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Cina: Xi Jinping accumula poteri senza precedenti all’ombra della crisi

Il XX Congresso del Partito comunista cinese (Pcc), al governo della Cina, ha ulteriormente consolidato il potere del partito-Stato sulla società, con a capo il presidente Xi Jinping. Questi ha formalmente inaugurato un terzo mandato come leader supremo del Paese – impresa riuscita al solo Mao nella storia della Repubblica popolare cinese. I massimi vertici del Pcc sono ora occupati per intero da fidi luogotenenti di Xi. Il tormentone di questo congresso ha riguardato l’indispensabilità del ruolo dirigente del partito-Stato per traghettare il Paese nel prossimo periodo.

In Cina, dove il capitalismo è amministrato da una burocrazia sedicente “comunista”, i congressi del Pcc sono i fatti politici di maggior rilevanza a cui si assiste. Quest’anno l’assise si è aperta nel mezzo della più grave crisi economica e sociale attraversata dalla Cina da decenni a questa parte. Il rallentamento della crescita economica, la soverchiante rabbia sociale contro i draconiani lockdown riguardo al Covid-19, ripetuti blackout e crisi come quella di Evergrande sono alcune delle tante problematiche che stanno erodendo la stabilità del regime Pcc con crescente rapidità.

Un settore decisivo della burocrazia del Pcc prevede un aumento dell’instabilità e Xi Jinping è colui che più sostiene un rafforzamento del controllo del partito-Stato sulla società per prepararsi alle esplosioni sociali che covano. Tale rafforzamento dei poteri di Xi e del Pcc in generale riflette le crescenti contraddizioni nelle viscere della società. Il XX Congresso non è che un passaggio chiave in questo processo.

Nuovi dirigenti e massimo consolidamento

A questo congresso Xi Jinping ha tracciato un orientamento generale per la burocrazia sottoforma dei cambiamenti alla direzione del partito, degli emendamenti al suo statuto e dei documenti congressuali resi pubblici al resto del mondo. Di solito si tratta del frutto di decisioni prese con mesi di anticipo, attraverso scontri a porte chiuse tra le varie fazioni interne al partito. La composizione della direzione e la linea politica che ne risultano riflettono il rapporto di forze tra le tendenze in seno alla burocrazia.

Quest’anno Xi Jinping ha ottenuto un terzo mandato come massimo dirigente del Paese. Si tratta di una possibilità che si riteneva fosse stata ormai esclusa dal gruppo dirigente di Deng dopo la morte di Mao per impedire l’emergere di un altro dittatore e favorire la direzione collettiva della burocrazia. Il XX Congresso ha messo fine a questa tradizione non scritta e Xi Jinping ha preso ora le sembianze proprio di quel dittatore a cui Deng e compagnia avrebbero voluto mettere un argine quarant’anni fa.

In effetti è andata in pezzi anche un’altra “regola” stabilita da Deng: quella di segnalare chiaramente un successore all’interno del massimo vertice. Nessuno dei nuovi membri del Comitato permanente dell’Ufficio politico è evidentemente indicato come tale. Xi potrebbe benissimo mirare a ulteriori mandati al potere, e magari persino diventare presidente a vita.

Nulla di sorprendente se si tiene conto che Xi aveva già alluso a simili ambizioni nel 2018, quando impose un emendamento costituzionale che aboliva i limiti di mandato per il presidente e vicepresidente della Repubblica.

Ma l’accentramento del potere nelle mani di Xi sorge dalla necessità più generale della burocrazia del Pcc di rafforzare la propria morsa autoritaria davanti alle crescenti contraddizioni in seno al capitalismo cinese e mondiale e al fermento dal basso. Xi ha convinto la maggioranza del partito che solo la centralizzazione di un controllo più marcato sulla società e sull’economia può mettere in salvo la dittatura, i privilegi e i profitti del Pcc.

Se però sul ruolo di Xi non ci potevano essere dubbi, quel che al mondo interessava scoprire era la composizione del Comitato permanente (Cp), cioè i sette uomini più potenti della Cina che coadiuveranno Xi nel prossimo quinquennio. Dai tempi di Deng nel Cp è stato rappresentato, in modo più o meno proporzionale, il grado di potere delle varie fazioni del Pcc, ciascuna delle quali teneva le altre sotto controllo nel governo del Paese. Inoltre, come già affermato, nel Cp siedeva di solito l’individuo, spesso sui cinquant’anni, che era stata chiaramente indicata come successore.

Il nuovo Cp ha visto Xi gettare questa tradizione alle ortiche. Chiunque fosse visto come un potenziale contrappeso a Xi è stato tolto di torno. Ora il Cp è composto esclusivamente dai suoi subordinati più stretti e fedeli.

Il nuovo Cp ha rimosso figure potenti come il primo ministro Li Keqiang, il viceprimo ministro Han Zheng, il presidente della Conferenza politica consultiva Wang Yang e il capo dell’Assemblea nazionale del popolo Li Zhanshu. Questi personaggi, pur essendo stati estremamente remissivi nei confronti di Xi negli scorsi cinque anni, erano visti come un possibile contrappeso alla fazione personale di Xi. Negli ultimi tempi il primo ministro Li Keqiang si era scontrato con Xi, in modo più o meno esplicito, riguardo il mantenimento dei lockdown duri anti-Covid-19 in più parti del Paese.

È degno di nota anche il fatto che Li e Wang venivano visti come gli elementi della massima dirigenza più apertamente a favore del mercato. La loro rimozione indicherebbe che Xi è del tutto consapevole dei tempi burrascosi che si annunciano per il capitalismo mondiale e del loro inevitabile impatto sul mercato cinese, che pertanto richiederà un più vasto intervento dello Stato nel periodo a venire.

Del precedente Cp sono rimasti Wang Huning e Zhao Leji. Il primo lavora a stretto contatto con Xi come suo propagandista capo, mentre l’ultimo ha diretto le campagne anticorruzione che hanno sradicato i rivali di Xi nel partito. I nuovi membri del Cp vedono il segretario del partito di Shanghai, Li Qiang, il segretario di Pechino, Cai Qi, il direttore dell’Ufficio generale del Pcc, Ding Xuexiang, e il segretario provinciale del Guangdong, Li Xi. Cai Qi e Li Qiang hanno lavorato sotto Xi quando questi era a capo della provincia del Zhejiang, tra il 2003 e il 2007, e sono rimasti suoi convinti luogotenenti. Ding Xuexiang ha sostanzialmente svolto le funzioni di capo di gabinetto di Xi durante lo scorso mandato.

In tal modo il Cp è ora del tutto composto da individui che non sono solo allineati a Xi, ma hanno anche lavorato come suoi tirapiedi. La stessa fazione – spesso apostrofata come “Nuova Armata del Zhijiang” (之江新军) –, che ha lavorato sotto Xi nel Zhejiang o da allora, domina ora l’Ufficio politico e il Comitato centrale. Le altre fazioni principali, come quella gravitante intorno alla Lega della gioventù comunista o quella facente capo a Jiang Zemin, hanno completamente perso la capacità di farsi ascoltare ai massimi vertici. Con questa nuova composizione, Xi annuncia al partito, al Paese e al mondo intero che il suo ruolo nell’indirizzare il futuro della Cina sarà niente poco di meno che assoluto.

Forse per mettere queste cose in chiaro aggiungendo un tocco di teatralità, alla conclusione del congresso ha avuto luogo una straordinaria umiliazione pubblica della principale fazione rivale di Xi. L’ex presidente Hu Jintao, forse l’esponente più in vista della fazione della Lega della gioventù comunista, secondo i piani si sarebbe dovuto sedere a fianco di Xi Jinping per la cerimonia di chiusura del congresso. Poco prima che la sessione avesse iniziò, però, due inservienti hanno cercato di farlo alzare come un bambolotto per poi portarlo fuori dalla sala.

L’episodio è accaduto di fronte alla stampa, e i video dell’allontanamento di Hu mostrano inequivocabilmente la sua sorpresa e la sua riluttanza ad andarsene. Lo sguardo di Xi era glaciale. I lavori sono proseguiti dopo che Hu ha lasciato la sala e Xi ha dato comunicazione delle decisioni congressuali accanto a una sedia vuota. In un secondo momento fonti ufficiali hanno sostenuto che Hu se ne sarebbe andato per un “malessere”, ma il messaggio è chiaro: in Cina Xi non è secondo a nessuno, nemmeno ai suoi predecessori.

Oltre agli avvicendamenti ai vertici del partito e dello Stato, anche gli emendamenti del XX Congresso allo statuto del partito indicano cambiamenti importanti nelle prospettive della burocrazia.

In un ulteriore atto per consolidare la propria posizione, Xi Jinping ha ottenuto l’iscrizione in statuto del principio delle “due fondazioni”. Le “due fondazioni” (两个确立) dichiarano esplicitamente che Xi Jinping dovrà restare al centro della direzione del partito e che il pensiero di Xi Jinping costituirà l’ideologia guida del Pcc nel prossimo periodo. Non ci possono essere dubbi che, a parità di altre condizioni, Xi intende dominare lo Stato cinese per molti anni a venire. Ci sono però molti motivi per dubitare che le condizioni resteranno tali.

I giorni contati del “riformismo con caratteristiche cinesi”

Un altro emendamento degno di nota ha riguardato l’estensione del controllo sull’economia di mercato, insieme all’obiettivo dichiarato di mettere un freno alle diseguaglianze in aumento. L’emendamento recita che “… il sistema con la proprietà pubblica come colonna portante e diverse forme di proprietà in simultaneo sviluppo, il sistema con la distribuzione secondo il lavoro come colonna portante in coesistenza con molteplici forme di distribuzione, e l’economia socialista di mercato costituiscono importanti pilastri del socialismo con caratteristiche cinesi”.

Ciò riflette il persistente timore del regime che i cicli sempre più instabili di boom e crolli dei mercati cinesi e mondiali minaccino ora la sua stessa stabilità. Xi ha escluso senza mezzi termini un ritorno all’economia pianificata. Semmai questo è un anticipo dell’intenzione della burocrazia di intervenire nel mercato per “correggere” le contraddizioni intrinseche del capitalismo.

Negli ultimi decenni la potente burocrazia bonapartista presente in Cina ha trasformato il Paese da un’economia pianificata a un’economia di mercato, pur conservando un potente settore statale. È la burocrazia che ha alimentato lo sviluppo del mercato ed è sempre la burocrazia che ritiene di poterne dettare le regole. Ma le dinamiche dell’economia capitalista sono al di fuori del suo controllo, o anche da quello di qualunque singolo capitalista sulla testa del quale la burocrazia possa calare la scure della sua “disciplina”.

Lo sviluppo capitalista in Cina negli ultimi vent’anni è stato estremamente rapido, raggiungendo in quel lasso di tempo un livello di sviluppo che l’Occidente ha conseguito dopo oltre un secolo. In conseguenza di questo fulmineo sviluppo industriale, si presenta ora una sovracapacità produttiva: l’attuale tasso di utilizzo della capacità industriale cinese continua a gravitare intorno al 75%. Per fare un confronto, è al 79% negli Stati Uniti.

Questi sono i classici sintomi delle crisi di sovrapproduzione, spiegate a suo tempo da Marx. La saturazione dei mercati rende meno redditizi gli investimenti in attività produttive, dirottandoli pertanto sempre più verso la speculazione improduttiva. Tutto ciò dimostra che la crisi cinese è radicata nelle contraddizioni del capitalismo – non meno che in Occidente – nonostante i tentativi del Pcc di mascherare i fatti o attenuare queste contraddizioni.

La crescita della diseguaglianza – inevitabile sotto il capitalismo – sta a sua volta producendo un enorme malcontento tra le masse cinesi. Il regime di Xi ne è consapevole. Xi Jinping in persona ha persino consigliato ai membri del partito di leggere Il capitale nel XXI secolo dell’accademico riformista Thomas Piketty per studiare come le diseguaglianze nei Paesi occidentali abbiano dato origine all’instabilità politica. Il tentativo della Cina di contrastare questo fenomeno è quello di ridistribuire in qualche modo la ricchezza, ancora una volta attraverso il braccio forte dello Stato..

Jack Ma

Resta però tutto da vedere come il Pcc intenda realizzare questo piano. Per questa ridistribuzione non si è ancora vista nessuna politica concreta, anche se si è stretta la presa sul capitale privato. Ultimamente i grandi capitalisti e le grandi imprese private, soprattutto Jack Ma, sono stati colpiti da limitazioni o puniti per i livelli esorbitanti dei loro profitti, visti come una minaccia per la stabilità dell’economia. Il partito-Stato ha inoltre inviato i suoi quadri nelle aziende private per influenzarne i processi decisionali. Nei primi dieci anni di potere di Xi, il numero delle imprese con un comitato di partito all’interno della direzione è salito a 1,6 milioni.

Benché i capitalisti privati siano stati rimessi in riga, la Cina non ha ancora messo in atto quel tipo di misure riformiste che abbiamo visto in passato in alcuni dei Paesi capitalisti più ricchi. Il sistema fiscale cinese favorisce di gran lunga i ricchi e pesa sui lavoratori. Ma qualsiasi tentativo di introdurre un sistema fiscale “progressivo” classico recherebbe il potenziale di destabilizzare un’economia già traballante. Nel 2021, per esempio, un piano per espandere la tassa di proprietà fu fermato dall’arrivo della crisi di Evergrande, in quanto c’era il timore che l’introduzione di nuove tasse avrebbe potuto esacerbare il panico dei mercati riguardo il settore immobiliare cinese.

Ciò non toglie che, con la burocrazia allarmata dall’aumento delle diseguaglianze e del fermento sociale, il braccio forte dello Stato possa tentare un certo grado di “ridistribuzione della ricchezza”. I marxisti sanno però che queste misure non possono sradicare le contraddizioni con cui la Cina si trova ad avere a che fare. Un tentativo del genere, infatti, potrebbe addirittura accelerare la crisi economica che la burocrazia cerca disperatamente di evitare. A questo punto, qualsiasi tentativo di ricostituire l’equilibrio sociale da parte dello Stato metterebbe fortemente a soqquadro l’equilibrio economico. E infatti il solo sentore che il regime del Pcc potrà prima o poi attuare misure che i mercati considerano dannose è bastato a far crollare le borse di Hong Kong e Shanghai a ridosso della chiusura del congresso.

Il regime di Xi sogna di creare un’economia capitalista in crescita perpetua, con una perfetta amministrazione da parte dello Stato. Nel suo discorso di apertura al congresso Xi ha ribadito i “due princìpi inamovibili” (两个“毫不动摇”), in base ai quali è possibile che lo Stato assicuri il ruolo primario della proprietà pubblica, incoraggiando al contempo il pieno sviluppo della proprietà privata, senza che questo possa compromettere la stabilità. È pura fantasia, nonostante le maniere forti dello Stato nell’economia. Il capitalismo cinese continuerà a trascinarsi verso lo stesso caos che già avviluppa le sue controparti occidentali, a meno che non venga rovesciato e sostituito da una pianificazione economica socialista basata sulla democrazia operaia.

Lo spettro del militarismo

Un altro aspetto cruciale del congresso ha riguardato la questione di Taiwan. Secondo molti Xi ha l’ambizione di annettersi Taiwan, sempre più una testa di ponte per gli Usa negli antagonismi interimperialisti tra le due potenze.

La questione di Taiwan è emersa in tutta la sua rilevanza in due passaggi chiave del congresso. Nel suo rapporto di apertura, Xi Jinping ha dichiarato che la Cina “non si impegnerà mai ad escludere l’uso della forza” come opzione sul tavolo per l’annessione di Taiwan. Nel medesimo rapporto Xi ha anche sottolineato che la modernizzazione delle forze armate è un prerequisito necessario per diventare una “nazione socialista forte e moderna” (社会主义现代化强国). L’espressione “contro l’indipendenza taiwanese” è stata poi inserita nello statuto del partito.

La questione di Taiwan ha molte implicazioni significative per il regime del Pcc nel suo complesso. Sul piano interno, l’“unificazione” con Taiwan è una delle principali promesse del regime, che si sta affidando sempre più alla demagogia nazionalista. Il minimo segno dell’incapacità del Pcc di rispettare questa promessa sferrerebbe un duro colpo alla credibilità del regime agli occhi delle masse.

Sul piano internazionale, gli Usa stanno armando Taiwan in fretta e furia per farne la prima linea del contenimento delle ambizioni cinesi. Ciò aggrava ulteriormente la situazione. Quest’anno Biden ha affermato esplicitamente più di una volta che gli Usa sono pronti a difendere militarmente Taiwan. Anche se questi è stato contraddetto da altri membri della sua amministrazione, gli Usa sembrano orientati ad abbandonare la loro storica “ambiguità strategica”. L’improvvisa visita di Nancy Pelosi a Taiwan lo scorso agosto è stata l’ennesima provocazione per testare i limiti della Cina. Periodicamente, l’establishment militare statunitense suona l’allarme contro presunti piani cinesi per invadere Taiwan, l’ultima volta tramite l’avvertimento dell’ammiraglio Matt Gilday che la Cina potrebbe attaccare l’isola già nel 2023. Dichiarazioni come questa non sono altro che un cinico piano imperialista per consolidare il proprio consenso in patria nel nome della “difesa della democrazia”.

Con buona pace dell’allarmismo di Gilday, le forze armate cinesi non hanno ancora le risorse necessarie per prendersi Taiwan nel giro di un anno. È però evidente che Xi cova l’ambizione di essere il leader cinese che annetterà l’isola. A tale scopo, nonché per soddisfare il crescente bisogno di proteggere gli interessi dell’imperialismo cinese nel mondo, Xi dovrà accelerare il consolidamento del braccio militare cinese nel periodo a venire.

Ne consegue che giorno dopo giorno si rafforza il militarismo da entrambe le parti e cresce il pericolo di una guerra per effetto delle rivalità tra gli imperialisti. I patetici appelli alla “ragione” delle due classi dominanti sono completamente malriposti. Fa parte della natura stessa del capitalismo in quanto sistema spingere i Paesi verso la guerra, perché le grandi potenze hanno la necessità di redistribuire i mercati mondiali fra di loro. Taiwan non è altro che una pedina nel gioco cinese per dominare l’Asia, mentre per gli Usa costituisce il luogo dove erigere un ostacolo alla sua sempre più famelica nemesi.

L’economia traballa

Il terzo mandato di Xi a capo della Cina non andrà affatto liscio come è stato presentato al congresso.

È sempre più evidente che il capitalismo cinese si trova sulla soglia di un’enorme crisi economica, preparata dalla crescita dei decenni precedenti. Le interruzioni causate dalla pandemia di Covid-19 non hanno fatto che aggiungersi alla tensione già presente nell’economia cinese. L’incertezza se la Cina sarà o meno in grado di mantenere la crescita del suo Pil al di sopra del 5% preoccupava molto il regime già prima del 2020. Il Fmi ha abbassato la previsione di crescita per la Cina nel 2023 al 4,4%. La stessa rivista cinese Caixin prevede[un 2,4% per il 2022 e un 4,6% per il 2023, ammesso e non concesso che vi sarà un alleggerimento dei lockdown dopo ottobre.

Se la Cina si ritrovasse con tassi di crescita simili a quelli occidentali, per il Pcc sarebbero guai ben peggiori. Come ha sottolineato l’Atlantic Council:

“Se per le economie avanzate come gli Stati Uniti e il Regno Unito una crescita al 2% è routinaria, uno scenario simile in Cina porterebbe a licenziamenti di massa, rapidi restringimenti del credito e, quel che forse è più preoccupante per Xi, un duro colpo alla sua autorità.”

Il rallentamento della crescita e il debito sono le principali minacce alla tenuta dell’economia cinese. La crisi di Evergrande nasce dal suo indebitamento a livelli insostenibili, ma è solo un tassello del problema generale del debito che riguarda la Cina tutta. Al momento il totale del debito pubblico è al 230% del Pil, mentre il tasso di leva finanziaria (investimenti/capitale) è al 273%. L’indebitamento delle famiglie, un indicatore chiave di quanto il debito influenzi la vita delle persone comuni, è attualmente al 70%.

Lo Stato, che Xi vorrebbe usare per gestire l’economia di mercato, è a sua volta sempre più indebitato. Il tasso di debito del governo centrale pare aggirarsi sul 43%. I debiti regionali, invece, variano enormemente. Nelle province profondamente indebitate, come il Qinghai, lo Heilongjiang, il Ningxia e la Mongolia Interna, i differenziali tra spesa e reddito superavano il 300%nel 2020. Nel tentativo., poi, di rivitalizzare l’economia cinese dopo i lockdown duri imposti in diverse zone, lo Stato centrale ha ordinato ai governi regionali di prendere drastiche misure keynesiane per risollevare l’economia, spingendo molte province a ulteriori indebitamenti, gravando però sulle poche province che generano redditi netti per lo Stato. Le aziende di Stato, che giocano un ruolo fondamentale nell’economia cinese, presentano ora un rapporto tra il debito e il totale attivo pari al 63,7%. I debiti sono in aumento in tutta la Cina e sinora lo Stato non ha mosso un dito per limitarli.

Il modello cinese di capitalismo è andato fuori strada. La sua crescita dipende sempre più dal settore immobiliare, che però ha un tasso di debito pari al 75%, grossomodo la stessa proporzione di quello immobiliare statunitense nel 2008. L’edilizia ha costituito la base delle finanze dei governi locali, dal momento che il 40% delle loro entrate giunge dalla vendita dei terreni ai costruttori. A sua volta ciò riveste un’importanza cruciale, perché sono i governi locali ad avere la responsabilità di trainare il resto della crescita economica, prestando denaro per gli investimenti infrastrutturali.

I mancati versamenti degli imprenditori del settore immobiliare hanno raggiunto, lo scorso agosto, la cifra record di 31,4 miliardi di dollari in bond offshore. Ne è causa il crollo del 30% nelle vendite di case nell’anno passato, portando molte aziende immobiliari alla bancarotta. Vista la caduta delle entrate, gli i imprenditori edili hanno ridotto gli acquisti di terreni in favore di nuovi progetti. Di conseguenza, quest’anno le vendite di terreni da cui dipendono i governi locali si sono ridotte del 28%. Il prosciugamento delle entrate delle autorità locali potrebbe destabilizzarne il debito di 7,8 migliaia di miliardi di dollari (quasi la metà del Pil cinese del 2021!), portando a una crisi totale.

A portare all’accumulazione di questa montagna di debito pubblico locale insostenibile, con il boom immobiliare speculativo ad esso associato, è stato il tentativo di salvare la Cina e il resto del mondo dalla depressione nel 2008.

È evidente che sotto il capitalismo non esiste nessuna soluzione definitiva a questi problemi. Debito e abbassamento della crescita non sono altro che i sintomi delle crisi di sovrapproduzione. Lo Stato potrà accentrare tutto il potere che vuole nelle sue mani, ma non basterà a superare queste crisi.

Rilocalizzazione

Sul piano internazionale, il terzo mandato di Xi Jinping vedrà un mondo attraversato dagli antagonismi, dal protezionismo e dai conflitti. La Cina dovrà soprattutto vedersela con un imperialismo statunitense disperato e bellicoso, e con i suoi alleati.

La Cina si è resa conto della necessità di tutelarsi economicamente attraverso la rilocalizzazione dalla catena produttiva internazionale dominata, in ultima analisi, dall’Occidente.

Ne è prova in particolare il tentativo degli Usa di mettere in ginocchio l’industria tech cinese attraverso le sanzioni sui microchip adottate nell’ottobre 2022. In risposta, la Cina sta facendo ingenti investimenti per raggiungere l’“indipendenza sui microchip”. Più in generale, la Cina ha messo in atto un piano per sostituire, entro tre anni, tutte le componenti informatiche prodotte all’estero in uso nelle strutture cinesi. I fornitori cinesi di componenti informatiche per il mercato interno hanno così visto accrescere la propria fetta di mercato rispetto ai fornitori stranieri. Lenovo (57%) e Founder (15%) sono ora i principali fornitori, mentre Intel e Dell sono ridotte a percentuali minime.

Il tentativo cinese di sganciarsi dalle catene di approvvigionamento tecnologiche fa parte di una più generale rilocalizzazione volto a proteggersi dagli attacchi economici provenienti dall’Occidente.

Il regime di Xi sta portando avanti un simile sganciamento anche dal punto di vista diplomatico. Rispetto agli anni pre-Xi, durante i quali la Cina si era mostrata accomodante nei confronti delle istituzioni diplomatiche dominate dagli Usa, la diplomazia sotto Xi vede atteggiamenti più duri contro l’Occidente (ed è pertanto nota come “diplomazia del lupo guerriero”), cui si accompagnano tentativi per concedere credito a istituzioni internazionali alternative nelle quali la Cina possa raccogliere il sostegno ricevuto da altri Paesi.

In un mondo sempre più multipolare e instabile, la Cina di Xi Jinping diventerà inevitabilmente un polo significativo contro il blocco imperialista a guida Usa. La classe operaia cinese ne pagherà immancabilmente le conseguenze, in un modo o nell’altro, via via che si approfondirà il conflitto tra le classi dominanti delle diverse potenze.

Lotte dal basso

La direzione Xi ha davanti un mondo segnato dall’incertezza. La classe operaia cinese ha sofferto molto, specie negli ultimi due anni. A ciò è corrisposto un brusco aumento della sua disponibilità a lottare, soprattutto tra i giovani.

I lockdown duri imposti dallo Stato nel futile tentativo di tenere in piedi lo “zero Covid” hanno causato grandi sofferenze alla classe operaia cinese. Le vite di milioni di persone sono state messe sottosopra dall’obbligo di sottoporsi a un tampone dopo l’altro, mentre chi ha la sfortuna di contrarre il virus (con i suoi vicini) è costretto ad andare in centri di quarantena mal gestiti. Decine di migliaia di persone hanno perso il lavoro o sono state messe in aspettativa. Nelle zone sottoposte a quarantena sono schizzati in alto i prezzi dei generi alimentari. Per molte persone sottoposte alla quarantena domiciliare è impossibile procurarsi in modo adeguato i beni di prima necessità.

Queste misure frettolose prese dal regime a spregio dello stato d’animo delle masse hanno rapidamente generato il malcontento a livello di massa. Il più delle volte questo malcontento si è espresso in valanghe di rabbia espressa su internet sfidando le rigide regole della censura. In altri casi ci sono stati notevoli tentativi di organizzarsi: è il caso delle proteste antigovernative nei campus universitari o della protesta dei risparmiatori dello Henan, che hanno attirato migliaia di persone nonostante l’onnipresenza sorveglianza via internet.

Più di recente un uomo solitario è salito sul ponte di Sitong, un cavalcavia molto trafficato di Pechino, e ha appeso uno striscione per rivendicare il diritto di voto e fare un appello allo sciopero per deporre Xi Jinping. L’uomo è stato rapidamente arrestato, ma ancor più repentinamente si sono diffusi i suoi video su internet, suscitando ampia simpatia in tutto il Paese. È circolato un manifesto che si presume essere stato scritto da lui. Benché quest’ultimo sembrerebbe nutrire delle illusioni sulla possibilità di riformare la Cina su linee liberal-borghesi, il suo atto di sfida ha ispirato ampie discussioni, e c’è chi ha raggiunto conclusioni che vanno ben oltre le rivendicazioni democratico-liberali e guardano a un orizzonte socialista.

In quest’anno soltanto si sono verificati molti altri incidenti. Non è questo lo spazio per ricordarli tutti, ma una cosa è chiara: la classe operaia cinese si sta avvicinando sempre più a eventi di straordinaria importanza. A un certo punto, inevitabilmente, lascerà il suo segno sulla storia. Man mano che si approfondirà la crisi del capitalismo in Cina, sempre più persone verranno spinte a esprimere la loro rabbia nelle strade. La pressione esercitata sui lavoratori comuni e sui giovani è già insostenibile. Prima o poi le masse saranno costrette a prendere la strada della lotta di classe.

Il XX Congresso del partito dimostra che l’amministrazione del Pcc sotto Xi è consapevole del potenziale per il conflitto di classe che si sta sviluppando nella società cinese, e pertanto tenterà disperatamente di evitare un tale sviluppo. La cricca criminale che fiancheggia Xi Jinping si renderà però conto che non importa quanto potere avrà concentrato nelle sue mani, perché non potrà competere con la classe operaia cinese una volta che quest’ultima avrà intrapreso la strada della lotta di classe.

31 ottobre 2022

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