18 Novembre 2020 Ubaldo Oropeza e Jorge Martin (marxist.com)

Crisi politica e lotta di classe in Perù

La settimana trascorsa sarà ricordata a lungo nella storia del Perù. Si sono avvicendati ben tre presidenti l’ultimo è caduto sulla base della mobilitazione di massa. Pubblichiamo due articoli apparsi sul sito della Tendenza marxista internazionale che riassumono efficacemente gli avvenimenti e sviluppano la posizione dei marxisti.

Eletto un nuovo presidente mentre la crisi scuote il Perù

 

Ieri il congresso (Parlamento) peruviano ha eletto una nuova presidenza guidata da Francisco Sagasti, che oggi presterà giuramento come nuovo Presidente del paese. L’elezione di Sagasti (Partido Morado) a capo di una lista composta esclusivamente da parlamentari che non hanno votato per l’impeachment del presidente Vizcarra l’11 novembre è un tentativo disperato di mantenere la continuità delle istituzioni della screditata democrazia borghese e di ricostruire la loro legittimità.

Domenica, il presidente Merino è stato costretto a dimettersi dal movimento delle masse dopo essere stato in carica per soli cinque giorni, dopo aver sostituito Vizcarra. Tra domenica pomeriggio e martedì pomeriggio il Paese è stato senza governo e senza autorità.

Sagasti è un politico borghese, liberale, di centrodestra di un partito relativamente nuovo e quindi non direttamente contaminato da scandali di corruzione. L’altra opzione sarebbe stata quella di eleggere un rappresentante del Frente Amplio di centrosinistra, tentativo effettivamente compiuto domenica ma fallito. Il FA ha giocato un ruolo subalterno nella lista di Sagasti e ad esso spetterà la carica di presidente del Congresso.

La classe dominante calcola che queste manovre potranno placare le masse nelle strade e porre fine alla crisi del regime. È probabile che il nuovo presidente faccia alcune concessioni al movimento (trovando dei capri espiatori per la repressione che ha fatto due morti, giovani manifestanti). Il nuovo governo Sagasti sarà presentato come un governo “tecnico”, “di transizione” e provvisorio fino alle elezioni dell’aprile 2021.

Il potere è nelle strade

Sono proseguite le manifestazioni in piazza chiedendo giustizia per Inti e Jack, le due vittime della repressione. È imperativo che il sindacato CGTP mantenga l’appello per uno sciopero nazionale mercoledì 18 novembre. La lotta nelle piazze è l’unico modo per imporre una via d’uscita dalla crisi favorevole alla classe operaia.

Non va dimenticato che già nel 2000 sono state le masse, gli operai e i contadini a dare il colpo di grazia al regime di Fujimori nell’enorme Marcha de los 4 Suyos (dal nome dei quattro punti cardinali dell’impero Inca, ndt), ma il risultato politico fu quello di portare al potere politico Toledo. In altre parole, c’è stato un cambiamento borghese dall’alto.

Per ora, la sfiducia delle masse in questa soluzione dall’alto si esprime nella richiesta di una seconda consultazione elettorale nel 2021, insieme alle elezioni politiche, che dia ai cittadini la possibilità di convocare un’assemblea costituente per porre fine alla costituzione,di Fujimori, risalente al 1993, ancora in vigore.

La mobilitazione insurrezionale dell’ultima settimana ha spazzato via il governo Merino, illegittimo. Il movimento ha rivelato l’enorme forza delle masse nelle strade, guidate dalla gioventù. I giovani che erano in prima linea nella lotta sono una generazione (nota come “generazione del bicentenario” poiché il paese segna 200 anni dalla sua indipendenza) che non ha vissuto negli anni ’80 e ’90 e non è spaventata dallo spettro della “sovversione”. . “

La freschezza e la spontaneità del movimento sono la sua forza, ma anche la sua debolezza. Alcuni stanno ora portando avanti l’idea pericolosa di essere “né di destra né di sinistra”, che va sempre a vantaggio della classe capitalista.

Dobbiamo spiegare pazientemente che la corruzione non è la causa della crisi, ma solo la manifestazione visibile del marciume del sistema capitalista peruviano, arretrato, in crisi e sottoposto al dominio imperialista.

Ciò che è necessario non è solo cambiare la Costituzione. Per avere lavoro, casa, sanità, istruzione, difendere la vita e avere una democrazia autentica, è necessario mettere al centro la questione di chi governa: i parassiti del CONFIEP e dei suoi politici corrotti, o le masse di lavoratori e contadini che sono quelli che creano ricchezza.

Jorge Martin, 17 novembre 2020


Crisi politica e lotta di classe in Perù

Gli eventi si stanno sviluppando molto velocemente in Perù. Il 9 novembre il presidente Martin Vizcarra è stato rimosso dal suo incarico; una settimana dopo il nuovo governo Merino è caduto sotto la pressione del movimento di massa scatenatosi negli ultimi giorni. La crisi dello Stato borghese ha aperto le porte alla lotta di classe nelle strade e la classe operaia e i giovani hanno sconfitto il regime in questa prima battaglia.

Il fallimento del regime politico peruviano

Come in molti Paesi latinoamericani, in Perù la democrazia borghese è totalmente incapace di mantenere un regime che si possa definire appena stabile. In un paese dopo l’altro lo stato viene utilizzato per riempire le tasche della borghesia a costo di saccheggiare le risorse del popolo o di copire i loschi “affari” con le imprese private, concedendo loro risorse, assegnando loro progetti, modificando le leggi per consentire loro di fare investimenti illegali, ecc. Questo è il nostro pane quotidiano.

Soprattutto nelle Americhe, lo scandalo della società Odebrecht ha portato all’impeachment di un presidente e di politici provenienti da tutti i partiti. In America Latina, possiamo venire ha conoscenza di notizie come questa: “Secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Odebrecht ha pagato circa 788 milioni di dollari in commissioni illegali per più di 100 progetti di edilizia pubblica in 11 paesi dell’America Latina, oltre che in Angola e Mozambico, in Africa”.

Secondo questo articolo, che elenca i dati ottenuti della Global Financial Integrity consultancy, l’America Latina perde ogni anno circa 140 miliardi di dollari a causa della corruzione, il 3% del PIL della regione. Odebrecht non è l’unico caso di corruzione, quasi tutti i Paesi e tutte le aziende sono coinvolte in queste pratiche, oltre al riciclaggio di denaro sporco, all’evasione fiscale, ecc. In altre parole, la borghesia nazionale e internazionale è incapace di rispettare le regole formali del suo regime democratico borghese. La corruzione è organica al capitalismo.

Nel caso del Perù, siamo ben oltre la media; gli ultimi sei presidenti sono stati coinvolti in casi di corruzione, alcuni sono stati incarcerati e altri sono perseguitati dalla legge: Alberto Fujimori è in carcere e sta scontando una condanna a 25 anni per corruzione, omicidio e riciclaggio di denaro; Alejandro Toledo è stato arrestato negli Stati Uniti ed estradato in Perù per corruzione; Alan García si è suicidato per evitare di affrontare le accuse di corruzione a suo carico nel 2019; Ollanta Humala è in libertà vigilata per il caso di corruzione Lava Jato in Brasile; Pedro Pablo Kuczynki è stato destituito nel 2018 ed è agli arresti domiciliari per riciclaggio di denaro e l’ultimo è il deposto presidente Martin Vizcarra, anch’egli accusato di corruzione.

Quello che vediamo dunque è il fallimento del regime politico della borghesia peruviana, incapace di tenere al sicuro la democrazia borghese dalla stessa putrefazione del capitale locale e internazionale.

Le accuse che il Parlamento peruviano ha presentato, per deporre l’ex presidente, sotto forma di “congedo forzato”, suonano come frasi vuote nella loro bocca. Tutti sanno che l’attuale Parlamento è pieno di mascalzoni corrotti che cercano di coprirsi le spalle con un colpo di stato parlamentare. In un’intervista ad un membro di Alba Movimientos, José Carlos Llenera, su Telesur, egli afferma che almeno il 50 per cento dei membri dell’attuale parlamento è indagato per corruzione. Questi personaggi non hanno intenzione di fermare la corruzione con la rimozione del presidente, ma piuttosto di coprire la propria corruzione distogliendo l’attenzione altrove.

Lo ha capito la maggioranza del popolo peruviano, che non ha creduto per un attimo a tutto il fumo che gli è stato gettato negli occhi dai media per giustificare la manovra parlamentare.

Merino, caduto oggi a causa della mobilitazione delle masse, rappresentava il lato più corrotto e reazionario della borghesia peruviana: un allevatore di bestiame legato agli elementi più oscuri dell’Opus Dei, alle compagnie minerarie e agli elementi fujimoristi più retrivi. I loro piani erano chiari, volevano nascondere la propria corruzione, per poi lanciare una serie di attacchi contro tutti i settori della popolazione e garantire le elezioni del prossimo anno.

Il movimento di massa deve passare all’offensiva

Le masse hanno risposto immediatamente, non tanto in difesa di Vizcarra, né della “democrazia” in astratto, ma contro il presidente Merino che consideravano del tutto illegittimo. Il 12 novembre è stata indetta una grande marcia nazionale con la presenza di decine di migliaia di persone a Lima e di altre decine di migliaia nelle città di tutto il paese. Il movimento ha avuto il sostegno di alcuni partiti politici e della stampa, ma in realtà ha rispecchiato un’esplosione di rabbia spontanea dal basso. Era un grido “quando è troppo è troppo” contro l’intero regime.

Ci sono molte ragioni per cui le masse sono scese in piazza. Il Perù è il paese con il più alto tasso di mortalità per numero di abitanti a causa della pandemia di Covid 19, i piani per “riattivare” l’economia prevedono tagli ai salari, licenziamenti, violazioni dei diritti dei lavoratori, aumento dell’orario di lavoro, ecc. In breve, far pagare la crisi ai lavoratori.

Alla crisi sanitaria ed economica si aggiungono i programmi politici della borghesia. Questi prevedono che, in tutti i settori, si attuino modifiche di legge volte a spazzare via i pochi diritti rimasti, il tutto a vantaggio degli interessi delle imprese private. Ciò che sta dietro alle massicce mobilitazioni, che hanno provocato dei morti e centinaia di feriti, è un profondo malessere contro il regime attuale, contro la situazione economica, l’incapacità del governo di risolvere la crisi sanitaria, contro la corruzione, la sfiducia verso politici borghesi, ecc.

Il 14 novembre è stata indetta una nuova grande marcia nazionale che ha visto una partecipazione di massa. In tutte le mobilitazioni, i giovani sono stati in prima linea e hanno anche iniziato a difendersi dalla brutale repressione della polizia. Durante il corteo del 14 novembre due giovani siano stati uccisi durante una brutale repressione, che ha provocato anche centinaia di feriti di varia gravità.

Di fronte all’offensiva crescente delle masse, i ministri del nuovo governo Merino hanno cominciato a dimettersi come topi che abbandonano una nave che affonda. Esponenti delle forze armate, che avevano appoggiato la cacciata di Vizcarra e il trasferimento del potere a Merino, si sono rifiutati di partecipare a una riunione convocata dal presidente. È chiaro che la classe dominante è entrata nel panico, di fronte alla possibilità concreta che le mobilitazioni di massa nelle strade spazzassero via l’intero regime.

Le dimissioni di Merino, che è durato solo cinque giorni al potere, sono un tentativo disperato di salvare il regime. Dal punto di vista istituzionale, la classe dominante sta cercando di trovare una soluzione per ricostruire la malconcia legittimità delle istituzioni borghesi. Il giornale La Republica ha chiesto nel suo editoriale la nomina di un nuovo presidente del congresso che assumesse la presidenza del Paese e che non aveva votato per la cacciata di Vizcarra. Mercoledì 18, la Corte costituzionale dovrebbe pronunciarsi sulla legalità della decisione di destituire l’ex presidente.

Sono due le possibilità che la classe dominante potrebbe prendere in considerazione per salvare il regime: un nuovo presidente non coinvolto nella manovra contro Vizcarra o addirittura annullare la decisione e reintegrarlo nella presidenza. Nessuna di queste due opzioni risolverà realmente la profonda crisi del regime che ha dato origine a queste manovre e che ha aperto le porte a un movimento insurrezionale dal basso.

È essenziale capire questo, perché le masse devono continuare a lottare per risolvere questi problemi fondamentali e non fermare la mobilitazione in base ad un cambio di presidente o alla promessa di elezioni parlamentari o presidenziali nel 2021.

Prima della caduta di Merino, la Confederazione generale dei lavoratori del Perù (CGTP) aveva indetto per il 18 novembre uno sciopero nazionale dei lavoratori “in difesa del lavoro come diritto umano, della salute e della vita. Per una democrazia popolare”. Questa convocazione per uno sciopero deve essere mantenuta, nonostante le dimissioni di Merino. Il problema non è scambiare un politico capitalista corrotto con un altro, il problema è il sistema capitalista stesso Questo sciopero deve servire a organizzare i battaglioni della classe operaia e dei giovani per intraprendere il cammino verso l’affermazione del potere operaio.

Le mobilitazioni dei giovani, dei lavoratori, della classe media, devono restare in campo. Abbiamo visto che la lotta funziona e che possiamo raggiungere i nostri obiettivi se rimaniamo in strada organizzati. Ma la spontaneità del movimento ha i suoi limiti.

Il movimento deve fare un passo avanti, organizzando comitati nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, e coordinandoli con la convocazione di un’assemblea nazionale dei lavoratori e del popolo in lotta, con portavoce eletti nelle assemblee di massa degli operai, dei giovani, dei contadini e dei lavoratori in generale.

Un’Assemblea Costituente può risolvere i nostri problemi?

Nell’ambito di questo movimento di massa, è stata proposta la rivendicazione di un’Assemblea Costituente e la fine della Costituzione di Fujimori del 93.

Il sindacato CGTP, per esempio, propone “la formazione di un Governo provvisorio con una partecipazione popolare, che convochi immediatamente un’Assemblea Costituente per una nuova Costituzione politica che concerti un nuovo contratto sociale per una nuova Repubblica”. Anche il Frente Amplio guidato da Verónika Mendoza, i cui rappresentanti in parlamento hanno sostenuto la cacciata di Vizcarra per 6 a 2, ora si oppone a Merino e chiede anche l’inizio di un processo costituente.

In realtà, questa richiesta da parte di settori delle masse mobilitate rappresenta una profonda volontà di respingere l’intero regime, che è marcio fino al midollo. Ma dobbiamo chiederci: Cosa significa un “governo provvisorio con una partecipazione popolare”? Chi formerà un tale governo? E soprattutto, chi darà il potere a quel governo? Non si può escludere che l’attuale parlamento possa formare un governo “provvisorio” o “tecnico” con obiettivi limitati, il cui compito sarebbe proprio quello di cercare di ricostruire la legittimità compromessa delle istituzioni borghesi e impedire alle masse di prendere il potere nelle proprie mani.

Per parlare di un “governo con una partecipazione popolare” o di una “assemblea costituente”, la prima cosa da fare è rovesciare il governo esistente e spazzare via il marcio congresso. Per questo, le masse dei lavoratori, dei giovani e di altri settori del movimento devono dotarsi di un proprio parlamento.

La proposta avanzata dalla CGTP ha un’altra importante debolezza. Si parla di stabilire “un nuovo contratto sociale”, se questo significa qualcosa, significa un nuovo “contratto” tra capitalisti e lavoratori, forse un po’ più favorevole ai lavoratori, ma la rivendicazione rimane nei limiti del sistema capitalista. E il problema è proprio che l’esistenza del sistema capitalista, e ancor più in questa situazione di profonda crisi, è incompatibile con la “difesa del lavoro come diritto umano, della salute e della vita” che la CGTP propone come programma immediato.

Qui vediamo la debolezza del programma politico avanzato sia dalla CGTP che dal Frente Amplio. Questo programma si basa sull’illusione che il capitalismo possa essere “democratizzato”, che sia possibile un tipo di capitalismo più “gentile” nei confronti dei lavoratori. La realtà è che questo non è possibile. La crisi organica del capitalismo, aggravata dalla pandemia, esacerbata dalla corruzione, che si esprime in modo particolarmente acuto in Perù, è proprio l’origine dell’attuale crisi di regime che il paese sta affrontando.

È necessario costruire un programma che rompa con il capitalismo, secondo il quale per garantire il diritto al lavoro, alla salute, alla vita, all’istruzione, sia necessario espropriare i capitalisti, gli allevatori e i grandi proprietari terrieri, le multinazionali, le 40 famiglie dell’oligarchia milionaria che controllano l’economia e la politica del Paese.

È necessario convocare una grande assemblea nazionale di rappresentanti del popolo (lavoratori, sindacati, organizzazioni femminili, studenti, casalinghe, contadini poveri, ecc.) per elaborare un piano di lotta, che comprenda uno sciopero nazionale per spazzare via tutte le istituzioni marce, il regime borghese corrotto e portare al potere gli stessi lavoratori.

Per porre fine alla crisi economica e sanitaria bisogna agire con coraggio. Con un appello per l’espropriazione dei vertici dell’economia e perché questi siano sotto il controllo dei lavoratori, per la nazionalizzazione delle banche, la nazionalizzazione delle compagnie minerarie, ecc. Solo disponendo di risorse sufficienti sotto il controllo centralizzato della classe operaia, si potrebbero stanziare risorse sufficienti per provvedere agli ospedali e alle scuole, per dare lavoro a tutti i disoccupati, ecc.

Questa assemblea, questo potere organizzato del popolo, sarebbe davvero quello che le masse concepiscono come una “costituente”, non un parlamento borghese convocato dalle istituzioni attualmente al potere, ma un parlamento operaio e contadino.

In questa settimana storica, le masse in Perù hanno dimostrato il loro coraggio, la loro volontà di combattere e il loro potere, come hanno fatto un anno fa le masse in Ecuador e in Cile. Dotate di una direzione rivoluzionaria e di un chiaro programma socialista, esse sarebbero invincibili.

Né Vizcarra, né Merino, né il covo parlamentare dei ladri – sbarazzatevi di tutti!

Sciopero generale e Assemblea nazionale dei lavoratori!

Per un governo dei lavoratori!

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