13 febbraio 2017

Cosa sono le assemblee popolari?

Da più parti in Italia si comincia a parlare delle Assemblee popolari come strumento di organizzazione e di lotta. De Magistris è stato il primo a introdurre il concetto, facendo esplicito riferimento all’esperienza di Ada Colau a Barcellona, eletta a sindaco della capitale catalana proprio sulla spinta delle mobilitazioni di massa in quella città e delle assemblee popolari legate al movimento contro gli sfratti, di cui Ada era portavoce.

Lo sviluppo di assemblee popolari come strumento di coordinamento delle lotte, fino a prefigurare elementi di contropotere non sono affatto casi eccezionali, o costruzioni astratte che i marxisti intendono imporre al movimento reale ma ne hanno costituito in molteplici occasioni un lievito essenziale.

L’Argentinazo, il movimento insurrezionale del dicembre 2001 che rovesciò cinque Presidenti della repubblica in due settimane, si dotò fin dall’inizio di strumenti di coordinamento e di rappresentanza, le asambleas barriales o populares.

Le assemblee popolari si cominciarono a riunire settimanalmente in ogni quartiere di Buenos Aires e della periferia, estendendosi poi anche alle altre provincie argentine. All’inizio erano coordinamenti di attivisti, ma poi si allargarono a fasce più ampie della popolazione. Si calcola che nella sola Buenos Aires fossero coinvolte tra gennaio e febbraio 2002 almeno 10mila persone.

Queste riunioni venivano condotte in modo estremamente democratico. Ogni intervento poteva durare solo tre minuti ed alle riunioni della interbarrial solo i delegati eletti dalle assemblee di base (di quartiere) ed i gruppi di lavoratori in lotta potevano intervenire. Alla fine delle discussioni tutte le proposte vengono messe ai voti.

Le assemblee, che all’inizio discutevano solo della lotta immediata contro il sequestro dei depositi bancari disposto dal governo, adottarono un programma di rivendicazioni molto avanzate, il contenuto delle quali poneva in discussione ogni aspetto del sistema capitalistico. Tra le rivendicazioni vi erano il ripudio del debito estero, la nazionalizzazione delle banche, la rinazionalizzazione dei settori privatizzati, l’elezione popolare dei giudici della Corte Suprema, il controllo statale dei fondi pensione , ecc.

Il movimento delle assemblee popolari acquistò ancora più forza quando provò a collegarsi con il movimento dei disoccupati e con i lavoratori. Il 16 febbraio 2002 si riunì in Plaza de Mayo l’Assemblea nazionale dei lavoratori (occupati e disoccupati), preludio alla prima Assemblea nazionale delle assemblee popolari (marzo 2002), alla presenza di oltre mille delegati provenienti da tutto il paese votò una risoluzione che proponeva di “lottare per un governo di lavoratori e assemblee popolari come alternativa al sistema capitalista”.

La classe dominante argentina era molto preoccupata. La Nación, uno dei principali giornali della borghesia argentina, scriveva il 14 febbraio 2002: “… Quantunque la nascita di queste assemblee appaia conseguenza della esasperazione pubblica nei confronti della condotta inaffidabile della classe politica, occorre tener altresì conto che un tale meccanismo di deliberazione popolare presenta un pericolo, poiché a causa della loro intima natura [le assemblee] possono svilupparsi in qualcosa di simile ad un sinistro modello di potere, i ‘soviet’”.

La classe operaia non partecipava in maniera indipendente, attraverso i suoi strumenti più classici a quel movimento rivoluzionario, dai consigli di fabbrica ai sindacati. Una delle ragioni fondamentali fu che i dirigenti dei sindacati maggiormente “rappresentativi” non solo non erano coinvolti nel movimento ma iniziarono, prima di nascosto dagli occhi delle masse poi in maniera aperta a collaborare col governo dell’allora presidente Duhalde.

I lavoratori tuttavia partecipavano alle assemblee nei loro quartieri e alcune delle fabbriche più combattive (cominciavano allora occupazioni celebri come quelle delle fabbriche Zanon e Bruckman) erano fra le avanguardie del movimento. Il ruolo centrale della classe lavoratrice nella società, dato nel sistema economico attuale dal conflitto decisivo tra capitale e lavoro, si impose anche nel contesto delle assemblee popolari. I lavoratori trascinarono dietro di sé le altre classi, la piccola borghesia impoverita dalla crisi e il sottoproletariato: lo si evince chiaramente dalla rivendicazioni del “governo dei lavoratori” fatta propria da quelle assemblee.

Nel corso dell’inizio di questo secolo le assemblee popolari sono tornate a giocare prepotentemente un ruolo chiave. È avvenuto con l’Assemblea popolare dei popoli di Oaxaca (Appo), in Messico nel 2006. La dura repressione da parte delle “forze dell’ordine” di una lotta degli insegnanti portò a una situazione insurrezionale che coinvolse tutto lo Stato. Tra giugno e ottobre del 2006 si sviluppò un vero e proprio dualismo di potere ad Oaxaca, quello formale nella persone del governatore dello Stato che era letteralmente scomparso mentre quello reale era nelle mani della Appo. Solo l’isolamento della mobilitazione consentì allo stato messicano di avere ragione della Appo, attraverso l’arresto di centinaia di protagonisti della lotta.

Arrivando a tempi più recenti e luoghi più vicini, il movimento 15M (gli “indignados”) in Spagna ha trovato nelle assemblee popolari una delle principali forme organizzative. Dal movimento antisfratti a quello in difesa della sanità pubblica passando per la resistenza del quartiere di Gamonal a Burgos contro i piani di speculazione del comune, i protagonisti delle mobilitazioni si sono riuniti in assemblee popolari o di quartiere per decidere le iniziative e il programma di lotta. Da questo processo nascerà Podemos.

In tutti questi esempi troviamo una caratteristica comune che ha reso indispensabile lo sviluppo delle assemblee popolari. L’assenza di un organizzazione di sinistra di massa (come in Argentina o in Messico) o di una direzione che decide di non giocrae alcun ruolo nel conflitto o addirittura di schierarsi contro (come nel caso dei sindacati CCOO ed UGT in Spagna).

Una volta innescata la scintilla della mobilitazione, le masse in lotta non possono aspettare che le organizzazioni nate si pongano sulla lunghezza d’onda del conflitto e cercano (e qualche volta creano) la strada più immediata e praticabile per portare avanti la lotta.

La strada illustrata negli sopracitati potrebbe essere ripercorsa anche in Italia. La paralisi dei vertici sindacali, oltre alla totale irrilevanza della sinistra riformista ci consegna la probabilità che sia attraverso la costruzione di strutture autorganizzate che possa nascere un movimento di massa.

La parola d’ordine delle Assemblee popolari è dunque una rivendicazione necessaria nella fase attuale. All’inizio avrebbe probabilmente la natura di un fronte unico tra le varie organizzazioni politiche e sindacali e i coordinamenti di lotta per poi superare tali limiti e acquisire dimensioni di massa.

È necessario comprendere anche i limiti dell’esperienza delle assemblee popolari in Argentina o in Messico. L’illusione che si potessero costruire strutture parallele a quelle sindacali e della sinistra già esistenti, senza utilizzare la forza delle assemblee popolari per conquistare l’egemonia del movimento operaio a scapito delle direzioni riformiste, ne ha decretato la sconfitta.

Lo sviluppo delle assemblee popolari fornirebbe un terreno più avanzato per la nascita di un partito di classe che cristallizzi in un programma, una teoria e un’organizzazione rivoluzionaria l’esperienza compiuta dalle masse nelle lotte.

La crisi della direzione del movimento operaio italiano ha assunto dimensioni così macroscopiche da rendere non solo necessaria, ma più che mai urgente la proposta di un’alternativa. Unitevi a noi, Sinistra classe rivoluzione, per la costruzione di assemblee popolari, per un partito di classe, per un alternativa rivoluzionaria.

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