26 Febbraio 2022 Sinistra Classe Rivoluzione

Contro l’imperialismo, contro la guerra!

L’attacco della Russia all’Ucraina segna una svolta profonda nella situazione internazionale, le cui conseguenze si sentiranno su vasta scala. Oggi più che mai è necessario innanzitutto comprendere le vere ragioni di quanto accade, senza lasciarsi confondere dalla propaganda dell’uno o dell’altro fronte.

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Questo conflitto è stato preparato da molti anni, tanto a Mosca come a Washington o a Kiev. Cercare colpevoli e innocenti in base a criteri su “chi ha cominciato prima” o sul fatto che in questo o quel territorio storicamente si parli una o l’altra lingua, è un’operazione ingenua nel migliore dei casi, ipocrita nel peggiore (e sempre quando viene compiuta dai leader politici borghesi).

L’imperialismo Usa e l’Unione europea hanno indubbiamente agito in modo sistematico per indebolire la Russia, accerchiarla e renderla vulnerabile sul piano militare ed economico.

Basti ricordare vent’anni di espansione della Nato in tutta l’Europa orientale, la guerra contro la Jugoslavia (1999) e in particolare la dichiarazione del vertice di Bucarest (2008) secondo la quale Georgia e Ucraina in futuro sarebbero entrate a far parte dell’Alleanza.

Immaginiamo quale sarebbe la risposta di Washington se a Mosca si dichiarasse che il Canada o il Messico entreranno in una alleanza militare con la Russia, dotata di armi nucleari.

Né si può dimenticare gli avvenimenti della cosiddetta “Euromaidan” del 2014, quando il governo ucraino di Yanukovich fu rovesciato da un movimento reazionario ampiamente finanziato e pubblicamente sostenuto dagli Usa e dall’Ue. Tale movimento, ipocritamente descritto come un moto democratico con cui l’Ucraina tentava di staccarsi dall’“orso russo” e di abbracciare la democrazia e la prosperità dell’Occidente, fu invece un feroce movimento nazionalista, in cui le milizie fasciste ebbero il ruolo di truppe d’assalto.

Il risultato di quella “rivoluzione colorata” fu l’insediamento di un regime ultranazionalista e antirusso, che ha sistematicamente negato i diritti nazionali della consistente parte di popolazione russofona che vive in Ucraina, negando il riconoscimento della lingua russa e celebrando apertamente i collaborazionisti ucraini di Stepan Bandera, un feroce movimento fascista e antisemita che durante la Seconda guerra mondiale si alleò con la Germania nazista rendendosi responsabile di orrendi massacri contro ebrei, polacchi, russi.

Né si può dimenticare il rogo della Casa del popolo di Odessa, il 2 maggio del 2014, quando le bande fasciste arsero vive o linciarono almeno 48 persone che manifestavano contro il nuovo regime ucraino.

Tutto questo giustifica l’intervento della Russia, o lo rende in qualche modo “antifascista” o progressista? No, nel modo più assoluto.

 

Quale autodeterminazione?

Se per Washington e Bruxelles l’autodeterminazione dell’Ucraina è solo una parola d’ordine propagandistica per mascherare il loro interesse dominare e sfruttare l’Ucraina e a opporsi alla Russia, per Putin i diritti nazionali della minoranza russa in Ucraina o la retorica “antifascista” sono altrettanto ipocrite coperture dell’unico interesse dello Stato russo: dominare e sfruttare l’Ucraina ed espandere la propria influenza.

Chi descrive quindi il conflitto in Donbass come una nuova Stalingrado vive in un mondo di fantasia.

Se nella prima fase del movimento nel Donbass esisteva indubbiamente un sano elemento antifascista e internazionalista, e una forte partecipazione della classe operaia e dei minatori, tutto questo è finito da tempo e le due repubbliche secessioniste di “popolare” hanno ormai solo il nome. Tutte le tendenze progressiste sono state isolate e represse dalle forze nazionaliste sotto il diretto comando del Cremlino, e i leader politici e militari che esprimevano le posizioni più progressiste sono stati emarginati o direttamente uccisi.

Sono a tutti gli effetti degli Stati fantoccio di Mosca. Questo non significa che le popolazioni del Donbass non abbiano diritto alla propria autodeterminazione nazionale (come ogni altra popolazione), ma questo diritto non esiste fuori dal tempo e dallo spazio. Il contesto di uno scontro tra imperialismi contrapposti è determinante. Così come nella ex Jugoslavia la parola d’ordine dell’autodeterminazione venne usata per fini completamente reazionari, portando a una serie di guerre sanguinose, oggi questa viene usata nello stesso modo in Ucraina.

Putin ha quindi solo gareggiato in cinismo con le sue controparti. Il discorso con cui ha annunciato l’attacco non lascia spazio alle interpretazioni. Non a caso ha attribuito a Lenin e alla rivoluzione d’ottobre la “colpa” di avere riconosciuto l’Ucraina (anzi di averla “inventata”), chiarendo così oltre ogni dubbio che i suoi riferimenti non vanno all’Unione sovietica, come pateticamente qualcuno ha scritto, ma all’impero zarista e al nazionalismo russo che questo incarnava, meritandosi il nome di “carcere dei popoli”.

La nostra posizione rimane invece precisamente quella assunta da Lenin e dai bolscevichi e applicata dopo la rivoluzione del 1917: nessun popolo ha interesse ad opprimerne un altro o a negarne i diritti nazionali. Sono le classi dominanti che usano il nazionalismo come strumento di dominio sia a casa propria che all’esterno. Solo un governo che rappresenti gli interessi dei lavoratori e delle classi oppresse può garantire una soluzione onesta e democratica alla questione nazionale, permettendo ad ogni popolazione di autodeterminarsi e al tempo stesso lottando con mezzi pacifici per la vicinanza, la collaborazione e l’integrazione di tutti i popoli e tutte le culture.

Oggi i leader dell’“Occidente democratico” si stracciano le vesti sui diritti nazionali dell’Ucraina, espongono i colori ucraini sui monumenti o nelle sale delle istituzioni… che ipocrisia! Se hanno tanto a cuore i diritti delle nazioni oppresse possono certamente esercitarsi in Palestina, in Catalogna, in Irlanda o in decine di altri territori dove questi diritti vengono negati, con la forza e con l’inganno, senza che nessuno di questi signori abbia mai detto una parola e anzi con la loro diretta collaborazione.

 

L’offensiva russa

Mentre scriviamo l’offensiva russa prosegue con grande celerità ed efficacia. L’esercito ucraino non pare in condizioni di opporre una seria resistenza e la caduta della stessa capitale potrebbe essere questione di giorni. La Nato, dopo avere istigato il presidente ucraino Zelensky, dopo aver usato parole di fuoco contro Putin, ha reso nuovamente chiaro che non intende mandare truppe e che si contenteranno di combattere fino all’ultimo soldato… ucraino. Zelensky si trova così nella condizione del servo sciocco che scopre che il suo potente protettore lo ha abbandonato nel modo più cinico.

Ma la vittoria sul campo dell’esercito russo non significherà affatto la fine dello scontro, anche se Putin dovesse riuscire a mantenere la misura (cosa tutt’altro che scontata in una guerra) e a ritirarsi rapidamente come fece in Georgia nel 2008.

Gli obiettivi dichiarati da Putin sono espliciti: staccare le repubbliche del Donbass dopo un allargamento del loro territorio, garantire la sicurezza della Crimea, forse anche raggiungendo la contiguità territoriale, distruggere tutta l’infrastruttura militare (cosa che stanno facendo con notevole efficacia) e insediare un governo vassallo che mantenga il paese, così ridotto di parte del suo territorio, come Stato cuscinetto demilitarizzato.

Dato il crollo militare dell’esercito ucraino, l’impotenza della Nato a intervenire e il presumibile crollo del morale del popolo ucraino, è anche possibile che a breve termine la Russia possa seguire questo piano.

Tuttavia non è affatto l’unica possibilità. Combattere nelle grandi città, a partire da Kiev, è un’operazione rischiosa e piena di incognite. Se si ricompone una resistenza ucraina, sostenuta dalla Nato, la prospettiva di un conflitto strisciante e sempre più sanguinoso non è da escludersi del tutto.

Per milioni di persone, non solo nelle zone in conflitto, questi avvenimenti suscitano un sentimento spontaneo di rabbia e di ribellione contro un sistema che passa da un conflitto all’altro, da una crisi all’altra, senza fine. Ci sono e ci saranno mobilitazioni contro la guerra, per la pace. Tuttavia dobbiamo essere chiari: sulla base di questo sistema economico, non ci sarà mai una pace duratura e tantomeno una pace giusta. Il capitalismo non è solo un sistema ingiusto, che produce diseguaglianze e sfruttamento, ma è anche un sistema in cui la concorrenza economica fra imprese, paesi, blocchi economici fatalmente si trasforma anche in concorrenza militare, con guerre e occupazione di territori.

Dobbiamo denunciare senza mezzi termini quei partiti e quei politici, come Draghi o Letta, che invocano sanzioni “per piegare la Russia”. Sanzioni il cui prezzo verrà pagato dai lavoratori in tutti i paesi, e il cui scopo altro non è che preparare le condizioni per un nuovo scontro, economico e forse anche militare, in cui “farla pagare” a Putin (in realtà al popolo russo).

Le sanzioni altro non sono che un’altra arma di conflitto e come tali le rifiutiamo.

Se vogliamo lottare davvero contro la guerra c’è solo una strada: lottare a casa nostra, contro i nostri governi che sono tanto guerrafondai come quelli “degli altri”, e che vorrebbero arruolarci sotto false parole d’ordine per difendere i loro sporchi interessi.

Solo un sistema socialista, nel quale il potere economico e politico non sia più in mano alla borghesia e ai suoi partiti, può creare le condizioni per una pace autentica fra i diversi popoli.

Restano valide più che mai le parole di chi come Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, si oppose al grande macello della prima guerra mondiale: il nemico principale è in casa nostra!

Questa è la lotta che come Tendenza marxista internazionale conduciamo ovunque, in negli Usa come in Russia, in Italia e ovunque siamo presenti. L’unica lotta che non si conduce sotto le bandiere del profitto, del nazionalismo e dell’oppressione comunque mascherata, ma che si collega direttamente alla parola d’ordine del Manifesto del partito comunista: il lavoratori non hanno patria! Proletari di tutto il mondo, unitevi!

25 febbraio 2022

 

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