2 Luglio 2020 Roberto Sarti

Cisgiordania – No alle annessioni israeliane!

Il piano di Netanyahu-Gantz per l’annessione della Cisgiordania è ormai pronto e l’avvio è previsto per il primo luglio. Scritto sotto dettatura di Trump, secondo le indiscrezioni raccolte dal quotidiano Haaretz, dovrebbe comprendere il 23% della Cisgiordania, 40.000 ettari di terra palestinese privata, 12 villaggi arabi con 13.500 abitanti.

Il piano del secolo, come lo ha definito l’inquilino della Casa bianca, delinea un futuro, lontano, dove uno “Stato palestinese” sarà accanto a quello d’Israele. Ma è solo uno “specchietto per le allodole”, dato che allo stesso tempo, come ha spiegato il Segretario di stato Mike Pompeo, gli Usa “non definiscono più gli insediamenti come una violazione del diritto internazionale”. Washington riconoscerà qualunque status giuridico il governo israeliano fisserà per questi territori.

Del resto, Trump aveva dimostrato di ignorare platealmente le risoluzioni dell’Onu quando, l’anno scorso, aveva riconosciuto l’occupazione israeliana delle Alture del Golan. Da quando è alla Casa bianca, Trump ha rafforzato i legami con Israele e Arabia saudita, da sempre considerati pedine fondamentali per gli interessi Usa nello scacchiere mediorientale.

Le modalità dell’annessione sono stati fra i punti centrali del patto di governo fra il Likud e il partito Blu e bianco di Gantz. L’accordo è stato raggiunto celermente, a dimostrazione che non c’è alcuna differenza di principio tra i due partiti, che per anni si sono scontrati come acerrimi nemici tenendo in stallo la politica israeliana. L’urgenza è dettata anche dalle difficoltà interne di Trump, per nulla sicuro della rielezione a novembre, e dall’esigenza di mettere un’eventuale amministrazione democratica di fronte al fatto compiuto.

Il piano è uno schiaffo in faccia ai palestinesi, che vedrebbero perdere definitivamente l’unità territoriale dell’Anp, relegati in veri e propri “bantustan” come ai tempi dell’apartheid in Sudafrica e privati ancor di più dell’accesso all’acqua e alle risorse agricole. È la condanna definitiva dell’illusione di costruire uno Stato sovrano palestinese all’interno del capitalismo, che i dirigenti dell’Olp avevano coltivato dagli accordi di Oslo del 1993. Un’illusione che ha condotto Al-Fatah a diventare il cane da guardia di Israele fra i palestinesi, in prima linea a reprimere ogni mobilitazione delle masse, come l’Intifada del 2000.

L’aiuto delle borghesie arabe alla causa palestinese non è mai arrivato, a parte qualche parola di circostanza. Non arriverà nemmeno questa volta: il re della Giordania e la Lega araba si limitano ad invocare il rispetto della “legge internazionale”. Lo stesso possiamo dire dell’Unione europea, che siamo sicuri esprimerà “viva preoccupazione” ma mai farà passi concreti, come adottare ad esempio sanzioni economiche contro Israele.

Il piano non soddisfa tutti nemmeno fra gli israeliani. La classe dominante israeliana, nella sua occupazione della Palestina, ha creato dei mostri che difficilmente può rinchiudere in gabbia a piacimento. Al grido “è già tutto nostro” i coloni rivendicano anche il 70% assegnato ai palestinesi, anche se privo di sovranità reale: “Eretz Israel” appartiene solo agli ebrei. La costruzione di altri 7mila insediamenti per i coloni tra Betlemme ed Hebron annunciata a metà maggio (dopo che negli ultimi 20 anni i coloni sono passati da 177mila a 430mila), non è servita a placare la voracità di questo moderno Leviatano, che divora tutto quello che ha intorno. Si annuncia un’estate di violente proteste.

Questa orgia di reazione, rinfocolata ad arte dall’imperialismo Usa, non ha soluzione all’interno dello status quo capitalista. I marxisti denunciarono all’epoca la creazione dell’Anp come una trappola, e abbiamo avuto ragione. I palestinesi devono liberarsi delle loro direzioni corrotte e collegarsi alle lotte di massa che stanno esplodendo di nuovo nella regione, dal Libano all’Iraq. Solo la lotta di classe può fornire una via d’uscita alla tragedia palestinese e un’alternativa alle masse oppresse israeliane, oggi ostaggio della propaganda sionista.

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