11 Ottobre 2021 Niklas Albin Svensson (da www.marxist.com)

Crisi dell’Aukus: l’imperialismo Usa continua a guardare a Est

Il recente accordo concluso fra Australia, Regno Unito e Stati Uniti ha provocato una crisi nelle relazioni internazionali. Tra la Francia che ha richiamato temporaneamente il suo ambasciatore a Washington e la protesta ufficiale diramata dalla Cina, il nuovo accordo ha irritato tutte le parti in causa. Tutto questo è avvenuto nonostante che il patto costituisca semplicemente un nuovo passo nel riallineamento più generale delle potenze imperialiste.

Il patto (denominato AUKUS, acronimo dei tre stati firmatari, ndt) annunciato il 15 settembre comprende un lavoro in comune per fornire all’Australia sottomarini a propulsione nucleare (ma senza armi nucleari) e missili a lungo raggio. Sono tecnologie che gli Usa e il Regno Unito hanno già a disposizione e su cui collaborano da decenni. Ora hanno cominciato a condividerle con l’Australia. Il patto contiene anche un aumento della cooperazione sullo spionaggio e le cyber-tecnologie.

Non c’è da stupirsi che il patto abbia incontrato la dura condanna del governo cinese, in quanto rappresenta un chiaro tentativo di controbilanciare la capacità militare cinese nella regione dell’Indo-Pacifico. Il governo russo ha basato le proprie obiezioni sul fatto che il patto costituirebbe una violazione degli accordi di non-proliferazione nucleare, dal momento che l’Australia avrebbe ora accesso ad uranio per la fabbricazione di armi. Dulcis in fundo, l’annuncio ha innervosito le potenze dell’Ue, Francia anzitutto, tenuta fuori dai negoziati e che ora rischia di veder stracciati contratti per decine di miliardi di dollari per la fornitura di sottomarini.

La durezza della reazione europea, a quanto pare, ha colto di sorpresa l’amministrazione statunitense. È evidente che è in ballo ben di più della perdita di un contratto per sottomarini, per quanto corposo potesse essere. La vera causa della tensione è che gli Usa non si sono sentiti in dovere di includere l’Ue nelle discussioni.

Quando Biden ha vinto le elezioni, i governi europei hanno tirato un lungo sospiro di sollievo. Finalmente, pensavano, gli Usa saranno governati da un presidente votato alla cooperazione transatlantica e alla Nato: l’imperialismo occidentale sarà ricompattato! Le ultime azioni di Biden hanno dimostrato che la politica estera di Trump non è stata un incidente di percorso, ma parte di un cambiamento più complessivo delle politiche perseguite dalla classe dominante statunitense.

Dopo la Seconda guerra mondiale, l’imperialismo Usa era occupato a contrastare l’Urss. Secondo le sue pianificazioni strategiche, il campo di battaglia sarebbe dovuto trovarsi in Europa, più precisamente in Germania. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la frontiera si è spostata a est, ma la priorità strategica è rimasta la stessa. E, di conseguenza, truppe e attività diplomatiche sono rimaste in Europa.

Su un altro fronte, la necessità di garantire una fornitura costante di petrolio per l’economia mondiale più in generale, e quella statunitense in particolare, imponeva una forte presenza degli Usa in Medio Oriente. Per decenni gli Usa hanno ficcato il naso nella regione, deponendo leader di sinistra e offrendo il proprio appoggio a regimi e movimenti reazionari, come lo scià d’Iran e i varie monarchie del Golfo.

 

Svolta verso l’Asia

Travolta dal crollo finanziario del 2008, la classe dominante statunitense ha cominciato a rendersi conto che le sue priorità strategiche si erano modificate. I suoi interessi si sono ormai strettamente legati alla regione del Pacifico, in particolare nel mar Cinese meridionale. Avevano cioè capito ciò che i cinesi avevano già chiaro da prima: il 70% del commercio mondiale passa per il mar Cinese meridionale, e gran parte di esso è cruciale per le filiere delle aziende statunitensi. I tentativi (riusciti) dei cinesi di militarizzare alcune delle isole che si trovano in quel mare costituivano perciò una minaccia significativa per gli interessi Usa.

Questa situazione inedita sollecitò la “svolta verso l’Asia” di Obama, anche se già il suo predecessore, Bush, aveva preso alcune misure in questa direzione. L’espansione del fracking, o fratturazione idraulica, negli Stati Uniti contribuì a sua volta a rendere gli Usa indipendenti dal petrolio mediorientale. Gli scontri di Trump con la Cina non sono stati che una continuazione di questa politica, sia pure con l’arroganza e la goffaggine che lo caratterizzavano. Semmai, i democratici chiedevano misure ancora più dure contro la Cina.

In tutto ciò, l’Europa veniva lasciata indietro. I governi europei si sentivano sempre più la ruota di scorta della politica mondiale; e non era solo una sensazione. Il centro di gravità si era spostato in maniera decisiva dall’Atlantico al Pacifico, come Trotskij aveva previsto un secolo fa. In tutto questo la Cina, naturalmente, svolge un ruolo centrale, ma ruoli non meno cruciali all’interno delle filiere produttive e distributive sono giocate anche da Giappone, Taiwan e Corea del Sud.

L’imperialismo Usa considera sempre più importanti i suoi alleati nella regione del Pacifico, a svantaggio di quelli sul continente europeo. Giappone e Australia sono in cima alla lista. Certo, gli Stati Uniti vorrebbero restare in buoni rapporti anche con gli alleati europei, ma le loro priorità sono ormai cambiate in via definitiva.

Sulla regione hanno messo a loro volta gli occhi anche le potenze europee, Germania e Francia in primis. Per la Germania, la Cina costituisce il terzo principale mercato d’esportazione e la principale fonte delle importazioni. La Francia è preoccupata dell’impatto sulle sue colonie nella regione e si diletta a fingere di essere ancora una potenza di prim’ordine, quando in realtà si qualifica a malapena come di second’ordine.

L’Aukus, il patto fra Australia, Stati Uniti e Regno Unito, ha sbattuto in modo molto sgarbato questa spiacevole verità in faccia ai francesi. In primo luogo, c’è il fatto che l’Australia non ha visto la Francia come un’alleata, o non considerava sufficiente la tecnologia militare francese. In secondo luogo, gli Stati Uniti, cosiddetti alleati della Francia, non si sono nemmeno presi il disturbo di alzare la cornetta e informare i francesi. A quanto pare, questi ultimi sarebbero venuti a saperlo dalla stampa australiana. L’oppositrice di Macron alle elezioni presidenziali, Le Pen, sostiene che non potevano non sapere, ma è una questione secondaria. L’insulto sta nel fatto che gli Usa non li hanno informati in via ufficiale.

Chiaramente, in questo caso, gli Usa considerano molto più importanti i rapporti con l’Australia rispetto a quelli con la Francia. Come ha sottolineato il presidente della commissione tedesca di politica estera, per l’Australia sarebbe stato logico scegliere gli Usa come partner. Gli Usa offrivano sottomarini a propulsione nucleare e la loro forza militare è ben superiore rispetto a quella francese, specie nel Pacifico.

 

Nazioni e interessi

Il modo in cui gli Stati Uniti hanno dato l’annuncio è stato un’ umiliazione gigantesca per la Francia, e per estensione per l’intera Unione europea. Non ha certo aiutato l’invito di Biden alla Gran Bretagna a godersi un immeritato posto al sole, proprio in un periodo in cui è ai ferri corti con l’Unione europea. E non è stato d’aiuto nemmeno il fatto che le discussioni si fossero apparentemente svolte alle spalle di Macron al recente summit in Cornovaglia. E, naturalmente, le cose non sono state facilitate dalle imminenti elezioni francesi: Le Pen non ha perso tempo ad incolpare Macron dell’umiliazione.

Non stupisce che l’Unione europea e la Francia si siano dette indignate. I francesi hanno richiamato il loro ambasciatore per consultazioni e hanno accusato gli Usa di tradimento. È degno di nota, comunque, che molti governi europei non si sono uniti al coro. Presumibilmente avevano mangiato la foglia. Dopo un po’ di lamentele, il governo francese ha acconsentito a sedersi di nuovo attorno a un tavolo. Non c’è dubbio che qualche concessione da parte degli Usa farà tornare i rapporti come nuovi. Dal governo francese si dice che gli Usa stanno tentando di ricucire i rapporti in modo “transazionale”.

A ogni modo, è la seconda volta quest’estate che l’amministrazione Biden non ha coinvolto gli alleati europei nelle sue decisioni. In Afghanistan, gli alleati degli Usa sono stati abbandonati a se stessi dopo che Biden li aveva messi davanti al fatto compiuto. Il governo tedesco aveva protestato a gran voce. Ciò che preoccupa i tedeschi è soprattutto l’arrivo di una nuova ondata di profughi nell’Ue, che potrebbe metterne a repentaglio la stabilità.

Le priorità e gli interessi degli Usa e dell’Ue stanno prendendo strade diverse. Secondo il commissario europeo Breton, “qualcosa si è rotto” nei rapporti Usa-Ue. Evidentemente, il problema non era solo Trump. Questi era solo l’espressione più rozza di un processo più vasto. Gli osservatori politici vi hanno visto una motivazione in più a favore dell’esercito europeo, per la gioia di Macron, il quale, a una recente conferenza stampa, ha dato voce a queste richieste affermando che gli europei “devono rendersi conto che da più di dieci anni gli americani sono concentrati su se stessi e hanno riorientando i propri interessi strategici verso la Cina e il Pacifico”, e che gli europei devono “farsi carico in prima persona della nostra protezione”. Una forza di spedizione europea in grado di rivaleggiare quella statunitense resta un sogno irrealizzabile, ma la borghesia europea è sempre più consapevole che non può contare sull’esercito Usa per difendere i propri interessi.

Biden annuncia l’accordo fra i tre paesi

Biden ha bloccato il ritiro di 12mila soldati dalla Germania deciso da Trump, con il pretesto di una revisione degli stanziamenti militari, ma alla fine tale revisione ha avanzato la stessa raccomandazione di un ritiro. È chiaro che se gli Usa vogliono dare priorità al Pacifico, devono anche trasferirvi le proprie risorse militari. L’Europa sembrerebbe il candidato ideale per ulteriori tagli nel numero dei soldati dislocati.

La “svolta” degli Usa avrà delle ramificazioni non solo in Europa occidentale, ma anche in quella orientale. Senza più una presenza militare significativa sul territorio europeo, chi continuerà ad affidarsi agli Usa per contrastare l’influenza russa? Finora Paesi come la Polonia si sono rivolti agli Usa per la difesa dei propri interessi, ma come potranno continuare a farlo nel lungo periodo ora che le priorità stanno cambiando?

La borghesia tedesca ha tratto vantaggi decennali dalla presenza militare statunitense. Anziché sprecare denaro e risorse nella spesa militare, ha infatti potuto investire i profitti nell’industria e aumentare la produttività. Ora gli Usa (e non solo Trump) stanno facendo pressione sul governo tedesco perché si faccia maggiormente carico della difesa dell’Europa (in prima battuta contro la Russia).

Sarebbe esagerato affermare che siamo al termine dell’alleanza tra Europea occidentale e Stati Uniti. Ma come sosteneva lord Palmerston, le nazioni non hanno amici o nemici permanenti – hanno solo interessi. E gli interessi di Francia, Germania e Usa sono molto più divergenti che nel passato.

Corsa agli armamenti nel Pacifico

Le relazioni degli Usa con la Ue hanno subìto uno smacco. Quelle con la Cina stanno peggiorando. Una maggiore presenza militare degli Usa nella regione, in particolare nel mar Cinese meridionale, provocherà inevitabilmente una risposta da parte del governo cinese. Al pari della Germania e del Giappone, il governo cinese ha dedicato fondi relativamente limitati al suo esercito, che stanno però aumentando rapidamente in linea con la crescita del Pil. Allo stato l’aumento della spesa militare è più o meno in proporzione all’aumento del Pil. Ma anche questo è destinato a cambiare man mano che la crisi in Cina prenderà vigore.

Il focus dell’esercito cinese è passato dalla difesa dei confini, che è relativamente a basso costo, alla rincorsa degli interessi del capitale cinese all’esterno, impresa ben più dispendiosa. Questa “modernizzazione”, come la chiama il governo cinese, dovrebbe completarsi, secondo i piani, entro il 2035, e includere nuove portaerei, mezzi aerei e navali – tutto ciò di cui la Cina avrebbe bisogno per unirsi al gruppo ristretto di Paesi le cui forze armate hanno la capacità di operare al di fuori delle loro immediate vicinanze. La questione per la Cina riguarda anzitutto i mari Cinese orientale e Cinese meridionale, e in secondo luogo l’estensione del suo raggio d’azione in tutto il Pacifico e verso l’oceano Indiano. L’attuale generazione di portaerei si presta al primo obiettivo, ma non al secondo.

La Cina avrà sempre più bisogno di incrementare la propria potenza militare via via che la crisi andrà esacerbandosi. Con l’aumento del protezionismo e l’incremento della competizione per i mercati esistenti aumenterà anche il bisogno di proteggere questi mercati. Ecco ciò che guida la corsa agli armamenti nel Pacifico.

Si dà il caso che la corsa agli armamenti sia estremamente costosa. Il contratto fra Australia e Francia valeva 90 miliardi di dollari. Non è ancora stato completato il nuovo contratto basato sull’Aukus, ma le stime suggeriscono che ogni sottomarino a propulsione nucleare costerebbe sui 5 miliardi di dollari (senza tenere in conto l’inflazione). Difficile pensare che questo nuovo contratto sarà più economico di quello che andrà a sostituire. Questa spesa, benché molto ghiotta per l’imperialismo australiano e statunitense, è un totale spreco di risorse per quanto riguarda i lavoratori e gli oppressi del Pacifico. Quante case, scuole e ospedali non verranno costruiti con tutti questi soldi? È chiaro che quando si lagnano che mancano i soldi, non stanno pensando ai sottomarini.

Gli Usa non sono più l’indiscusso “gendarme del mondo”. Nel 1960 gli Stati Uniti rappresentavano il 40% dell’economia mondiale, oggi appena il 24%, con la Cina ormai prossima al 17%. Il declino relativo della potenza economica degli Usa si sarebbe prima o poi dovuto tradurre in un declino relativo della sua potenza militare e diplomatica. È quanto sta accadendo ora.

In termini militari, la Cina è ben lontana dall’essere in grado di confrontarsi con gli Usa in via diretta. Ciononostante ha la forza per cominciare a flettere i muscoli nel mar Cinese meridionale e altrove. Il declino relativo dell’imperialismo Usa porterà inevitabilmente a ulteriori conflitti via via che altre potenze si sentiranno incoraggiate a sfidare il dominio statunitense in varie parti del mondo. La Cina è la principale potenza economica in ascesa, il che si riflette oggi nella sua crescente potenza militare. Dietro le immagini patinate dei sottomarini e i contratti militari si nasconde una sanguinosa realtà di guerra per centinaia di milioni di persone in tutto il mondo.

L’Aukus è pertanto un altro segnale del vicolo cieco del capitalismo e della miseria che questo sistema economico moribondo ha da offrire al mondo. A essere strette fra potenze imperialiste in competizione saranno le masse di tutto il globo. Il destino dell’Afghanistan, della Somalia, della Siria, dell’Iraq e della Libia anticipa il destino che verrà riservato anche ad altri. Non è più possibile chiedere a queste potenze imperialiste di rispettare la “legalità”, i diritti umani e la pace, non più di quanto si possa chiedere a un lupo di diventare vegetariano. La corsa agli armamenti e le guerre finiranno solo quando il capitalismo verrà rovesciato: ecco il vero compito che si presenta davanti all’umanità.

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