15 giugno 2017

CONTRATTO METALMECCANICI: 1,7 euro lordi di aumento è un insulto!

Il volantino del Sindacato è un’altra cosa uscito subito dopo la firma

Come spesso accade la realtà è più grottesca delle previsioni. Per i metalmeccanici ci si aspettava infatti quest’anno un aumento salariale di una cifra irrisoria attorno ai 9 euro lordi. Invece l’Istat ha reso noto il dato del cosiddetto indice IPCA reale secondo cui l’inflazione sarebbe cresciuta nel 2016 dello 0,1%. Questo significa che, in base a quanto previsto dal contratto nazionale appena firmato non solo da Fim e Uilm ma anche dalla Fiom, l’aumento mensile in busta paga per i lavoratori sarà di 1,7 euro lordi al 5° livello (1,5 euro per un 3° livello). Si avete letto bene, l’aumento per i 12 mesi che vanno dal 1 giugno 2017 al 1 giugno 2018 sarà di 1,7 euro lordi. È evidente che non siamo semplicemente di fronte ad un contratto in cui i lavoratori hanno preso poco o meno di quanto avrebbero potuto e dovuto. Come ampiamente anticipato da chi scrive al momento della sua stipula, siamo di fronte alla fine del contratto nazionale come lo abbiamo conosciuto negli ultimi 40 anni, dal 1969, e ad una sua mutazione sostanziale. Da un lato l’introduzione delle deroghe, oggi firmate anche dalla Fiom, ha permesso la balcanizzazione dei diritti e delle condizioni di lavoro. Dall’altro questo nuovo meccanismo di calcolo della retribuzione che di fatto non da aumenti salariali, rende il CCNL un guscio vuoto senza alcun valore. D’ora in avanti niente più aumenti in busta paga ma solo pagamento in natura attraverso il cosiddetto “welfare aziendale”.

Il volantino prodotto dalla FIOM subito dopo la firma

Il contratto nazionale se non è in grado di garantire maggiori diritti e aumenti salariali per tutti i lavoratori di fatto non esiste più. Come ammette lo stesso furbesco volantino della Fiom quando afferma “in ogni azienda esercitiamo il diritto alla contrattazione di 2° livello per ottenere aumenti salariali”, d’ora in avanti anche la retribuzione dovrà essere contrattata esclusivamente in azienda aumentando ancora di più divisione e disuguaglianza tra i lavoratori. Ma non erano stati proprio i vertici Fiom a dire che questo è il contratto che tutela gli ultimi? Se il contratto nazionale non garantisce più aumenti e se la contrattazione aziendale si fa solo nel 20% delle aziende di quale tutela stiamo parlando? Persino il welfare stabilito dal contratto nazionale nelle aziende in cui non c’è una RSU viene lasciato totalmente alla gestione discrezionale delle aziende. Welfare, sia detto per inciso, che è il nuovo eldorado per i padroni. Non solo questi finti soldi non sono consolidati e quindi a scadenza del contratto non ci sono più. Non solo risparmiano in contributi e fisco a danno del lavoratore. Attraverso questo strumento le aziende “per ogni euro investito hanno un ritorno di 0,25%” (Fonte Valore Welfare cit. da L’Economia del 29/5/2017) mentre il 62% di esse registra anche un abbassamento significativo della conflittualità in azienda (Fonte Welfare Company cit. da L’Economia 29/05/2017). Questa intesa sta avendo un pesante effetto anche sulla contrattazione aziendale. Il principio per cui gli aumenti aziendali debbono essere totalmente legati all’andamento aziendale induce i sindacati ad abbandonare la richiesta di salario fisso e spinge le aziende ad opporsi ad esso quando viene loro richiesto. Insomma in 6 mesi questo contratto ha dimostrato di essere non solo un disastro ma una capitolazione totale ai padroni. A fronte di questi 1,7 euro di aumento, che sono un vero e proprio insulto alla dignità dei lavoratori, la Fiom può fare una sola cosa per non perdere del tutto credibilità; disdettare l’accordo e riaprire la vertenza.

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