivendicazione.

Più di recente, l’attuale emergenza sanitaria ha fatto tornare in auge l’argomento della completa ri-nazionalizzazione del sistema sanitario nazionale che, in Italia, ha vissuto trent’anni di progressivo smantellamento e distruzione, fino ad essere completamente travolto dall’attuale pandemia. La gestione del Sistema Sanitario Nazionale, e di tutti i servizi pubblici essenziali, dev’essere affidata ai lavoratori, affiancati dagli utenti in comitati unitari.

Durante “le giornate di marzo” contro l’arroganza di Confindustria, che voleva a tutti i costi tenere aperte le fabbriche provocando il disastro che abbiamo visto in Val Seriana, c’è stata, da parte dei lavoratori, una crescita della coscienza del ruolo che occupano nella società. Un fenomeno che si è generalizzato a livello internazionale

Questa esplosione spontanea di lotta, ha fatto emergere, soprattutto nei settori essenziali, la consapevolezza di come fosse necessario garantire il controllo dal basso dei dispositivi sanitari, dei metodi e delle procedure di lavoro.

In generale, se in una prima fase, si è dedicata maggiore attenzione alla sicurezza sul lavoro e ai dpi, in una seconda fase si è cercato di controllare il più possibile le attività produttive come mezzo per contrastare i trucchi delle aziende che rendevano essenziali produzioni che non lo erano affatto e per tentare di salvare aziende che dichiaravano esuberi. Si è trattato di un fenomeno internazionale.

Il caso più eclatante in questa ottica si è visto alla General Electric negli Usa. La direzione aziendale voleva inizialmente mettere in cassa integrazione il 10 per cento dei lavoratori (un atto che preludeva a futuri licenziamenti). Come risposta, i lavoratori hanno chiesto la riconversione della produzione, per fabbricare respiratori polmonari, riassorbendo quel 10 per cento di lavoratori destinati ad uscire dalla produzione.

Naturalmente una proposta di questo genere si scontrava con la volontà del Consiglio di amministrazione che andava in tutt’altra direzione e che non era minimamente interessato a dare un contributo alla lotta contro il Covid-19 fornendo macchine di cui c’era estrema carenza alle strutture sanitarie, in un momento in cui divampava il virus che mieteva decine di migliaia di morti, soprattutto tra i più poveri e si facevano le fosse comuni nella città di New York.

La questione per noi centrale è che il controllo operaio non può essere separato dalla proprietà, che finché resta in mano ai capitalisti, non baderà alle necessità sociali ma esclusivamente ai profitti e assicurare succosi dividendi agli azionisti.

I vertici sindacali, dall’Afl-Cio, alla Cgil hanno rifiutato questo terreno, la loro posizione è sempre la stessa. Sono i governi e non loro a decidere quando interrompere la produzione e quando no. Una posizione irresponsabile che rifiuta di utilizzare l’arma dello sciopero per tutelare la salute dei lavoratori.

Il che in ultima analisi significa lasciare la decisione nelle mani delle classi dominanti, come si è visto con la totale capitolazione del governo Conte alle pressioni di Confindustria.

Soviet e consigli operai

Ogni volta che vediamo un fermento rivoluzionario, fin dai tempi della Comune di Parigi e della Rivoluzione russa, si formano in modo spontaneo degli organismi democratici della classe operaia, che assumono nomi diversi a seconda dei paesi: soviet, consigli, juntas, assemblee popolari. Organismi che nascono spontaneamente e con i quali i lavoratori tentano di imporre la loro volontà contro le scelte delle classi dominanti.

Nel suo libro sulla Rivoluzione russa del 1905 Trotskij disse: “i Soviet dei Deputati operai sorsero come risposta ad una esigenza oggettiva (…) per una organizzazione che fosse autorevole senza avere una tradizione (…) che facesse confluire in un punto le correnti rivoluzionarie all’interno del proletariato, che fosse capace di prendere l’iniziativa, che controllasse automaticamente se stessa e, soprattutto, che potesse sorgere dal nulla in non più di ventiquattro ore.”

È ben spiegata la natura di questi organismi che non nacquero per iniziativa di un partito ma all’interno del quale il peso di ogni partito operaio e di ogni posizione poteva misurarsi in un regime di democrazia operaia. I soviet, i consigli, non sono stati una prerogativa russa perché sono apparsi in ogni fermento rivoluzionario abbiamo visto nell’ultimo secolo.

Venticinque anni dopo la rivoluzione del 1905 e sulla base dell’esperienza del 1917 e delle rivoluzioni sconfitte (particolarmente in Germania), lo stesso rivoluzionario russo si farà una domanda fondamentale sui soviet.

In una lettera all’Opposizione di sinistra tedesca nel 1931: “si può prospettare il regime di controllo operaio sulla produzione come un regime stabile, ovviamente non eterno, ma abbastanza lungo?:

E si darà la seguente risposta: “Solo se poggia sulla collaborazione e non sulla lotta di classe, il regime di controllo operaio, in un regime capitalista, può avere le caratteristiche della stabilità. Una collaborazione di classe che, ovviamente, porterebbe ad una completa subordinazione dei lavoratori, e dei loro rappresentanti, a quelli del capitale. È il modello tanto sbandierato dal capitalismo tedesco con la presenza dei sindacati dentro ai consigli di amministrazione. Uno specchietto per le allodole per abbellirne la subordinazione agli interessi dei capitalisti.”

Un’idea niente affatto antiquata e superata dalla storia visto che è a questo che allude il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, come abbiamo visto in precedenza.

Una posizione, così come quella di De Palma sul prestito alla Fiat, che farà sorridere amaramente migliaia di operai del gruppo Fca, non solo in Italia, ma anche negli Usa, in Serbia, Polonia, India, Brasile, Argentina, ecc. che conoscono fin troppo bene che tipo di “pari dignità” può concepire la società guidata da John Elkann all’interno dei propri stabilimenti. Gli operai sono concreti e sanno distinguere la differenza tra le fiabe e la realtà.

Tutta la storia del gruppo Fiat, così come di tutte le aziende multinazionali dimostra che l’azienda accetta di condividere le scelte con i lavoratori (soprattutto con i loro apparati), solo quando viene minacciato il suo controllo sulla proprietà. È’ questa l’esperienza del biennio rosso e in parte dell’Autunno Caldo, quando i lavoratori con l’arma dello sciopero, fino ad arrivare all’occupazione degli stabilimenti hanno imposto la propria volontà.

Dualismo di potere

Per cui la cogestione è una fregatura da tutti i punti di vista e come tale la dobbiamo trattare. Se abbiamo ripreso queste esperienze storiche è proprio per chiarire questo concetto fondamentale che ne richiama un altro: l’indipendenza di classe, che deve essere la bussola per qualsiasi tendenza classista nel movimento operaio.

In ogni situazione di fermento rivoluzionario, e in generale in ogni avanzamento serio della lotta di classe, nei luoghi di lavoro e persino nella società si genera un vero e proprio dualismo di poteri, dove da una parte c’è la proprietà, il grande capitale e dall’altra i lavoratori che attraverso le loro rappresentanze vecchie e nuove fanno emergere il loro punto di vista di classe e tentano di imporlo.

Come rivoluzionari non intendiamo il controllo operaio come una forma di collaborazione con la borghesia, per incatenare i lavoratori alle necessità della azienda e farli identificare con essa.

Il controllo operaio serve a sfidare la borghesia. Strapparle il comando in fabbrica e all’interno dello Stato. Significa contrapporre il potere dei lavoratori e degli oppressi (vale a dire il 99% della popolazione) a quello dei padroni. Il dualismo di poteri deve tradursi nella presa del potere degli operai, il modello è quello latinamericano delle fabbriche (sono ancora oltre 400) che lavorano sotto controllo operaio, per andare oltre verso una società in cui venga abolito il capitalismo.

Se questo non avviene anche le fabbriche occupate che lavorano sotto il controllo operaio, rischiano di scadere verso il cooperativismo, che è pur sempre una forma di sfruttamento, o se si preferisce di autosfruttamento, che alla lunga produce una gerarchia aziendale e una situazione di privilegio per pochi, come è avvenuto storicamente per il movimento cooperativo.

La legge del valore di Marx, continuerà ad esistere finché esisterà il capitalismo e continuerà ad esistere per un po’ di anni anche dopo l’abbattimento dello stesso, fino a quando esisterà penuria di beni per soddisfare le necessità generali della società.

La questione del dualismo di poteri verrà sistematizzata da Lenin, con le tesi d’Aprile, dove lancerà la parola d’ordine “tutto il potere ai soviet” che sarà il preludio alla conquista del potere da parte della classe operaia. I Soviet, che avevano fatto la loro comparsa sulla scena della storia con la rivoluzione del 1905, erano l’espressione più genuina delle aspirazioni del proletariato russo, l’organo su cui doveva organizzarsi l’impalcatura della nuova società socialista.

Tra il febbraio e la conquista del potere nell’ottobre, Lenin invitata i militanti del partito bolscevico a “riflettere sul significato dei Soviet dei deputati, degli operai e dei soldati. Nella misura in cui esistono i Soviet, nella misura in cui essi sono il potere, esiste oggi in Russia uno Stato del tipo della Comune di Parigi.” (Sul dualismo di poteri, Lenin, Opere complete)

Lenin rimarcava l’utilizzo dell’espressione “nella misura in cui”, a sottolineare che il potere operaio espresso nei Soviet era in embrione. In sostanza, i Soviet rappresentavano il primo stadio di sviluppo della nuova società dentro la vecchia.

Dopo la vittoria dei bolscevichi in Russia, le tesi sul controllo operaio in fabbrica e sul governo operaio nella società, sono centrali nel quarto congresso della Terza Internazionale durante i cui lavori (così come nel terzo congresso) i dirigenti del partito bolscevico, che avevano preso il potere, provarono a generalizzare le lezioni dell’ottobre per generalizzare la rivoluzione a livello internazionale.

Rimasta senza un esito vittorioso l’ondata rivoluzionaria degli anni 1919-1921, in Ungheria, Germania e Italia, Lenin e Trotskij trasferirono la loro attenzione dall’obiettivo della presa del potere come obiettivo immediato a quello della conquista della maggioranza del proletariato (il tema della rivoluzione in occidente, dove sarebbe stato più complesso che in Russia arrivare al potere, non fu un tema introdotto da Gramsci nei Quaderni dal carcere, come erroneamente viene sostenuto da migliaia di accademici pseudomarxisti).

A questo scopo, svilupparono una serie di rivendicazioni specifiche, tra cui il fronte unico e il lavoro nei sindacati maggioritari anche quando avevano posizioni riformiste e persino reazionarie, allo scopo di rafforzare l’influenza dei comunisti nelle fabbriche appoggiando il movimento dei consigli di fabbrica, o prendendo l’iniziativa di favorire la capacità di autorganizzazione dei lavoratori, questi erano considerati tra i maggiori compiti di fronte a ogni partito comunista. A questo insegnamento si devono ispirare i militanti di Scr nei luoghi di lavoro.

L’autorganizzazione dei lavoratori e il sindacato

In questo quadro, l’instaurazione del controllo operaio sulla produzione era visto come il primo passo per conquistare gli operai alla causa della rivoluzione e mostrare che la classe lavoratrice deve organizzarsi per combattere la borghesia.

Il governo operaio può scaturire dalla generalizzazione della direzione dei lavoratori sulla produzione e viene visto come una possibilità, non una necessità.

Se il controllo della borghesia sulla produzione è sempre il controllo dei capitalisti in fabbrica, e ogni governo eletto in un parlamento borghese è sempre un governo capitalista, non è altrettanto automatico che il controllo operaio sulla produzione e il governo operaio siano strumenti di controllo e governo autenticamente proletari.

Fintanto che esisterà il sistema capitalista di produzione, e persino dopo la rivoluzione come si è visto in Russia con l’applicazione della Nep (come risultato delle pressioni dei kulaki) e persino nella breve esperienza della Repubblica socialista ungherese (durata 132 giorni). Una riflessione tanto dialettica, quanto profonda. Non entriamo qui nella questione della degenerazione stalinista e di come questa fosse il frutto della pressione imperialista e capitalista perché questo ci porterebbe lontano dagli obiettivi di questo documento.

Il controllo e il governo operaio non rappresentano una rivoluzione semplificata, né un surrogato della dittatura del proletariato, ma hanno senso solo se danno inizio ad un periodo di lotta, di violenta lotta del proletariato contro la classe dominante.

Le tesi del secondo congresso della III Internazionale dedicate ai consigli di fabbrica (gli organismi che, in quegli anni, in Italia e in Germania somigliavano ai Soviet che avevano preso il potere in Russia) iniziano sottolineando come il controllo operaio sulla produzione sia lo scopo immediato dei comitati di fabbrica e di officina contro il capitalismo.

Sul rapporto tra consigli di fabbrica e sindacati, queste tesi chiariscono come gli uni non sostituiscono gli altri. “Allo stato attuale i sindacati già rappresentano organi di combattimento centralizzati, benché non inglobino masse operaie così larghe come quelle che i consigli degli operai dell’industria possono abbracciare grazie alla loro organizzazione, accessibile a tutte le iniziative degli operai.” (L’internazionale Comunista sui consigli di fabbrica – In difesa del Marxismo n.2, AC Editoriale 2000)

Merita di essere riportata la posizione centrale del programma dei consigli di fabbrica elaborata dagli operai metallurgici di Torino nel 1919 sotto l’influenza di Antonio Gramsci: “I Consigli li incarnano invece il potere della classe lavoratrice organizzata per officina, in antitesi con la autorità padronale che si esplica nell’officina stessa; socialmente incarnano l’azione di tutto il proletariato solidale nella lotta per la conquista del potere pubblico, per la soppressione della proprietà privata.” (1919: Il programma dei consigli di fabbrica – In difesa del Marxismo n.2; AC Editoriale 2000)

Come abbiamo visto in precedenza l’esplosione di lotta di classe vissuta in Italia nell’autunno caldo del 1969 fu accompagnata dalla formazione di organismi di democrazia operaia, i consigli di fabbrica, nelle più importanti realtà industriale protagoniste di quella esplosione operaia.

In un volantino di delegati di squadra delle Ausiliarie di Mirafiori alla Fiat, di qualche mese prima, si legge: “In tutte le squadre, in tutti i reparti, dobbiamo fare assemblee e nominare i delegati per usare la forza dello sciopero e dell’unità per modificare completamente le nostre condizioni di lavoro, esercitando il controllo operaio.” (Democrazia operaia – Volantino dei delegati di squadra delle Ausiliarie di Mirafiori a fine maggio 1969 – In difesa del Marxismo n.2 – AC Editoriale 2000)

Come è storicamente noto nelle Ausiliarie il livello politico e culturale degli operai era più alto che alle Carrozzerie, dove c’erano decine di migliaia di operai provenienti dalle campagne del Sud e di recentissima proletarizzazione. Gli operai delle Ausiliarie erano iscritti in prevalenza al Psiup, che in quel momento rappresentava la sinistra sindacale in Cgil, guidata da Vittorio Foa.

Numerose testimonianze di esponenti del Psiup (come Pino Ferraris, all’epoca segretario torinese di quel partito) attestano che subirono enormi pressioni da Foa, che a sua volta subiva enormi pressioni da Novella e Lama (i due segretari generali della Cgil che si sono avvicendati nel giugno del ‘69) perché la commissione operaia del Psiup torinese abbandonasse l’idea di coordinare i neonati consigli di fabbrica fino al livello nazionale.

Perché quello avrebbe rappresentato non solo una minaccia per i dirigenti sindacali, che avrebbero avuto un concorrente alla loro sinistra, ma anche al sistema capitalista, perché costruire un coordinamento nazionale dei consigli di fabbrica significava costruire l’embrione di un potenziale stato dei lavoratori da opporre a quello dei capitalisti.

Alla fine i compagni operai del Psiup sottoposti a queste pressioni abbassarono il tiro e i delegati operai finirono con il limitare il controllo operaio alla fabbrica seppure in forme molto conflittuali. Per cui i nuovi consigli di fabbrica possono trattare con tutta la gerarchia di fabbrica, dal capo reparto fino al capo del personale. I loro compiti sono quelli di trattare fino in fondo tutti i problemi della produzione e di non limitarsi a controllare un singolo aspetto ma intervenire in tutte le sue implicazioni. I vertici della Cgil, per evitare che i consigli di fabbrica finissero fuori controllo nel 1971 li trasformarono nelle sezioni di base del sindacato confederale. Nascerà lì il famoso sindacato dei consigli.

Questi passaggi di cui sopra tuttavia non possono che richiamare alla mente la funzione che stanno assumendo oggi gli Rls, i rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Debbono controllare tutti gli aspetti dell’organizzazione del lavoro nel comparto sanitario, in una scuola come in una fabbrica o in un centro commerciale, particolarmente dopo l’esplosione dell’emergenza sanitaria nei primi mesi del 2020.

Come gli Rls debbono intervenire in tutti gli aspetti del lavoro così le Rsu (rappresentanze sindacali unitarie) non possono limitarsi a ratificare che il capo del personale e i dirigenti di un posto di lavoro hanno fatto tutto quello che era nelle loro possibilità per garantire la sicurezza dei lavoratori o, peggio, di dare consigli o aggiungere dettagli su singole questioni.

Nella nostra proposta, Rls ed Rsu debbono avere la prima e ultima parola. Se l’organizzazione del lavoro risponde agli interessi dei lavoratori come primo passo verso una nuova coscienza da parte di tutti i lavoratori di quello che deve essere il proprio ruolo, in fabbrica e nella società.

Esattamente come avveniva nell’autunno caldo. Naturalmente per avanzare questa proposta devi crederci alla possibilità di un nuovo autunno caldo e noi ci crediamo e attorno a questa prospettiva e all’autorganizzazione consiliare dei lavoratori vogliamo costruire una nuova area sindacale in Cgil.

Come si è visto, nel ’69, la via verso la presa del potere in Italia fu intralciata dalla mancanza di un partito rivoluzionario in grado di organizzare l’avanguardia del proletariato e raccogliere i settori più avanzati della classe; combinando il lavoro di costruzione del partito all’intervento nei consigli operai (organismi che rappresentano tutta la classe in situazioni rivoluzionarie) con quello nei sindacati (strutture più ampie che difendono interessi diretti e fondamentalmente economici della classe operaia). Oggi il compito di SCR è costruire quel tipo di partito, di cui ad oggi rappresentiamo solo un embrione.

Viviamo un’epoca che ha smascherato il cinismo di questo sistema economico, in cui la classe dominante non è disposta a sacrificare un centesimo dei propri profitti per tutelare la sicurezza e la salute di milioni di lavoratori.

Sono venute a galla le inefficienze e il malaffare che la fanno da padrona in un settore decisivo come quello della ricerca scientifica legata allo sviluppo dei vaccini. In questo sistema economico è il profitto la ruota che fa muovere tutti gli ingranaggi. Ma quegli ingranaggi non si sposterebbero di un millimetro se non fosse per l’opera della classe operaia. E’ venuto il momento di dire che a decidere cosa, come, quanto e quando produrre debbono essere i lavoratori, attraverso appositi consigli eletti a livello d’azienda e poi a livello territoriale, fino al livello nazionale.

Se solo pensiamo agli scandali e al malaffare che in Italia hanno contraddistinto la gestione di Autostrade, la vergognosa mancanza di manutenzione mentre si intascavano miliardi di euro (soldi dello stato e dei milioni di lavoratori che si spostano in macchina), non è difficile comprendere come solo il controllo operaio può aprire il libro nero delle truffe e degli scandali di cui sono protagonisti gli esponenti della classe dominante.

Sviluppare forme di controllo operaio, coordinarle e diffonderle, istituire consigli e comitati operai intesi non come una forma di rappresentanza fine a se stesse ma come organismi di lotta che si contrappongono al padrone in fabbrica e alla classe dominante nella società, eleggibili e revocabili in qualsiasi momento, sarà il modo migliore per sfidare il potere della classe dominante che parte dai profitti in ogni sua scelta e non certo dai bisogni della grande maggioranza della popolazione.

Il fallimento di Riconquistiamo Tutto

Per questo ci siamo trovati nel corso delle “giornate di marzo” in contrapposizione frontale con le scelte del compagno Landini e del gruppo dirigente della Cgil, che invece di puntare ad allargare le mobilitazioni e il controllo delle Rsu sulla produzione allo scopo di garantire la sicurezza dei lavoratori, si sono impegnati nella direzione opposta, frenando il movimento e assegnando al governo le decisioni che riguardavano la salute di milioni di lavoratori come se questa fosse una questione che non riguardasse il sindacato.

Si è trattato di una totale abdicazione dei compiti di un sindacato di classe che riguarda la maggior parte dei membri dell’esecutivo del Sindacato è un’altra cosa che non hanno creduto minimamente nelle potenzialità di questo movimento e che nel momento in cui i lavoratori avevano più bisogno di riferimenti classisti hanno abbandonato il campo limitandosi a qualche affermazione generica ma senza un’attiva mobilitazione rivolta ai lavoratori nelle “giornate di marzo”.

La ragione non è la cattiva volontà politica e sindacale di questi compagni, non abbiamo motivo di dubitare su questo, il problema era di analisi e come si evince dal testo già citato pubblicato sul sito del Sindacato è un’altra cosa (vedi punto 70) consideravano questo movimento inadeguato.

Inadeguato a mettere in campo quella conflittualità necessaria a determinare un cambiamento radicale della situazione della lotta di classe nel nostro paese.

Partendo da una analisi scorretta della situazione sottovalutavano l’impatto delle mobilitazioni del marzo scorso e ne traevano conclusioni assolutamente false, pessimiste e contemplative rispetto a uno dei più grandi movimenti della classe lavoratrice degli ultimi 30 anni.

Una rottura con quest’area da parte nostra e dei compagni della campagna “I lavoratori non sono carne da macello” si rende quindi inevitabile.

C’è questo al centro di queste tesi, è questo che proporremo a tutti i compagni e le compagne che hanno sostenuto la campagna. È per questo che faremo precedere la nostra Conferenza nazionale da un’assemblea dei sostenitori della campagna, perché questa non è solo una decisione di un’organizzazione, ma di un gruppo di lavoratori d’avanguardia che a prescindere dalla loro collocazione in un momento decisivo della lotta di classe hanno svolto il loro ruolo di avanguardia, mentre altri abdicavano a quella responsabilità.

Due posizioni così distanti rendono incompatibile la militanza nei nostri attivisti sindacali in un’area ormai consunta, diventata il simulacro di quello che è stata la Rete 28 aprile (con tutti i limiti) nei suoi primi anni.

Un’area che nel corso degli anni ha perso radicamento e capacità di fare un’azione sindacale efficace nei luoghi di lavoro e che francamente non ha futuro, perché è nelle prove decisive della lotta di classe che si misura la vitalità di un’area, e ancor prima nella capacità di riconoscerle.

Il ruolo del sindacalismo di base

La pandemia ha acceso i riflettori sul tema della salute, generando mobilitazioni radicali, caratterizzate dalla tendenza a fuoriuscire dalle logiche di mediazione. La classe lavoratrice ha iniziato a risvegliarsi e le prospettive di una crisi economica senza precedenti ci lasciano pensare che torneremo presto ad assistere ad un’ascesa della lotta di classe nel nostro paese e nel mondo.

Le masse tenderanno ad orientarsi alle loro organizzazioni tradizionali, esercitando una pressione enorme sui vertici sindacali, come sempre accaduto nella storia del movimento operaio, anche perché il sindacalismo di base non rappresenta una concreta alternativa.

A partire dal più consistente fino al più marginale, nessuna di queste organizzazioni ha saputo mettere a valore gli anni della crisi della Cgil durante i quali, tra larghe fasce di lavoratori, è maturato il malcontento.

L’Usb e il Si Cobas hanno conosciuto un periodo di relativa espansione. Per questioni di spazio non ci dilungheremo su altre organizzazioni che, seppur hanno un radicamento in specifici settori e luoghi di lavoro, non giocano un ruolo complessivo nel panorama della lotta di classe, come nel caso della Confederazione Cobas, della Cub e di Sgb.

Il Si Cobas si è particolarmente radicato nel settore logistico, cavalcando il malcontento maturato tra i lavoratori per le condizioni di estremo sfruttamento. Tuttavia diversi fattori hanno contribuito a limitare le possibilità di questa organizzazione.

In primo luogo i metodi: un approccio avventurista che non tiene conto dei reali rapporti di forza in campo, basato su azioni molto radicali che spesso non hanno alla base un percorso di discussione democratica tra i lavoratori, ma sono il frutto di un tentativo dei vertici di imporre dall’alto la propria linea, in assenza di un reale radicamento nei luoghi di lavoro. In alcuni casi questo approccio ha portato a svuotare di significato pratiche come i picchetti che invece di essere il frutto di una scelta consapevole dei lavoratori a fronte di un confronto democratico, vengono utilizzati per imporsi dall’esterno e tentare di “colonizzare” sindacalmente alcuni siti.

Non manca l’utilizzo strumentale (pratica in uso anche nell’Usb) dei cosiddetti “solidali”, una sorta di truppe a chiamata (in prevalenza militanti dei centri sociali), che vengono utilizzate per imporre la propria linea davanti ai posti di lavoro.

E’ il caso di Ups Milano dove il Si Cobas, con meno di dieci iscritti, il 25 ottobre scorso in occasione dello sciopero generale proclamato da Cub, Sgb, Si Cobas e Usi Cit ha imposto un picchetto, portando fuori dai cancelli 100 attivisti “solidali”, al fine di imporre la linea dello sciopero nel tentativo di costruire un radicamento in quel sito, dove noi siamo egemoni e siamo saldamente presenti con circa 150 iscritti. Una pratica che paradossalmente il Si Cobas stesso ha condannato in un video contro l’Usb, accusata di aver utilizzato strumentalmente la comunità egiziana per imporre la propria presenza nel sito Gls di Piacenza.

Oltre a questo, la mancanza di una struttura confederale e un approccio anarco-sindacalista che non distingue l’organizzazione politica da quella sindacale chiudono il quadro. La proposta di un patto d’azione con diverse realtà politiche e sindacali, lanciata ad aprile da Si Cobas e Adl Cobas, con una piattaforma, appunto, politico-sindacale, ne è l’esempio.

Un tentativo di promuovere una riaggregazione sindacale e politica che di fatto confonde i ruoli di sindacato e partito, si presta a tentativi di questa o quella organizzazione settaria di prenderne la direzione, aggira il problema dell’organizzazione, del radicamento nei luoghi di lavoro, e nasconde una sostanziale incapacità di far fronte alle esigenze di una mobilitazione che va assumendo carattere di massa.

L’Unione sindacale di base

Già nel documento stilato per la precedente Conferenza dei Lavoratori avevamo analizzato limiti dell’Usb sul piano teorico, metodologico e tattico. A due anni di distanza possiamo dire che quell’analisi si è dimostrata corretta.

Sul piano teorico, il coacervo di idee scorrette sui processi di scompaginazione delle “vecchie stratificazioni di classe” che, esacerbate della crisi, avrebbero prodotto una classe disgregata e da ricomporre è crollato sotto il peso delle mobilitazioni in difesa della salute.

L’idea che bisognava promuovere un processo di ricomposizione di classe ha condotto l’Usb ad operare profondi cambiamenti tattici: l’investimento nel lavoro privato, l’abbandono del tradizionale terreno di intervento nel pubblico impiego e la creazione della Federazione Del Sociale (sbiadita riedizione del sindacato metropolitano degli albori che si è spesso risolta nel vano tentativo di organizzare il sottoproletariato).

L’investimento sul lavoro privato avrebbe potuto forse dare anche qualche risultato se per realizzarlo non ci si fosse affidati a scorciatoie: un approccio che privilegiava la visione mediatica rispetto al radicamento reale, lo scontro con le altre organizzazioni sindacali (il conflitto deteriore col Si Cobas nella logistica a Piacenza ne è un esempio) e l’illusione di potersi radicare tra le massa svuotando la Cgil.

Ma per radicarsi tra le masse è necessario, appunto, radicarsi.

Le facili scorciatoie, la ricerca di sponde politiche e visibilità mediatica, sul lungo periodo non pagano. E non è un caso che la maggior parte di quei fuoriusciti dalla Cgil stanno sistematicamente lasciando anche l’Usb. Tutti coloro che hanno ceduto all’illusione di trovare nell’Usb un sindacato democratico, si sono scontrati col muro di gomma di una direzione autoritaria e adesso saranno costretti a prendere atto di non aver reso un gran servizio alla classe, passando dalla padella, direttamente nella brace.

Negli anni della crisi, invece di spendersi in un paziente lavoro di costruzione capillare dell’organizzazione, raccogliendo il malcontento dei lavoratori, costruendo fronti di mobilitazione o intervenendo in vertenze aperte rivolgendo un appello al fronte unico ai confederali per sfidarli e smascherarne i vertici, l’Usb ha preferito lanciarsi in ogni tipo di strettoia politica, alla ricerca isterica di espedienti per ottenere visibilità e accreditarsi come interlocutore presso le istituzioni. Vedi l’esperienza a Roma con la giunta Raggi, per poi sperimentarsi col governo giallo-verde sul piano nazionale.

Ogni espediente politico è stato sperimentato: la piattaforma Eurostop, Potere Al Popolo, qualsiasi cosa pur di non scendere sul terreno dell’organizzazione dei lavoratori.

Sul piano interno è palese l’assenza di spazi perfino formali di democrazia: l’imposizione di una linea politica discussa ai vertici e rispetto alla quale la base è chiamata semplicemente a prendere atto è la regola, ne sono prova i congressi rituali in cui vengono presentati documenti che, di fatto, per il regolamento congressuale è quasi impossibile emendare, riducendo il tutto ad una manifestazione di assenso acritica. In questa fase di profonda crisi interna i peggiori metodi autoritari sono stati utilizzati per evitare voci di dissenso.

La Cgil e la “sinistra sindacale”

Per i marxisti il lavoro nei sindacati di massa non è semplicemente un orientamento tattico. Come spiegava Lenin – “non lavorare in seno ai sindacati reazionari significa abbandonare le masse operaie arretrate o non abbastanza sviluppate all’influenza dei capi reazionari, degli agenti della borghesia, dell’aristocrazia operaia, ossia degli “operai imborghesiti” –

Anche dopo la rivoluzione d’ottobre il Partito Bolscevico si pose sempre il problema del legame con la massa dei lavoratori come condizione fondamentale per ogni lavoro nei sindacati. In una risoluzione del Cc del gennaio 1922 Lenin scrisse: “Uno dei pericoli maggiori e più gravi per un partito comunista numericamente modesto che, come avanguardia della classe operaia, dirige un enorme paese, che sta compiendo il passaggio al socialismo, è il pericolo che si distacchi dalle masse, che l’avanguardia avanzi troppo, senza “allineare il fronte”, senza mantenere uno stretto legame con tutto l’esercito del lavoro, vale a dire con la più grande maggioranza delle masse operaie e contadine.”

L’intervento nei sindacati tradizionali è parte della strategia generale che ha lo scopo di intervenire tra le grandi masse ed elevarne il livello di coscienza con l’obiettivo di impedire che la burocrazia sindacale separi l’avanguardia dalla massa dei lavoratori. Comprenderne l’importanza, dunque, è fondamentale, poiché parte integrante della battaglia per l’egemonia della prospettiva rivoluzionaria nella classe lavoratrice.

Tuttavia la questione non si risolve con la semplice militanza nel sindacato principale. È’ possibile, infatti, lavorare nei sindacati di massa ma non porsi il problema della conquista della maggioranza del proletariato. Così come è possibile essere opportunisti al di fuori dei sindacati di massa, si può anche essere velleitari e settari all’interno dei sindacati tradizionali.

Nell’Estremismo Lenin polemizzava con i “sinistri” tedeschi per i quali erano sufficienti le declamazioni e le esclamazioni di sdegno contro i sindacati reazionari. Questa tattica piuttosto che essere rivoluzionaria era fondamentalmente falsa e fatta di frasi vuote. Allo stesso modo le sole pompose dichiarazioni di alto tradimento su ogni genere di questione nei confronti degli apparati sindacali e della maggioranza della Cgil da parte de Il Sindacato è un’altra cosa sono quanto di più inutile e dannoso per la conquista della maggioranza della classe lavoratrice.

Come abbiamo più volte evidenziato questa è probabilmente l’epoca in cui il discredito dei vertici sindacali agli occhi dei lavoratori è il più alto da sempre. Pur tuttavia la classe lavoratrice mette alla prova più e più volte i dirigenti riformisti e, per quanto possa essere screditato il gruppo dirigente dei sindacati confederali, sono ancora loro a dirigere il movimento operaio di questo paese, nel classico processo dialettico di freno burocratico dall’alto e pressioni dal basso della classe lavoratrice.

A tal proposito è sempre molto utile la lettura del testo Classe, partito, direzione – Perché è stato sconfitto il proletariato spagnolo di Trotskij del 1940. Lo abbiamo visto con chiarezza nelle giornate del 22-25 Marzo con la polarizzazione del confronto politico attorno al governo da un lato e Cgil Cisl Uil dall’altro.

Il limitarsi al denunciare le vergognose posizioni della direzione allontana definitivamente dal sindacato gli elementi più avanzati e alza un muro nei confronti dei lavoratori che riversano fiducia nel sindacato. È la storia della Rete28Aprile/Il Sindacato è un’altra cosa/Riconquistiamo Tutto, una storia di micro-scissioni, uscite di singoli dirigenti, di autoreferenzialità e opportunismo. Un’assoluta incapacità, salvo poche eccezioni, di sviluppare un intervento rivolto ai lavoratori, sia sul piano vertenziale che su quello della propaganda.

Il lavoro nei sindacati tradizionali è l’essenza del fronte unico, la questione di rivolgersi ai dirigenti riformisti incalzandoli per sottrarre loro l’influenza che esercitano sulle masse. Si tratta di contendere l’egemonia ai riformisti con un lavoro paziente fatto di chiarezza politica e di scrupolo organizzativo, intervenendo in ogni contraddizione possa aprirsi tra base e vertice.

L’assenza di quest’approccio condanna al minoritarismo, il quale alimenta una povertà politica che ha impedito all’area di crescere e di costruire un vero radicamento. In ultima istanza rappresenta la completa sfiducia da parte della direzione dell’area nei confronti della classe e delle sue possibilità di rovesciare i rapporti di forza su scala generale che li ha definitivamente logorati.

Nonostante il discredito dell’apparato, la mancanza di vere mobilitazioni di massa (se non lanciate a sconfitta già avvenuta) l’impasse della Cgil e l’incapacità del gruppo dirigente rappresentassero una grande opportunità per rilanciare la battaglia dentro la Cgil e nei luoghi di lavoro, l’assenza di una strategia, di parole d’ordine adeguate non solo non ha rafforzato l’area ma l’ha indebolita.

Il dato dell’ultimo congresso che ha visto il documento di minoranza Riconquistiamo Tutto calare ulteriormente rispetto al precedente congresso, da 45mila voti a meno di 30mila passando al 2,1% rappresenta il crollo della “sinistra sindacale”. Il tracollo del documento alternativo al congresso è avvenuto ovunque salvo rarissime eccezioni che spesso hanno coinciso con i territori e le categorie in cui eravamo presenti noi.

I mesi dell’emergenza sanitaria ne sono state una plastica rappresentazione. L’immobilismo della Cgil di fronte allo scempio di un governo succube di Confindustria che ha messo davanti alla salute dei lavoratori il profitto dei padroni ha visto l’abbandono completo del campo da parte dell’area che non è stata in grado di sviluppare nemmeno una campagna e si è limitata, come sempre, alla pubblicazione sul sito di alcuni articoli di denuncia, richieste di proclamazione di scioperi generali, qualche post sui social.

La solidarietà espressa dall’area alla Camera del Lavoro di Milano che a marzo chiudeva i battenti per il coronavirus lasciando soli i lavoratori nella loro lotta per la sicurezza e per chiudere le attività produttive non essenziali è la fotografia di questa debacle. Evidente è la forbice tra questa assenza e la campagna che abbiamo contribuito a lanciare con l’appello “I lavoratori non sono carne da macello” a cui è seguita l’assemblea del 30 marzo con più di 200 partecipanti.

La costruzione di una nuova area sindacale in Cgil

La profonda sfiducia nei confronti della classe non rende quest’area “solo” inutile ma anche dannosa. Una demoralizzazione che tiene lontani i lavoratori che vogliano organizzarsi e lottare senza il fardello di chi giorno dopo giorno si lamenta sulle difficoltà della fase. Una sfiducia che ha completamente disorientato e spiazzato l’area nelle rare occasioni in cui i lavoratori si sono mobilitati, come contro il jobs act nel 2014 o molto più recentemente, nel marzo 2020 contro la mancanza delle misure di sicurezza.

La quasi assoluta assenza di legami con la classe, in particolare nell’ultimo periodo, ha lasciato ancora più spazio alla carenza di democrazia interna, all’accentramento e al personalismo, producendo così un ulteriore abbassamento del livello politico in ragione di un vertice il cui spessore è inconsistente. La logica da intergruppo che ha storicamente caratterizzato l’area è andata accentuandosi. L’ultimo anno è stato caratterizzato da ridicoli scontri interni su nessun argomento che avesse una rilevanza politica tra gruppi autoreferenziali in profonda crisi.

Dopo anni di battaglia interna da qualche tempo ci siamo man mano sempre più deresponsabilizzati dal lavoro nell’area. Siamo intervenuti tra i lavoratori alla luce del sole in maniera indipendente con campagne e appelli, in vertenze nel settore dei trasporti, in Ups e tra i lavoratori indiretti, nella grande distribuzione in Coop e Esselunga, in tante lotte di diverse aziende metalmeccaniche, in Fca, in sanità pubblica e privata, in Fincantieri e in diverse altre vertenze.

La lotta di classe nel prossimo periodo esploderà con una forza che non vediamo da decenni. L’apparato trema al solo pensiero di uno scenario del genere ma l’area di cui abbiamo fatto parte finora è destinata a restare al margine degli avvenimenti. Le “avanguardie” del passato verranno poste ai margini e irromperà sulla scena un settore molto più vasto di lavoratori che trarrà conclusioni avanzate dalle incredibili contraddizioni del capitalismo emerse con la crisi sanitaria e che scoppieranno con la crisi economica senza precedenti.

Per tutte queste ragioni riteniamo giunto il momento di formalizzare la nostra separazione dall’area. Le tradizioni del movimento sindacale italiano, le norme statutarie della Cgil, l’esigenza dei lavoratori più avanzati di battersi contro il moderatismo e la linea compatibilista della direzione sindacale e la necessità di organizzare e rafforzare una nostra periferia sindacale ci inducono a costituire una nuova area sindacale in Cgil che si colleghi all’appello “i lavoratori non sono carne da macello” che abbiamo promosso in contrapposizione alla sottoscrizione del protocollo del 14 marzo, l’assemblea del 30 marzo i cui interventi sono raccolti nell’opuscolo pubblicato e l’appello internazionale votato dalla stessa assemblea, raccolto da militanti sindacali di circa 30 paesi nel mondo costituiscono un manifesto e il volto col quale ci presentiamo ai lavoratori nella prossima fase.

Questa decisione non l’assumiamo né in polemica né contro una decisione specifica dell’area ma è la logica conseguenza di una sua crisi irreversibile. Se sarà il caso, saremo pronti a cogliere proposte di fronti comuni col Sindacato è un’altra cosa o anche con le altre aree presenti in Cgil su singole specifiche campagne contro decisioni e prese di posizione della maggioranza.

Per l’importanza che rivestono le mobilitazioni che si sono sviluppate nel corso della pandemia proporremo di chiamare simbolicamente questa nuova area “Giornate di marzo”.

Il programma che rivolgiamo alla classe lavoratrice

L’emergenza sanitaria e la crisi economica porranno i lavoratori su un terreno rivendicativo molto più alto. Non si tratterà solo di tentare di difendere i posti di lavoro come è fondamentalmente avvenuto durante la crisi economica del 2008-09.

Da allora la classe lavoratrice non è mai veramente uscita da una condizione di erosione di salari, di smantellamento di diritti e servizi sociali, di peggioramento delle condizioni di vita, di aumento dei ritmi di lavoro e di sfruttamento. Quello che i lavoratori temevano di perdere in buona parte l’hanno perso e nel prossimo periodo le politiche di austerità, i licenziamenti di massa e l’aggressività del padronato porranno loro di fronte all’unica scelta di organizzarsi e lottare anche duramente.

Nel contempo, nella vicenda del coronavirus, i lavoratori hanno avuto modo di toccare con mano quanto sono essenziali in questa società. I padroni hanno fatto sfaceli per costringerli a produrre per i loro profitti a dispetto della sicurezza, e quando sono rimasti a casa tutto si è fermato. Un aspetto particolarmente importante per la consapevolezza e la formazione di una coscienza di classe.

La nostra area sindacale in Cgil si doterà di un programma col quale si rivolgerà ai lavoratori con l’approccio e il metodo del programma transitorio:

“Bisogna aiutare le masse a trovare, nel processo della loro lotta quotidiana, il ponte tra le rivendicazioni attuali e il programma della rivoluzione socialista. Questo ponte deve consistere in un sistema di rivendicazioni transitorie che partano dalle condizioni attuali e dal livello di coscienza attuale di larghi strati della classe operaia e portino invariabilmente a una sola conclusione: la conquista del potere da parte del proletariato.”(dal programma di Transizione, 1938. Edito da A.C. Editoriale)

In quest’ottica il nostro programma rivendicativo, sul piano propagandistico, pone due aspetti decisivi che interloquiscono con chiarezza e facilità con l’attuale livello di comprensione della classe operaia: i lavoratori dovranno presentare il conto e non saranno loro a dover pagare la crisi.

Nel solo mese di aprile 2020 sono state chieste dalle aziende un numero di domande di cassaintegrazione e ammortizzatori sociali pari a quelle richieste in tutto il 2009, anno in cui c’è stato un tracollo della produzione industriale del 25%.

È una vergogna che, a distanza di mesi, milioni di lavoratori non abbiano percepito un centesimo. Scandalo a cui hanno contribuito i vertici sindacali sottoscrivendo un accordo ignobile con le banche per un anticipo del pagamento degli ammortizzatori sociali, laddove non fossero previsti anticipi da accordi aziendali, con gli interessi a favore delle banche. Sono soldi sottratti dalle tasche dei lavoratori oggi e domani, quando intenderanno far pagare il debito dello Stato.

La nostra area sindacale si rivolgerà all’intera classe lavoratrice con un programma che mette in discussione le compatibilità col capitalismo, l’unico che sia davvero in grado di difendere gli interessi dei lavoratori e delle loro famiglie.

Salari e reddito dei lavoratori. Si parta subito con la contrattazione e le lotte per i rinnovi contrattuali, si ridiscutano le richieste presenti nelle piattaforme con rivendicazioni più avanzate alla luce della nuova situazione. Non si scenda sotto la richiesta del’8% di aumenti salariali in nessun contratto nazionale di lavoro come indicato nella piattaforma per il rinnovo del contratto dei Metalmeccanici. Piattaforma sviluppata durante il governo giallo-verde e che ci pare stia per essere abbandonata nel nuovo contesto politico da parte del gruppo dirigente della Fiom, ma che noi continueremo a difendere.

Sul piano politico va sostenuta la lotta per il salario minimo intercategoriale non inferiore ai 1.400 euro mensili. Per una nuova scala mobile che indicizzi i salari all’inflazione reale.

Salario garantito a tutti i disoccupati, legato al salario minimo legale e pari all’80 % di esso, indicizzato all’inflazione. Una proposta che oltre a fare uscire da uno stato di indigenza milioni di famiglie, è necessaria per combattere il lavoro nero e la precarietà.

Blocco dei licenziamenti. Si blocchino tutti i licenziamenti, non solo per il periodo dei 5 mesi legati all’emergenza sanitaria così come previsto dal governo, ma anche successivamente. Nessun posto di lavoro deve andare perso. I lavoratori lo hanno visto, per legge si può fare, durante il lockdown lo hanno concesso perché temevano la generalizzazione del conflitto, nel prossimo periodo dovrà essere una conquista delle lotte.

Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario. È necessario per abbattere la disoccupazione, far fronte alle emergenze sanitarie e dare dignità. Si aboliscano i turni spezzati, si assuma in tutte le aziende. In molti casi sarà necessaria una gestione programmata degli orari propedeutica ad evitare assembramenti di lavoratori negli spogliatoi e nei luoghi comuni, non potrà comportare ulteriori sacrifici per i lavoratori.

La sicurezza dei lavoratori prima del profitto. Tutte le misure (dai test sierologici alla misurazione della temperatura) devono essere poste a tutela della salute dei lavoratori e non al fine di controllarli, pertanto devono essere gestite da personale sanitario qualificato esterno all’azienda.

Gli Rls devono avere pieno potere nel decidere di sospendere le attività in carenza di rispetto delle misure di sicurezza. Test sierologici e tamponi gratuiti per tutti, no alla speculazione e allo scandalo in cui abbiamo assistito soprattutto in Lombardia, dove i lavoratori si sono rifiutati di fare i test per paura di dover restare a casa senza salario. Copertura al 100% del salario per i lavoratori in quarantena.

No alla precarietà. Si stabilizzino tutti i precari. Basta con il sistema delle assunzioni precarie che creano sfruttamento e ricatto. Contro gli appalti e i sub appalti. Per l’internalizzazione delle attività alle aziende committenti! A parità di mansione e attività uguale salario.

Immediata stabilizzazione del personale precario della pubblica amministrazione, dei servizi pubblici e della scuola. La Garanzia di percorsi di formazione per neoassunti da svolgersi in orario di lavoro.

Conciliazione tempi vita/lavoro in particolare per le lavoratrici. Sono del tutto insufficienti i 30 giorni di congedo parentale concessi dal governo. Si tratta di un ulteriore attacco alle condizioni di vita della classe lavoratrice, obbligata al lavoro e impossibilitata a prendersi cura dei figli in una situazione di rischio sanitario. I lavoratori dell’istruzione e dei servizi educativi vengono strumentalmente contrapposti alle famiglie di lavoratori, il tentativo è sempre quello di scaricare sulla classe le conseguenze dell’emergenza. L’unità deve invece rimanere elemento imprescindibile: fino a quando non sussisteranno le condizioni sanitarie per un rientro in sicurezza nei nidi, nelle scuole e nei centri estivi, i genitori devono poter fruire del congedo parentale retribuito al 100%.

No alle ferie forzate. Le ferie sono un diritto del lavoratore e non uno strumento in mano alle aziende per ridurre i costi.

Smart Working/Telelavoro. Una modalità finora di nicchia è diventata la soluzione efficace in un contesto di emergenza, di cui hanno parzialmente beneficiato anche i lavoratori, ad esempio permettendo di ridurre gli spostamenti rischiosi e dai tempi lunghi, oltre che i costi. D’altro canto ha fatto emergere aspetti negativi quali l’esigenza padronale del controllo del tempo di lavoro e della sua intensità con tecnologie sempre più invasive, la possibile penalizzazione della crescita professionale, l’incompatibilità con la cura della famiglia, il tempo di vita che diventa sempre più dai confini incerti e motivo d’insofferenza per i lavoratori, in particolare per le lavoratrici. Inoltre la gestione casalinga degli spazi di lavoro non garantisce il rispetto delle normative sugli aspetti sanitari della postazione lavorativa, a meno che i lavoratori non si accollino l’ulteriore spesa per adeguare scrivania e sedia alla nuova situazione.

Pertanto si ritiene necessario che i lavoratori in attività da remoto siano considerati a tutti gli effetti in servizio con pieno diritto alla disconnessione e riconoscimento dell’orario di lavoro e di tutti i diritti ad esso collegati, da quando si accede a quando si sconnette, compreso eventuale pagamento delle ore di straordinario. Laddove sia possibile l’accesso a tale modalità, sia su base volontaria e con la garanzia della rotazione tra lavoratori.

No a qualsiasi ipotesi di “scudo penale”. Dimissioni di chi ha (mal)gestito l’emergenza Coronavirus. Il Governo, molte Regioni, a partire da quella della Lombardia, e tanti direttori di enti pubblici e aziende private hanno gestito in maniera criminale l’emergenza e sono responsabili di quanto avvenuto. Ne devono rispondere davanti agli organi competenti ma soprattutto ne devono rispondere di fronte alla classe lavoratrice, che ha pagato le conseguenze di quelle scelte.

Diritti Sindacali e Diritto di Sciopero. Va pretesa l’esigibilità del diritto di assemblee sindacali nei fatti sospeso in questo periodo di emergenza anche rivendicando la concessione di spazi più ampi per rispettare le distanze di sicurezza.

Il diritto allo sciopero è irrinunciabile anche in settori che hanno effettivamente la necessità di dotarsi di contingenti minimi di operatori. Devono essere gli stessi lavoratori a decidere chi e quanti sono i lavoratori in servizio durante gli scioperi. Rivendichiamo, dunque, che venga abrogata la legge 146/90 e quelle successive che impediscono l’esercizio del diritto di sciopero nel pubblico impiego e in tutti i settori essenziali, o definiti falsamente tali, e la precettazione.

Per una vera democrazia sindacale dobbiamo rivendicare l’abolizione dell’accordo del 10 gennaio 2014 sulla rappresentanza. L’elezione delle Rsu deve essere obbligatoria in tutti i posti di lavoro, tutte le Rsa devono essere sostituite da Rsu democraticamente elette. Tutti i lavoratori impiegati nell’azienda, diretti e indiretti, precari compresi, devono poter votare i delegati. Tutti i lavoratori indipendentemente se iscritti o meno a qualsiasi sindacato devono poter essere elettori ed eleggibili, i delegati devono essere revocabili in qualsiasi momento dall’assemblea che li ha eletti. No al sistema delle quote di posti garantiti alle organizzazioni sindacali nelle Rsu.

Difesa e rilancio della Sanità pubblica. Incremento dei fondi destinati al SSN. Al fondo del SSN bisogna restituire subito i 37 mld di euro (su meno di 120 mld di euro, quasi 1/3 dunque) e giungere al raddoppio dei finanziamenti. Un piano di investimento che consenta di aumentare in maniera significativa il numero di posti letto di terapia intensiva e di tutte le specialistiche, nonché di ridurre ed eliminare le lunghe liste di attesa che spingono i cittadini ad accedere al sistema privato.

La sanità deve essere pubblica e posta sotto il controllo e la gestione dei lavoratori della sanità con comitati che coinvolgano gli utenti! Basta con i dirigenti nominati dall’alto.

Ripubblicizzazione della sanità privata, del socio sanitario e socio educativo. La sanità e tutto il settore socio sanitario e assistenziale non devono essere fonte di profitto, per nessuno. Dobbiamo dire basta alle strutture sanitarie private anche quando convenzionate, perché privano larghe fette di fondi che altrimenti verrebbero destinati alle strutture pubbliche. Diciamo sì all’esproprio di tutte le strutture sanitarie ed educativo private con la garanzia del lavoro a tutti i lavoratori della sanità privata presso il Sistema sanitario nazionale. Il mondo delle cooperative del settore sociosanitario ha del tutto perso lo spirito col quale nacque il movimento cooperativo. Rsa, comunità residenziali, case di riposo e dei servizi educativi ed assistenziali devono essere ripubblicizzate e poste sotto il controllo dei lavoratori.

Piani di assunzione in tutti i settori pubblici. Dobbiamo ripopolare la pubblica amministrazione con assunzioni di giovani lavoratori che diano il cambio generazionale ad un sistema che regge sulle spalle di operatori “anziani”.

Adeguamento delle retribuzioni dei lavoratori della sanità. Deve essere recuperata la perdita salariale legata ai blocchi contrattuali dell’ultimo decennio e devono essere incrementate e stabilizzate tutte le quote previste dalle voci del salario variabile. I salari dei lavoratori della sanità devono giungere rapidamente al livello della media dei salari europei più alti.

Sviluppo della rete sanitaria territoriale. Deve essere riconosciuto e valorizzato con consistenti investimenti il ruolo della rete territoriale, dell’assistenza domiciliare, della prevenzione, della gestione delle patologie croniche, delle dipendenze e di tutta l’assistenza sanitaria non ospedaliera.

Per un piano massiccio di investimenti e di assunzioni nel trasporto pubblico locale. Per la nazionalizzazione delle aziende di trasporto merci, sotto il controllo dei lavoratori! Solo i lavoratori sono in grado di decidere cosa trasportare (beni essenziali) in condizione di emergenza sanitaria.

Raddoppio dei fondi destinati all’istruzione e nessun finanziamento alle scuole private. Si dia il via ad un piano di edilizia scolastica e universitaria, aule e laboratori devono garantire la più totale sicurezza ed essere tecnologicamente attrezzati. Deve essere ridotto il numero di alunni per classe, numero che non deve mai superare le 20 unità, per consentire una didattica adeguata.

Stabilizzazione su tutti i posti vacanti nelle scuole del personale precario, dei precari delle università e proroga di tutti i contratti in scadenza nel periodo dell’emergenza sanitaria.

Completo recupero del potere d’acquisto dei lavoratori della scuola per ogni figura professionale l‘aumento salariale deve garantire stipendi non al di sotto della relativa media europea. Pari trattamento economico e diritti per il personale scolastico e quello educativo.

Eliminazione delle aperture serali e notturne, chiusura la domenica e tutti i festivi della grande distribuzione organizzata. Riduzione dell’orario giornaliero di apertura dei punti vendita e del commercio di generi alimentari e di prima necessità in caso di emergenza sanitaria. Chiusura di tutto il resto.

Spesa on line e consegna a domicilio per diminuire le file davanti ai supermercati in situazione di emergenza sanitaria. Potenziamento dell’utilizzo della spesa on line, garantendo diritti e salario adeguato a chi effettua le consegne, e potenziamento della possibilità di preparare le spesa in negozio dagli addetti di quei reparti che in questo momento non stanno lavorando, con consegna a domicilio o ritiro in negozio direttamente dai clienti.

Nazionalizzazioni

Per la difesa di tutti i posti di lavoro, attraverso il blocco dei licenziamenti e per la nazionalizzazione sotto il controllo operaio di tutte le aziende che delocalizzano, chiudono, licenziano.

Oltre alla crisi la nuova situazione porrà la necessità di far fronte alle indispensabili misure di sicurezza. L’organizzazione del lavoro andrà modificata per ridurre assembramenti di lavoratori e, per quanto riguarda i servizi, di utenti. Non dovranno essere i lavoratori a pagarne le conseguenze, non dovranno essere le direzioni aziendali a decidere unilateralmente.

Rivendichiamo la nazionalizzazione delle aziende che risparmiano sui costi per la sicurezza dei lavoratori. La grande distribuzione e le piattaforme online, riconosciuti come servizi essenziali in tempi di pandemia, non devono rimanere in mano a privati, mossi dal loro bisogno di profitto, ma resi pubblici sotto il controllo di comitati di lavoratori, i quali vigilerebbero, oltre che sulla sicurezza e sull’organizzazione del lavoro, anche sul controllo dei prezzi/scorte alimentari, per evitare speculazioni e cattiva distribuzione delle derrate alimentari.

Il controllo dei lavoratori e la questione del potere

Uno degli aspetti decisivi di questa fase è stata la modalità attraverso la quale i lavoratori hanno lanciato la mobilitazione per respingere l’attacco padronale che li voleva obbedienti alle logiche del profitto. Forme di autorganizzazione del conflitto vera e spontanea come non si vedevano dal movimento degli autoconvocati, quasi 30 anni fa.

Lanceremo e sosterremo, laddove si costituiranno, questi strumenti di lotta, di controllo e di gestione della produzione che possono diventare vere e proprie forme di contropotere, embrione di una società socialista.

Dove la nostra presenza sindacale è capillare e rappresentativa, come in Ups Milano, abbiamo ingaggiato una battaglia esemplare sul “controllo della produzione”. Quello è il nostro modello. Temi quali cosa consegnare, con quali ritmi e produttività, sono diventate le nostre linee guida di comportamento per lavorare in nome della difesa della salute e non del profitto. Sottoponendo decaloghi ai lavoratori e alle imprese con assemblee improvvisate è stata piegata qualsiasi velleitaria intenzione da parte delle imprese di cogliere il “momento” favorevole di un volume di lavoro da “Natale” per aumentare le consegne e fare più profitti.

Nell’appello “i lavoratori non sono carne da macello” sono stati proposti comitati di controllo e gestione dei lavoratori che, in una condizione di emergenza sanitaria, possono essere gli unici in grado di decidere quelle che sono le reali necessità sociali.

In tutte le situazioni in cui tale necessità sarà compresa dai lavoratori, proporremo il controllo operaio. La produzione di beni nei settori industriali, la distribuzione nel commercio, i servizi sanitari, le scuole, biblioteche, università, dovranno essere posti sotto il sistematico controllo e sotto la gestione democratica dei lavoratori e degli utenti attraverso l’elezione democratica, con possibilità di revoca, di tutte le cariche pubbliche, la cui retribuzione non può essere superiore a quella di un lavoratore qualificato.

I nostri compiti

L’articolazione di questa piattaforma è anche il risultato di un confronto e un’elaborazione sviluppata nell’ultimo periodo. Durante l’emergenza sanitaria la nostra organizzazione ha promosso incontri dei nostri compagni che lavorano nei settori essenziali: Grande distribuzione – Commercio alimentare, Sanità – Socio sanitario, Scuola – Università – Servizi educativi – Trasporti e logistica.

In queste commissioni si è sviluppata una discussione di una straordinaria importanza relativa a ciò che è avvenuto durante la pandemia. Lavoratori definiti eroi ma vessati e sfruttati. In questi settori, a partire dalla sanità, le contraddizioni sono emerse con particolare vigore e potremo vedere l’esplosione di lotte e vertenze nel prossimo periodo.

Le commissioni hanno prodotto dei resoconti nei quali sono emerse delle analisi particolarmente puntuali della situazione e della condizione dei lavoratori. La stessa convocazione è stata una straordinaria occasione per una mappatura organizzativa della nostra presenza in questi settori, Pertanto le commissioni continueranno a riunirsi, anche individuando al loro interno dei responsabili.

Analoghe commissioni andranno costituite anche in settori di attività produttive non essenziali per consentire il miglior coordinamento possibile tra compagni che operano in quei settori, in particolare attorno a situazioni e vicende specifiche come può essere, per esempio, il rinnovo di un contratto nazionale di lavoro.

Alla Conferenza Nazionale verrà, inoltre, proposto ed eletto un esecutivo nazionale della nostra commissione lavoro. Quest’ultima sarà composta da tutti i compagni impegnati nel lavoro sindacale.

Il prossimo periodo sarà pieno di possibilità per la costruzione della nostra organizzazione. Anche attraverso il lavoro sindacale e il reclutamento di tanti lavoratori, contribuiremo a moltiplicare il numero dei compagni e dei quadri sindacali nelle fila di Sinistra Classe Rivoluzione, sezione italiana della Tendenza Marxista Internazionale, strumento indispensabile per preparare la strada a una riscossa della classe lavoratrice, e in un futuro aprire la strada a una società non più governata dal profitto.

Modena, 5 luglio 2020

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