10 Giugno 2020 Marzia Ippolito

Contagio, crisi e rivolte nei paesi ex coloniali

In questi mesi di pandemia sono circolate immagini drammatiche e rappresentative del fallimento di questo sistema nel garantire il diritto alla salute, soprattutto nei paesi ex coloniali, dove il dramma tocca il suo più alto picco e il sistema sanitario è già al collasso.

Molti ricorderanno le foto delle migliaia di persone che in India a inizio marzo affollavano le stazioni di autobus e treni per poter tornare nei propri paesi di origine, altri sicuramente saranno stati duramente colpiti dalle foto scattate in Ecuador, dove centinaia di cadaveri, posti in sacchi della spazzatura, sono stati abbandonati per strada e bruciati. Questi paesi in tempi normali sono condannati alle brutalità imposte dal capitalismo, che produce ricchezza per pochi a scapito della vita di miliardi di persone condannate alla miseria e povertà. Oggi a queste logiche si somma il silenzio criminale delle “democrazie occidentali”, che hanno calato la maschera della filantropia ipocrita che obbligherebbe moralmente i più fortunati (!) a soccorrere chi fortunato non lo è mai stato (!). Semplicemente non se ne parla, si tace sul disastro che si prepara nei paesi del Sud del mondo dove, con l’inverno che si avvicina, potrebbe verificarsi una catastrofe.

Il contagio in Africa

A fare eccezione sono stati due medici francesi che, nostalgici del passato imperialista del loro paese, hanno fatto la proposta di testare il vaccino per il Coronavirus sulla popolazione africana. Secondo quanto riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità il continente ha da poco superato i 100mila contagiati, sparsi in tutti gli Stati dell’Africa dove è praticamente assente qualsiasi sistema sanitario pubblico. Ovviamente i numeri dei contagi e delle morti da Coronavirus in questi paesi vanno presi con ancora più cautela che nel resto del mondo a causa delle carenze strutturali di ospedali e tamponi.

Sepoltura di Mallam Abba Kyari, il capo dello staff del presidente della Nigeria, morto dopo aver contratto il Covid-19

In Nigeria il governo si rifiuta di dare dati certi sui morti da Coronavirus, ma viene riportato un numero significativo di decessi dovuti a motivi “misteriosi”. Kano, la regione nel nord del paese, è diventata l’epicentro della diffusione del virus. L’intero Stato anche prima della pandemia era noto per l’estrema povertà e per l’inaccessibilità ai servizi sanitari. Questo accade nello stesso paese dove vive uno degli uomini più ricchi del pianeta e il più facoltoso dell’intero continente, Dangote. L’espropriazione del suo capitale potrebbe letteralmente salvare milioni di vite.

Pensare a misure di contenimento del virus o a forme di distanziamento sociale è impossibile sul piano materiale. Il 60% dei lavoratori africani è occupato nel settore informale fatto di impieghi a giornata e piccoli commerci. Per tutti loro il lockdown è l’equivalente di una condanna a morte per povertà invece che per la contrazione del Covid-19. Già lo scorso marzo una tv spagnola con corrispondenti in Africa riportava di alcune rivolte, guidate dalle donne nel mercato della capitale della repubblica di Guinea-Bissau, che protestavano contro il governo che voleva chiudere la zona.

America Latina, nuovo epicentro

Eppure se dovessimo paragonare quanto sta avvenendo in Africa con la situazione in corso nei paesi dell’America Latina ci renderemmo conto che è lì che si è spostato l’epicentro della pandemia. In questa parte del mondo i danni maggiori riguarderanno l’economia e potrebbero far arretrare di decenni la posizione di questi paesi sul mercato mondiale, aumentandone la dipendenza dalle potenze occidentali. Nel Sud America in media il lavoro informale occupa tra il 30 e il 50% della forza lavoro, con picchi in paesi come il Perù, tra l’altro secondo paese nel Sud America per numero di contagi, dove l’80% dei lavoratori è nel settore informale e il 43% non sta percependo alcuna fonte di reddito o in Messico, dove il 57% dei lavoratori è in questo settore e si prevede che 15 milioni di persone perderanno il proprio salario. Secondo la Cepal (Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi) entro la fine dell’anno piomberanno nella povertà 40 milioni di persone, il dato peggiore di sempre e che supera anche quello della grande depressione degli anni ’30.

Da pochi giorni il Brasile ha scavalcato la Russia ed è diventato il secondo paese al mondo, subito dopo gli Stati Uniti, per numeri di contagi. Bolsonaro, dopo aver negato la serietà della pandemia ed essersi opposto a misure di contenimento sociale per prestare il fianco alle grandi aziende presenti nel paese, è il principale responsabile di quanto sta avvenendo. I nuovi contagi in Brasile crescono in modo impressionante, in un singolo giorno si sono contati 20mila nuovi casi. Il numero di contagi è in aumento sia nella zona centromeridionale del paese, sia al nord, nella zona amazzonica, sostanzialmente sprovvista di un sistema sanitario. In alcune grandi città, come Rio De Janeiro, il sistema sanitario è già al collasso. Questo avviene proprio a causa dei tagli imposti dall’attuale governo, ma anche da quelli precedenti guidati del PT.

La pandemia in Brasile si lega alla crisi politica del governo Bolsonaro, che mai come oggi è completamente isolato a seguito delle defezioni di importanti esponenti della sua amministrazione. Negli ultimi anni i giovani e i lavoratori brasiliani hanno dato prova della loro rabbia, oggi una nuova esplosione di un movimento di massa potrebbe porre fine a questo governo marcio.

Crisi sanitaria, economica e politica in Brasile si stanno fondendo in un movimento esplosivo contro la cricca di Bolsonaro. Ne sono consapevoli anche molti politici borghesi, anche ex alleati del presidente, e soprattutto i dirigenti riformisti del Pt, che dopo avere predicato l’opposizione parlamentare e legalitaria in attesa di future elezioni, ora chiedono l’impeachment di Bolsonaro, nel tentativo di incanalare entro argini costituzionali l’inevitabile esplosione delle masse.

In alcuni Stati del Sud America le misure di lockdown stanno causando l’esplosione di rivolte, in Colombia, Cile, Argentina e Bolivia, soprattutto da parte dei lavoratori dell’economia in nero, normalmente sottopagati e oggi anche invisibili alle misure di sostegno al reddito perché molto banalmente sotto il punto di vista statistico non esistono.

Quando si dice che di fronte a noi ci sono solo due alternative, socialismo o barbarie, non ci si appella ad una frase vuota ma si parla del futuro di miliardi di persone. Questo è vero in generale per la classe operaia mondiale ma ancora di più nei paesi ex coloniali.

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