26 Febbraio 2020

Coronavirus – Sì alla tutela della salute! No alle misure indiscriminate e al commercio della paura!

È giustificato il timore pubblico rispetto alla diffusione del Covid-19, soprattutto perché essendo ancora in fase di studio, non ne è ancora del tutto chiara la pericolosità. Di fronte a un fenomeno ancora da valutare è giusto usare cautela sia nella vita quotidiana che nei comportamenti sociali.

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Tuttavia i provvedimenti fin qui presi dal Governo e, a cascata, dagli altri organi amministrativi, hanno per ora prodotto ben altro: non una consapevolezza e una presa di responsabilità, ma al contrario la paura indiscriminata e la passivizzazione, scaricando nel contempo gran parte delle conseguenze di questi provvedimenti sui lavoratori e sui ceti popolari.

Balzano agli occhi le contraddizioni stridenti e inevitabili dei decreti emessi: si può andare a lavorare, si può andare al centro commerciale (con o senza panico e accaparramenti), per il resto il consiglio è di chiudersi in casa e “fidarsi delle autorità”.

A questo si aggiunge l’isolamento, ad oggi di circa 50mila persone confinate nei Comuni più a rischio.

Servono queste misure a contenere il contagio? Se ne può ragionevolmente dubitare. Studi condotti su passate epidemie (H1N1, o “suina”, Sars) hanno evidenziato come i controlli a tappeto (frontiere, aeroporti, quarantene di massa, ecc.) abbiano avuto una efficacia minima, dirottando risorse preziose in un impiego poco efficace.

Questo è tanto più vero nel caso attuale, quando è chiaro che i pazienti “asintomatici” possono comunque trasmettere il virus. I controlli e l’isolamento possono indubbiamente servire se usati in modo mirato verso chi effettivamente è stato esposto a un pericolo di contagio specifico.

Peggio ancora l’allarmismo diffuso dai media e dai virologi da talk show, di cui Burioni è solo un caso estremo. Paragonare il coronavirus addirittura alla febbre “spagnola” è ai limiti della denuncia per procurato allarme. La “spagnola” fece decine di milioni di vittime in una Europa che usciva da una guerra mondiale, con la popolazione debilitata dalla fame, dalle malattie, con milioni di soldati che avevano passato anni nelle trincee, in un’epoca in cui il servizio sanitario non esisteva. Cosa c’entra con la situazione di oggi?

E anche l’alto tasso di mortalità (2,3% dei casi, circa venti volte più di una normale influenza) va non solo legato soprattutto ai pazienti più anziani e con altre patologie, ma anche alla fase iniziale nella quale ancora non era chiara la natura del pericolo e le cure da adottare.

Non a caso in Cina la mortalità è stata del 2,9% nella provincia dello Hubei, la prima e più colpita, mentre cala allo 0,4% nelle altre province, colpite successivamente.

Questo non significa minimizzare o banalizzare il pericolo a una statistica astratta, al contrario: ci si tutela innanzitutto con la consapevolezza. Qui invece il messaggio è opposto: dovete avere paura, e sbrigarvela da soli di fronte alle conseguenze.

Hai i figli piccoli e la scuola è chiusa? Affari tuoi. Sei un precario (ad esempio migliaia di educatori che danno sostegno nelle scuole)? Stai a casa senza stipendio. A Milano si chiudono i bar… dalle 18 alle 6 di mattina. Vai a lavorare, e in ufficio o nei reparti sono affari tuoi se ti contagi, ma in mensa non ci puoi andare.

Puoi andare in fabbrica, stare alla cassa di un supermercato, guidare un autobus o fare consegne in giro per la città, ma la corsa campestre organizzata dalla polisportiva del paese viene soppressa dal prefetto o dal sindaco.

I decreti emessi contengono centinaia di queste conseguenze assurde e spesso vessatorie.

Anche l’isolamento di interi paesi e comunità è più facile che produca un maggiore contagio piuttosto che il contrario. Il caso estremo è la nave da crociera giapponese Diamond Princess, dove la quarantena ha avuto l’effetto di fare ammalare circa 690 persone su 3700 tra passeggeri ed equipaggio. Solo dopo settimane di polemiche e scontri alla fine si è capito che l’isolamento, nella misura in cui fosse necessario, andava fatto a terra, differenziando tra le diverse situazioni.

Il governo ha obbiettivamente rincorso la Lega sul terreno dell’“emergenza”. La manovra ha avuto un certo successo d’immagine (al punto che Salvini non sapendo più cosa dire invoca la chiusura delle frontiere… francesi). Forse perché presi dall’entusiasmo, hanno calcato la mano e nel divieto di qualsiasi manifestazione pubblica, all’aperto o in spazi chiusi, hanno infilato anche il “caldo invito” (leggi blocco) a sospendere scioperi e manifestazioni di carattere politico fino al 31 marzo.

Quindi, operai della Whirlpool a cui vogliono chiudere la fabbrica, dipendenti di Air Italy o di Auchan licenziati, insegnanti e personale scolastico senza contratto, state muti e non protestate! Andate al centro commerciale a riempire il carrello di conserve, e poi chiudetevi in casa a guardare in tv il pallottoliere dei contagiati e i Tg con le mascherine.

È scandaloso che i dirigenti sindacali abbiano accettato e abbiano anche sospeso assemblee di ogni tipo nei luoghi di lavoro.

E a proposito di sindacati e lavoratori: ora tutti si sbracciano a dire quanto sia eroico il personale sanitario in prima linea nell’emergenza, che si spacca la schiena di doppi turni esponendosi al contagio. Nessuno, o quasi, però, ricorda altre cose: che quel personale ha un contratto nazionale scaduto da 18 mesi. Che con le logiche aziendalistiche da 30 anni il Servizio sanitario nazionale è stato sistematicamente definanziato causando chiusure e accorpamenti di strutture (compresi reparti di terapia intensiva), taglio dei posti letto, smantellamento della prevenzione e dei servizi territoriali; che la regionalizzazione e l’aziendalizzazione significano meno coordinamento tra territori e strutture, a discapito della salute dei cittadini e delle condizioni dei lavoratori; che le strutture private ingrassate da queste politiche finora non contribuiscono neppure per un’unghia allo sforzo di fare fronte all’epidemia.

Invece di strisciare di fronte alle logiche dell’emergenza, il sindacato deve avanzare delle precise rivendicazioni per tutelare i lavoratori e impedire che il costo di questa emergenza si scarichi su di loro. In particolare:

– Ammortizzatori sociali per tutti coloro che sono costretti a perdere giornate di lavoro sia per la chiusura delle attività nelle quali sono impiegati (come cinema, ristorazione, ecc.) o per altre conseguenze dei decreti del governo come le limitazioni alla circolazione o la chiusura di scuole, di strutture assistenziali, ecc. che obbligano a farsi carico dell’assistenza di minori, anziani, disabili, senza potere accedere ai servizi pubblici.

– Accesso agli ammortizzatori sociali anche per i lavoratori precari che vengono lasciati a casa in conseguenza del blocco di determinate attività,

– Precettare senza indennizzi per azionisti e proprietari quelle strutture sanitarie private che siano necessarie ad alleggerire il sovraccarico sul servizio pubblico.

– Nuovo contratto nazionale per il personale sanitario con trattamenti adeguati.

– Dispositivi di protezione, formazione sanitaria e altre misure cautelative su orari e organizzazione del lavoro devono essere interamente a carico delle aziende e introdotte sotto il controllo degli Rsu e Rls.

– No a qualsiasi proibizione di attività politiche e sindacali (assemblee, ecc.). Limitazioni possono essere discusse solo con i lavoratori stessi nei casi specifici in cui se ne valuti la necessità.

Non accettiamo che in nome dell’emergenza a pagare siano sempre gli stessi, mentre il governo premurosamente garantisce che i padroni possano continuare tranquillamente a fare profitti e affari scaricando tutti i costi sulla collettività!

26 febbraio 2020

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