31 Ottobre 2019

Contro l’aggressione di Erdogan! Autodeterminazione e socialismo unica soluzione per il Kurdistan!

In occasione della manifestazione nazionale di domani, primo novembre, a Roma contro l’aggressione della Turchia al Rojava, rendiamo disponibile online un aggiornamento della nostra analisi sul conflitto, pubblicato sul numero di Rivoluzione in corso.

L’invasione del Nord della Siria da parte delle truppe di Erdogan rappresenta un’ennesima svolta nella guerra civile che sconvolge il paese da ormai otto anni. Con questa mossa, il “Sultano” turco dimostra tutta la ferocia di cui è capace l’imperialismo e tutta l’ipocrisia delle democrazie occidentali.

“Spaccheremo le teste ai curdi” ha affermato Erdogan in un comizio. L’obiettivo della Turchia è quello di annientare ogni forma di autogoverno dei curdi siriani. Ankara non può tollerare l’esperienza del Rojava, che rappresenta un esempio per tutto il popolo curdo e dunque anche per la minoranza che vive in Turchia.

La mossa è anche un tentativo di distogliere l’attenzione dal calo di popolarità interno. La Turchia si trova nel bel mezzo di una pesante crisi economica: la lira turca si è svalutata del 25% rispetto al dollaro e la crescita del Pil ha bruscamente frenato dal + 7,6% del 2017 al 2,6 del 2018. L’AkP, il partito di Erdogan, è stato sconfitto nelle elezioni comunali di Istanbul e Ankara, le due città principali e sono ripartiti gli scioperi.

Il via libera degli Usa

L’attacco dell’esercito turco è stato permesso dal ritiro delle truppe americane dalle zone liberate dal Ypg (un ritiro che comunque non riguarda la zona al confine con l’Iraq, ricca di giacimenti petroliferi). Con questa mossa Trump tenta un riavvicinamento con la Turchia, potenza della regione e secondo esercito della Nato, che nell’ultimo periodo aveva cercato di sviluppare una politica di “equidistanza” tra Usa e Russia. L’appoggio alle milizie curde era solo tattico. Davanti alla possibilità di una rottura con Ankara, Washington non ha mai avuto dubbi su chi scaricare. Una storia già vista nel marzo 2018, quando gli Usa non avevano mosso un dito davanti alla conquista di Afrin (liberata dallo Ypg nel 2015) da parte dell’esercito turco (e in quella tragica vicenda anche Putin si girò dall’altra parte). A turno tutti hanno promesso qualcosa ai curdi: gli Usa, Assad, la Russia, l’Ue e per un periodo pure Erdogan. E tutti li hanno traditi.

Per l’imperialismo, le nazioni oppresse sono solo delle pedine da utilizzare e poi sacrificare sull’altare dei loro interessi. Poco importa se ciò significa perpetuare le sofferenze di un popolo senza uno stato, come nel caso dei curdi.

La tregua stipulata da Pompeo e Pence è un altro regalo a Erdogan, Si sono concessi cinque giorni di tempo ai curdi per liberare la zona di sicurezza, una zona cuscinetto profonda circa 32 km che la Turchia vuole creare oltre il suo confine con la Siria. In cambio gli Usa sospenderanno le sanzioni ad Ankara. Il posto dell’Ypg, secondo le intenzioni di Erdogan, sarà preso dall’Esercito libero siriano, una milizia composta da fondamentalisti islamici da sempre sul libro paga della monarchie del Golfo e della Turchia stessa. Già ad Afrin questi tagliagole si sono resi protagonisti di ogni tipo di efferatezza. Ripeteranno le loro macabre azioni anche questa volta, non abbiamo dubbi.

Gli obiettivi di Erdogan e Putin

La Turchia vorrebbe con questo attacco introdurre una stabilizzazione, a suo vantaggio, nel conflitto siriano. Potrebbe essere un’illusione. Chi ha l’ultima parola in Siria è la Russia, che infatti non ha perso tempo e ha subito occupato, insieme all’esercito siriano, la strategica città di Manbij, al confine del Kurdistan siriano. L’aviazione russa ha fermato in diverse occasioni i raid aerei turchi in questi ultimi giorni. Putin non è certo guidato da sentimenti umanitari, né da una volontà di sovvertire l’ordine internazionale esistente. L’obiettivo fondamentale di Mosca è quello di divenire co-gestore degli affari internazionali e di essere riconosciuto come tale, nonché di mantenere un equilibrio tra le potenze regionali. Ecco perché difende l’unità territoriale della Siria, suo alleato fondamentale nella regione. Come spiega il Financial Times: “La Russia non tradisce i suoi alleati, ma nemmeno firma loro un assegno in bianco”. Anche l’Iran, che si stima controlli tra truppe regolari e milizie di Hezbollah almeno 10mila uomini in Siria, si è schierato contro la permanenza di soldati turchi nel paese.

La Russia si impegna ora a un controllo congiunto con la Turchia della zona occupata in Siria; ma assumersi questo ruolo di arbitro significa alla lunga che le ambizioni inconciliabili di tutti gli attori in campo si ritorceranno contro la stessa Russia.

L’attacco turco sarà dunque fonte di nuova instabilità. Le milizie fondamentaliste hanno rialzato la testa, mentre dal regime di Assad, a cui si sono ora affidati, i curdi non si posso aspettare alcuna garanzia rispetto ad ogni richiesta di autogoverno.

Garanzie che, aldilà della retorica, nessuna delle democrazie occidentali ha intenzione di fornire. L’Ue condanna la Turchia a parole ma continua a fare affari con Erdogan. Il governo Conte non stipulerà accordi futuri per la vendita di armi, ma ribadisce che gli impegni presi vanno rispettati (impegni che riguardano affari per quasi un miliardo di euro dal 2014 ad oggi).

Gli appelli alla comunità internazionale rivolti dai gruppi dirigenti del Pyd (Partito dell’unione democratica, che controlla l’Ypg) sono destinati a cadere nel vuoto. La tragedia che si sta consumando in queste settimane non solo svela l’ipocrisia delle “democrazie” occidentali, ma anche il vicolo cieco della direzione del popolo curdo, che pensava di poter raggiungere i propri obbiettivi equilibrandosi fra le differenti potenze regionali e imperialiste.

Il “confederalismo democratico” e il “municipalismo libertario” teorizzati da Abdullah Ocalan implicavano la coesistenza dell’autonomia del popolo curdo con i confini esistenti nella regione e con i rapporti di proprietà capitalisti. Come sia possibile costruire degli “spazi liberati” all’interno di entità statali che da generazioni opprimono le minoranze nazionali non è dato sapere. In questa difesa nei fatti dello status quo e nella rinuncia all’autodeterminazione del Kurdistan, i vertici del movimento curdo hanno condotto all’isolamento l’eroica lotta del loro popolo.

Solo riportando al centro la lotta per l’autodeterminazione, sulla base di un programma rivoluzionario e internazionalista si può fornire una soluzione alla questione curda. L’autodeterminazione del Kurdistan farebbe esplodere le contraddizioni dei regimi reazionari che opprimono la minoranza curda. Un Kurdistan socialista sarebbe un punto di riferimento rivoluzionario per i lavoratori di tutto il Medio Oriente e per le lotte che stanno ritornando prepotentemente alla ribalta dal Libano all’Iraq. Una federazione socialista del Medio Oriente potrebbe garantire, spazzando via la barbarie del capitalismo e del fondamentalismo, una libera convivenza di tutti i popoli.

25 ottobre 2019

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