13 Agosto 2019

Crisi di governo, sinistra in bancarotta e il “coraggio di essere vili”

Nella storia repubblicana se ne sono viste di tutti i colori, ma una crisi di governo a Ferragosto non conosce precedenti. Evidentemente il fumo con la manovella non era più sufficiente a tenere insieme un governo attraversato da contraddizioni e scontri fra interessi sempre più divergenti tra Lega e Cinque stelle, e dalla paura degli effetti della futura manovra economica.

Il governo Conte era destinato fin dall’inizio ad avere vita breve per la contraddizione tra gli insediamenti delle due forze che lo componevano. Ma l’iniziativa di Salvini si deve in grande misura alla crescente pressione della sua base sociale. Ampi settori della borghesia e della piccola borghesia del Nord, erano sempre più insofferenti verso i Cinque Stelle per la questione dell’autonomia e quello che considerano “assistenzialismo” verso il Meridione, per la questione delle opere pubbliche, per la politica fiscale. Naturalmente anche i sondaggi hanno influito e le elezioni europee che hanno visto il rovesciamento dei consensi tra le due forze.

Ma la ragione fondamentale è stata la paura di dovere avanzare una manovra economica, con una compagine governativa dilaniata dallo scontro e dalla competizione interna.

Una manovra economica che per forza di cose doveva distanziarsi (e di molto) dalle promesse di Salvini, che ha così rivendicato “pieni poteri” per un fantasioso programma di flat tax al 15% con ampie garanzie sull’occupazione, le pensioni, lotta al precariato e relative tutele sociali.

La realtà, lo sappiamo bene, è tutto men che questa. Ma l’argomento di Salvini risponde al suo blocco sociale che considera il M5S una vera e propria palla al piede.

 

Una rottura in nome e per conto dei padroni

 

In realtà il programma effettivo di Salvini è sempre più vicino a quello dei padroni, come espresso più volte da Confindustria: meno tasse ai ricchi e alle imprese, colate di cemento con lo sblocco dei cantieri, riduzione di vincoli e controlli su appalti, sicurezza, norme ambientali, e per chi protesta, pugno duro sulle piazze. L’unico punto che realmente preoccupa la borghesia è il rapporto con l’Europa, ma anche qui bisogna saper distinguere tra le chiacchiere e la sostanza. Quando parla di una finanziaria “coraggiosa” a costo di “sfidare l’Europa”, Salvini parla di fare un deficit superiore al 2 per cento, magari di avvicinarsi al 3: niente più di una trattativa con Bruxelles, che avendo molte gatte da pelare, potrebbe anche arrivare a un compromesso come è già avvenuto per la finanziaria del 2019 e poi ancora con Conte sulla procedura d’infrazione.

In questa rottura quindi il capo della Lega è stato incoraggiato dalla borghesia, che semmai lo critica per non avere agito subito dopo le Europee, col risultato di avere complicato la gestione della transizione. Ma qui ha giocato un elemento tattico, Salvini ha così deciso che fosse questo il  momento per staccare la spina a Conte, nella speranza, non dichiarata, che qualcun’altro si occupi di fare una manovra impopolare che soddisfi i burocrati di Bruxelles.

L’operazione del segretario della Lega è a dir poco azzardata, ma si giova della divisione e della crisi dei partiti avversi. Il M5S è un movimento in via di dissoluzione, totalmente privo di un progetto politico e di un solido ancoraggio di classe. Il PD è sull’orlo di una scissione. La sinistra riformista è patetica a dir poco.

Non a caso, Salvini ha incredibilmente trovato sponde a sinistra per il suo disegno, con i principali esponenti “riformisti”” che hanno fatto propria la massima di Turati, che negli anni ’20 ha spianato la strada a Mussolini: “Bisogna avere il coraggio di essere vili”.

 

La trattativa Pd-5 Stelle e la sinistra allo sbando

 

È così che la proposta avanzata da Renzi, in dissenso da Zingaretti, del “governo di scopo” ha trovato il sostegno entusiasta di Grasso, Fratoianni e niente meno di Acerbo (segretario di Rifondazione Comunista).

Quest’ultimo risulta particolarmente patetico in quanto, sprovvisto di un gruppo parlamentare, sferza il povero Zingaretti, ed esige dal Pd di fare propria la proposta di formare un governo con il M5S! Solo così, dice, è possibile sbarrare la strada al “golpe di Salvini”. Niente di meno!

Questo improbabile scenario implicherebbe l’entrata di Leu (e se avesse dei parlamentari del Prc) nella nuova ipotetica maggioranza di governo.

Ma un governo per fare cosa? Se lo è domandato il prode segretario di Rifondazione Comunista, prima di mettersi l’elmetto per gettarsi in trincea?

La proposta di Di Maio è di dar vita a un governo che avrebbe il rivoluzionario obiettivo di dimezzare il numero dei parlamentari, e far risparmiare allo Stato 50 milioni di euro.

Cifra “impressionante”… che corrisponde  a circa l’1 per mille di quanto lo Stato nel 2018 ha versato ai padroni a fondo perduto (secondo uno studio dell’Università Cattolica i finanziamenti a fondo perduto alle imprese ammontavano a 19,7 miliardi di euro, più 23,9 miliardi di trasferimenti per agevolazioni contributive), ma su questo né di Maio, né Salvini hanno mai profferito parola.

Ma volendo restare sul terreno specifico non sarebbe meglio dimezzare i salari (invece che il numero dei parlamentari) o ancora meglio portare il salario dei parlamentari al livello di un operaio specializzato?

Questo permetterebbe un risparmio non di 50, ma di 150 milioni di euro con enormi benefici sul piano politico in quanto, questo sì, avvicinerebbe i parlamentari al popolo, abolendo i privilegi della casta.

Quale sarebbe il carattere di classe di un Conte bis o di un qualunque governo egemonizzato dal Pd e dal M5S? Non è forse il Pd, insieme al M5S ad avere votato la candidata alla presidenza europea voluta da Merkel e Macron? Si usa il pretesto di evitare l’aumento dell’Iva, ma la verità è che la gente nel recente passato ha visto il Pd condurre politiche di lacrime e sangue, e non lo ha certo dimenticato.

Ha visto la sinistra “riformista” totalmente subalterna al Pd, cosa che si dimostra più che mai in questo frangente.

Alla riunione dei capigruppo al Senato del 12 agosto, Loredana De Petris, capogruppo di Leu, ha dato pieno sostegno al M5S, che sta facendo di tutto per rinviare il voto.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, vuole essere sfiduciato e non intende dimettersi. Nei suoi desideri c’è l’ipotesi di presiedere un futuro governo di “garanzia elettorale”, che ha poche per non dire pochissime possibilità di affermarsi.

Zingaretti capisce fin troppo bene che la posizione di Renzi è unicamente dettata dall’esigenza di mantenere la propria influenza sul gruppo parlamentare del Pd, attualmente dominato dalla sua corrente. Non a caso Calenda, che pure potrebbe  avere una convergenza con Renzi sull’idea di dar vita a un nuovo centro “macroniano”, è stato caustico contro la proposta di un governo di scopo, sostenendo la posizione del segretario del Pd.

Dalla reazione di Grillo e Di Maio risulta evidente che i M5S hanno un accordo con Zingaretti e non con Renzi, per cui qualsiasi ipotesi di dar vita a un nuovo governo, cucinata da Mattarella, se mai dovesse nascere, avrebbe vita breve. Lo scenario delle elezioni in autunno appare uno sbocco probabile, che solo una sinistra miope e senza midollo spinale spera di evitare con qualche alchimia istituzionale.

 

La destra si può sconfiggere nelle piazze

 

Le elezioni sono lo sbocco migliore, perché qualunque altra ipotesi che tenesse artificialmente Salvini fuori dal governo non farebbe che rafforzarlo rendendolo un pericolo ancora maggiore. Solo il conflitto sociale e la lotta di massa può fermare la reazione.

Le segreterie di Cgil, Cisl e Uil si sono affrettate a chiedere “responsabilità”, e “un governo nel pieno delle sue funzioni”, e si appellano a Mattarella. Questa posizione, che di fatto affianca chi non vuole le elezioni, è l’esatta fotocopia di quando i sindacati, dopo la sconfitta di Renzi, sostennero il governo Gentiloni contro la prospettiva di nuove elezioni. Il risultato è noto.

I dirigenti sindacali elencano giustamente una serie di problemi urgenti e drammatici: salari al palo, centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio nelle crisi industriali, la situazione della scuola e della sanità, ecc. Ma quale che sia il governo che uscirà da questa crisi, non arriverà niente di buono per i lavoratori se non si mette in campo una mobilitazione di massa con una piattaforma chiara che ne imponga le rivendicazioni.

Il percorso di mobilitazioni avviato dai sindacati nella scorsa primavera non solo non deve essere arrestato, ma deve invece intensificarsi, fino allo sciopero generale.

La crisi di governo mostra una volta di più in modo clamoroso che la classe lavoratrice non ha un partito in parlamento né, sulle basi attuali, ne avrà uno credibile da votare nelle prossime elezioni politiche. Questi avvenimenti devono aprire una discussione nei luoghi di lavoro su questo punto cruciale: senza un partito che ci rappresenti in tutto e per tutto, continueremo ad essere ostaggi e massa di manovra per politicanti che rispondono a interessi contrapposti ai nostri.

Ma un partito della classe operaia non si improvvisa in poche settimane, soprattutto dopo che decenni di ritirate e tradimenti hanno lasciato una scia profonda di scetticismo e delusione verso la sinistra in tutte le sue forme. È necessario un lavoro di lunga lena che oggi deve essere discusso innanzitutto tra gli attivisti e i lavoratori più coscienti, ma che solo sulla base di un movimento di massa può assumere la consistenza necessaria.

La prospettiva è quindi un governo Salvini (con o senza Forza Italia), spalleggiato dal grosso del capitale, pronto a usare la mano pesante per imporre gli interessi suoi e dei suoi padroni. Questo pericolo non verrà scongiurato con le ammucchiate di “salvatori della democrazia”. Perché mai una riedizione dei vecchi governi di centrosinistra, con l’innesto dei grillini dovrebbe oggi ottenere risultati differenti dal passato? In fin dei conti sono stati proprio quei governi a consegnare l’Italia prima a Berlusconi (per ben tre volte), e poi alla coalizione gialloverde.

Oggi Salvini appare forte e vincente, ma la realtà è che un governo del genere farà scoppiare una bomba sociale non appena metterà in pratica il suo programma.

Ricordiamo che per ben due volte, 1994 e 2002-2003, i governi di Berlusconi (con la Lega) vennero fermati non dalla sinistra riformista, ma dalla mobilitazione di massa dei lavoratori.

Assistiamo in questi giorni ad una crescita dei movimenti di contestazione a Salvini, così come negli scorsi mesi abbiamo assistito ad una ripresa dell’iniziativa giovanile e financo sindacale. Sono le prime avvisaglie di un movimento che inevitabilmente prenderà forza nel prossimo autunno. Lo abbiamo visto con Bolsonaro in Brasile, con Macri in Argentina e lo vedremo con Salvini in Italia.

Un governo di destra non è la fine del mondo, si può e si deve combatterlo e sconfiggerlo.

Lasciamo ai vili i piagnistei, per noi questo è il momento di lottare e di organizzarci per vendere cara la pelle.

 

13 agosto 2019

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