27 Settembre 2021 Dao Feixiang (da marxist.com)

Cina: la classe dominante in preda all’angoscia

Negli ultimi due mesi, il regime del Partito comunista cinese (Pcc) ha preso una serie di misure drastiche che hanno messo in subbuglio la società e suscitato congetture a non finire: lo Stato ha infatti punito alcune grandi aziende private ed introdotto regolamentazioni generalizzate per l’industria dello spettacolo. Una sintesi della motivazione alla base di queste misure è giunta stranamente da un oscuro post pubblicato su un blog, a cui è stata data ampia rilevanza da tutti i principali media statali, in cui si proclamava che “lo sentiamo tutti, è iniziata una profonda trasformazione!”. Ma è vero che il Pcc sta guidando una trasformazione sociale? O queste misure hanno piuttosto come obiettivo la difesa delle basi del capitalismo in Cina?

Capitalisti alla gogna

All’indomani del centenario della fondazione del Pcc, caduto lo scorso luglio, lo Stato cinese ha apportato diversi giri di vite contro il settore privato e su una vasta serie di settori economici. A metà agosto l’Economist contava “oltre cinquanta provvedimenti normativi contro svariate aziende per una serie incredibile di presunte infrazioni, da abusi dell’antitrust a violazioni di dati. La minaccia di divieti e multe governative ha pesato sui prezzi delle azioni, ed è costata agli investitori quasi 1 migliaio di miliardi di dollari”.

Per la maggior parte, queste misure si sono abbattute sull’industria tech, fino a poco tempo fa il fiore all’occhiello dell’economia cinese. A luglio, lo Stato ha messo sotto indagine Didi, gigantesca impresa leader nel ridesharing (servizi di condivisione di passaggi in auto a pagamento, ndt), per “ragioni di cyber-sicurezza e interesse pubblico”. Poco dopo, lo Stato ha ordinato la rimozione di 25 app gestite dalla compagnia da tutti i principali app store operanti in Cina. Ciò è avvenuto all’indomani dello sbarco di Didi negli Stati Uniti ed ha avuto ripercussioni su tutte le principali aziende tecnologiche private in Cina, con il diffondersi del timore che simili azioni potessero abbattersi anche su altre aziende.

Jack Ma e l’attrice Zhao Wei

Ancora una volta, però, a farne maggiormente le spese è stato Jack Ma. Già alla fine del 2020 le attività del noto miliardario cinese, Ant Group e Alibaba, erano state colpite da interventi normativi da parte dello Stato. Lo scorso aprile Alibaba si è vista recapitare un’ulteriore multa dall’antitrust  di 18,2 milioni di renminbi (2,8 milioni di dollari americani). Questo mese, Alibaba ha ricevuto l’ordine esplicito  da parte dello Stato di interrompere il blocco dei link rivali sulle sue piattaforme. Il 13 settembre il Financial Times poteva dare notizia di piani trapelati da Pechino per separare Alipay, la super-app per pagamenti online, da Ant Group, di proprietà di Ma, per ripartirne equamente la proprietà fra Ant stessa e un’impresa statale, Zhejiang Tourism Investment Group.

Jack Ma è stato costretto a ridimensionare significativamente la propria immagine di “miliardario del popolo”, apparendo in pubblico solo in poche, rare occasioni e in contesti di basso profilo, per evitare ripercussioni. E nonostante questo è bastata una sua modesta apparizione pubblica a una digital farm, dopo quattro mesi di oscurità, perché la Commissione centrale per l’Ispezione disciplinare rispondesse con una dichiarazione di condanna contro il modo in cui i monopoli “disturbano la concorrenza leale” e “remano contro [l’obiettivo della] prosperità comune”. Ormai lo Stato ha fatto di Jack Ma il suo punching ball.

L’intervento del Pcc nel settore privato va ben oltre i mega-conglomerati tecnologici. Un altro settore cruciale tirato in mezzo alla bufera è quello immobiliare. Fra i principali bersagli spicca il gruppo Evergrande, una delle più grandi aziende immobiliari del mondo. Il 19 luglio un tribunale cinese ha congelato un deposito di 132 milioni di renminbi (20milioni di dollari) di Hengda Real Estate Group, la principale sussidiaria onshore di Evergrande, per debiti insoluti. Il 19 agosto la Banca popolare di Cina e i massimi enti regolatori dello Stato hanno ascoltato i vertici del gruppo Evergrande e ordinato loro di risolvere immediatamente l’immenso debito accumulato, che, mentre scriviamo, ammonta a 57 miliardi di renminbi (circa 8,9 miliardi di dollari). Secondo Bloomberg, Pechino avrebbe dato istruzione alle autorità della provincia del Guangdong di delineare un piano per gestire i debiti dell’azienda, senza escludere di coordinarsi con potenziali compratori dei suoi asset.

Oltre al tecnologico e all’immobiliare, di recente anche Meituan, gigante della consegna del cibo, è stata colpita in pieno da una multa dell’antitrust di 100 milioni di dollari, mentre all’industria delle scuole private – che in Cina vale 100 miliardi di dollari l’anno – è stato dato ordine di operare solo come no-profit. Inoltre, è stato vietato loro di organizzare corsi estivi.

Le misure delineate fin qui non costituiscono una novità da parte del Pcc. Gli scorsi due anni hanno visto l’attivazione di un numero sempre maggiore di norme e regolamenti, nel fornire maggiore stabilità al mercato. La differenza è che ora lo Stato sta adottando misure di questo tipo sempre maggiori, su scala ancora più estesa e a un ritmo più rapido. Tutto ciò dimostra anzitutto che i precedenti tentativi di regolare il mercato non sono riusciti a salvarlo dall’instabilità, né gli hanno impedito di destabilizzare a sua volta l’intera economia cinese. Lo Stato si vede dunque costretto a intervenire ripetutamente nel tentativo di rimettere in riga i capitalisti che non rispettano le regole del gioco.

 

Celebrità sotto censura

Mentre riorganizzava il settore privato, lo Stato si è anche scagliato contro l’industria cinese dell’intrattenimento. In agosto numerose celebrità di alto profilo sono state etichettate come “stelle macchiate” e hanno ricevuto sanzioni che vanno da multe salatissime al bando totale dei propri lavori. I siti di intrattenimento online e i social network sono stati sottoposti a una nuova serie di regolamentazioni, secondo le quali le comunità dei fan hanno ora l’obbligo di iscriversi e sottoporsi alla supervisione delle aziende di management delle celebrità.

A prima vista si è trattato di un giro di vite da parte dello Stato contro quella che viene considerata una cultura estremamente tossica e materialista, foraggiata dall’industria dell’intrattenimento. Che i Club di Fan che alimentano il circo delle Pop Star in Cina, o “fanquan” (饭圈), sia un ambiente nocivo, è indubbio. Le competizioni, gli eventi e tutte le altre attività in cui vengono mobilitate orde di fan rabbiosi sono una pioggia di denaro sull’economia che ruota intorno al fanquan. Nel 2019 la stima della rendita totale dell’industria culturale e dell’intrattenimento in Cina si aggirava attorno ai 150 miliardi di renminbi.

Il marketing aggressivo messo in campo dall’industria dell’intrattenimento incita i fan club autorganizzati a intraprendere attività estreme. Per esempio, un reality dal titolo “Youth With You 3” aveva adottato un meccanismo tramite cui i fan avrebbero potuto votare la loro celebrità preferita usando i biglietti stampati sui tappi delle bottiglie di latte Mengniu Dairy. A decine di migliaia hanno scialacquato cifre da capogiro (per l’ammontare di decine di migliaia di renminbi in sei ore) per comprare altrettante bottiglie di latte per i soli tappi, buttando via ingenti quantità di latte.

Come se questi fatti non fossero già abbastanza incredibili, la cultura fanquan ha visto anche numerosi episodi di cyber-bullismo, doxxing (diffusione online dei dati sensibili di una persona) e denuncia di “nemici” sulle piattaforme se non addirittura alle autorità. In caso di controversie pubbliche tra due o più celebrità, milioni di fan non esiterebbero a farsi reciprocamente a pezzi online pur di difendere l’onore dei rispettivi idoli. Non si fatica dunque a capire perché il comunicato ufficiale del Pcc definisca la cultura fanquan un “pandemonio” (乌烟瘴气).

Se molti internauti comuni, per motivi comprensibili, hanno accolto con favore la stretta dello Stato sulla cultura fanquan, dobbiamo anche considerare gli altri aspetti in cui la cultura cinese dell’intrattenimento ostacola i piani dello Stato per la stabilizzazione della società e, soprattutto, del governo del Pcc.

Guardando oltre alle pagliacciate messe in atto dai club fanquan, i fan hanno dato prova di notevole talento autorganizzativo: si sono infatti dimostrati in grado di realizzare attività ben coordinate e centralizzate su scale colossali. Benché queste attività tendano a essere apolitiche e improduttive, se non addirittura reazionarie, la loro sfuggevolezza alla presa dello Stato ha portato quest’ultimo a identificarle come una potenziale minaccia. Intenzionato ad incrementare il monitoraggio e il controllo di ogni aspetto della vita in Cina per tenere a bada la lotta di classe, il Pcc ha ritenuto necessario portare i club fanquan sotto stretta sorveglianza.

C’è insomma una dimensione politica anche nell’epurazione delle celebrità. Il che non significa affermare che le celebrità stesse giocano un ruolo progressista per la coscienza delle masse. È fuor di dubbio che non sia così. Ma l’opulenza del loro stile di vita e i rapporti, a tratti molti stretti, avuti da alcune di loro con certi avversari politici del regime del Pcc potrebbero ispirare espressioni di rabbia che sfuggirebbero al controllo del partito.

Il cantante e attore televisivo Kris Wu, per esempio, è stato bollato come “artista macchiato” non solo per un clamoroso scandalo di presunto stupro, ma anche per avere in tasca un passaporto canadese. L’icona della celebrità multimilionaria con un passaporto straniero che fa quello che gli pare e piace potrebbe potenzialmente accendere vasti focolai di rabbia di classe dal basso. Lo Stato è dovuto pertanto intervenire per trascinare Wu via dai riflettori prima che tale rabbia potesse cristallizzarsi.

Un altro caso è costituito dalla caduta di Zhao Wei, una delle attrici più famose del mondo sinofono. A fine agosto il nome e i lavori di Zhao sono stati improvvisamente rimossi da tutte le principali piattaforme di video streaming. La purga non ha avuto alcuna spiegazione ufficiale. Nello stesso giorno, tuttavia, il Global Times, un giornale di Stato, pubblicava un articolo in cui elencava i numerosi scandali “anticinesi” di Zhao sin dal 2001, rivelando anche le sue lussuose proprietà all’estero. Corre voce che Zhao e suo marito Huang Youlong fossero in stretti rapporti con Jack Ma; il suddetto marito è anche il secondo maggiore azionista di Alibaba Pictures. Non è da escludere che Zhao non sia altro che una vittima dell’offensiva del Pcc contro Jack Ma.

La cultura dell’intrattenimento in Cina e il caos di cui è preda, in ultima analisi, sono un effetto della restaurazione del capitalismo. Benché all’apparenza meno “rispettabile” e “colta” di altri aspetti della società cinese moderna, essa è comunque la naturale conseguenza di una società profondamente alienante dove la maggioranza delle persone, anziché vivere da esseri umani, sono diventate ruote dell’ingranaggio che produce profitto per i padroni. Con ben poche prospettive davanti a loro, i fan proiettano sogni e speranze sulle star del grande e piccolo schermo nel disperato tentativo di trovare un briciolo di significato nelle proprie vite.

I comportamenti infantili di queste legioni di fan sono deprecabili, ma in un’epoca in cui i giovani hanno perso ogni fiducia nel futuro e preferiscono “sdraiarsi” piuttosto che bersi le false promesse di prosperità del “sogno cinese”, per loro è quasi un obbligo trovare situazioni alternative che possano alleviare le frustrazioni della vita quotidiana. I fan club, per quanto sbandati, perlomeno offrono ai giovani quel senso di comunità, solidarietà e scopo nella vita di cui sono stati derubati dal cosiddetto “mercato socialista”. Lo Stato può riuscire a reprimere alcuni comportamenti dei fan, ma non a strappare ai giovani il desiderio di una vita più degna di essere vissuta rispetto a quella che si ritrovano oggi. Prima o poi, questo desiderio si trasformerà in coscienza politica per le vaste masse della gioventù cinese.

 

Una “rivoluzione profonda” o la solita minestra?

Un curioso tentativo di razionalizzare le drastiche misure prese dal Pcc negli scorsi due mesi è arrivato da parte di un post apparso su un blog, poi ripostato da tutti i principali media di Stato. Il post in questione, dal titolo “Lo sentiamo tutti, è iniziata una profonda trasformazione!”, ha quindi portato a molte congetture riguardo la possibilità che fosse, in realtà, un manifesto dei massimi dirigenti del Pcc e un segnale della loro radicalizzazione a sinistra.

Il post definisce le ultime misure del Pcc contro il settore privato e l’industria dell’intrattenimento come necessarie per impedire alla Cina di prendere la via dell’Unione Sovietica davanti all’aggressione statunitense. Il post inoltre celebra queste politiche come parte di una “profonda rivoluzione” che “segna un ritorno dalle ‘cricche capitaliste’ al popolo, uno spostamento dal ‘capitale al centro’ al ‘popolo al centro’. Si tratta dunque di una trasformazione politica in cui il popolo sarà nuovamente davanti e al centro, e tutti coloro che si oppongono a questa trasformazione incentrata sul popolo verranno messi da parte.”

Questo tipo di linguaggio, intriso di nostalgia per il passato maoista della Cina, ha allarmato molti capitalisti, per non parlare dell’Occidente. I dissidenti cinesi all’estero sostengono che lo Stato stia avviando una presunta “Rivoluzione culturale 2.0”. Il nuovo slogan della “prosperità comune”, introdotto dallo Stato a metà agosto, ponendo l’accento sull’“incompatibilità tra diseguaglianza e socialismo”, non ha fatto che amplificare le ansie dei capitalisti.

Xi Jinping

A ogni modo, dobbiamo domandarci se in Cina sia veramente in corso una “profonda rivoluzione”. Per i marxisti, rivoluzione significa sovvertimento totale dell’ordine politico o del sistema socioeconomico. Una rivoluzione socialista avviene quando la classe operaia rovescia la classe capitalista dominante e instaura un’economia pianificata e gestita democraticamente, per poi espandersi a livello internazionale.

Ovviamente oggi in Cina non c’è nessuna rivoluzione politica, dal momento che la dittatura del Pcc resta indiscussa. La questione ben più pertinente che si stanno chiedendo in molti è di ovvia natura economica: la Cina sta forse tornando a un’economia pianificata come quella che esisteva sotto Mao?

Gli interventi normativi messi in campo dal regime del Pcc negli ultimi anni sono certamente molto più coercitivi rispetto a quelli a cui i capitalisti sono abituati in Occidente. È indubbio che gli osservatori occidentali li trovino inimmaginabili. Lo Stato ha potuto arrivare a tanto anzitutto grazie all’indipendenza complessiva della burocrazia di partito rispetto alla classe capitalista, indipendenza che la distingue dalla sottomissione dei politici occidentali al grande capitale. L’Occidente e molti capitalisti in Cina sono terribilmente a disagio all’interno di questi rapporti di forza. Temono che dai capricci della burocrazia possano nascere misure che ostacolerebbero i loro profitti, o addirittura porterebbero all’esproprio di alcuni capitalisti da parte del regime. Un preoccupato George Soros ha persino scomodato il Financial Times per dare l’allarme contro Xi e la sua “versione aggiornata del partito di Mao Zedong”.

A un esame meno superficiale, però, risulta chiaro come nessuno di questi interventi normativi cambi in modo fondamentale la natura dell’economia cinese. Lo Stato ha come principale obiettivo quello di regolare, anziché abolire, l’economia di mercato, che è anarchica per natura. Il suo auspicio è che regole forti e controlli serrati possano mettere un freno ai capitalisti più fuori dalle regole e destabilizzanti per favorire la “concorrenza leale” e un “mercato sano”. Di conseguenza, nonostante le multe stellari, le riorganizzazioni aziendali forzate e l’umiliazione di qualche singolo magnate, la base economica che ha permesso lo sviluppo di questi mega-conglomerati resta totalmente inalterata. Anzi, sono questi ultimi a dominare il gioco dell’economia cinese, malgrado tutte le misure “antitrust”.

In ultima analisi, le misure prese dal Pcc non sono rivoluzionarie, ma riformiste. Introducendo nuove regole, i burocrati sperano di poter prevenire, sotto lo sguardo vigile dello Stato, le “perversioni” del monopolio, degli investimenti ad alto rischio, delle crisi e altri problemi che hanno inondato le economie capitalistiche occidentali. Pensano che l’azione e la sorveglianza coercitive e sistematiche da parte dello Stato possano armonizzare la contraddizione tra la proprietà privata e la produzione socializzata, appianando le crisi periodiche di sovrapproduzione. Se il partito-stato riuscisse a garantire tutto questo, allora potrebbe anche giustificare la sua dittatura mascherata da “Partito comunista” agli occhi delle masse.

Da marxisti, sappiamo che si tratta di un’illusione utopistica. Il mercato è portato per natura a ricompensare attività “anarchiche” come gli investimenti ad alto rischio, le frodi e le “pratiche di business irresponsabile” purché ne possa estrarre profitto. Conta poco quanti individui vengano puniti o quante norme vengano imposte: il capitalismo continuerà a produrre altri cani sciolti fuori dalle regole come funghi sotto un albero putrescente. Ma non è tutto: il capitalismo è un sistema che si basa sulla divisione della società in classi, dove la classe dominante è costituita da una minoranza che sfrutta la maggioranza della classe lavoratrice. Perdurando le basi del capitalismo – cioè la proprietà privata, l’anarchia del mercato e la corsa al profitto – non ci può essere uguaglianza tra sfruttati e sfruttatori. Per di più, la natura stessa del capitalismo porta inevitabilmente a crisi periodiche di sovrapproduzione. Nessun tipo di normative può impedirlo, e la Cina di oggi non fa eccezione. L’unico modo per risolvere queste contraddizioni, intrinseche al sistema, è l’instaurazione di un’economia pianificata gestita da una democrazia operaia, che il Pcc si guarda bene dal realizzare.

Questi interventi normativi, insomma, sono l’esatto contrario di una “profonda rivoluzione”. Essi costituiscono un tentativo di mettere in sicurezza lo stesso identico sistema che esiste in Cina da vent’anni. Dopo la promozione del suddetto post da parte dello Stato, Xi Jinping ha inaugurato una nuova borsa a Pechino, mentre lo zar dell’economia del Pcc, Liu He, affermava che la “politica di sostegno al settore privato resta inalterata e non cambierà nemmeno in futuro”. All’indomani dell’introduzione dello slogan della “prosperità comune”, il partito si è premurato di assicurare la classe capitalista che la prosperità comune non comporterà nessuno “scippo dei ricchi”.

Queste misure regolatorie hanno subìto un’accelerata solo perché l’economia capitalista cinese ha visto ingigantirsi i problemi che si trova ad affrontare. Dal canto loro, le crescenti pressioni degli Stati Uniti costringono il Pcc a eliminare ogni forza interna che possa essere usata contro il suo Stato, specie da parte di potenti capitalisti o da comunità online autorganizzate. Purtroppo per Xi e il Pcc, queste politiche non riescono a stare al passo con le crisi che ribollono nella società cinese.

 

La terra trema

L’economia cinese, pur godendo di una ripresa post-pandemica relativamente migliore rispetto a quelle occidentali, è tuttora afflitta da problemi presenti da ben prima del COVID-19. I segnali di un rallentamento nella seconda metà del 2021 non si sono fatti attendere. Ad agosto i redditi da consumo e i tassi di crescita degli investimenti erano inferiori  rispetto a quelli dello stesso periodo dell’anno scorso.

Ancora più importante è la gigantesca bomba del debito che rischia di esplodere proprio mentre scriviamo. Il conglomerato immobiliare di cui si parlava, il gruppo Evergrande, sta attraversando una profonda crisi. Il 14 settembre hanno cominciato a circolare voci di una sua imminente bancarotta. Lo stesso giorno una folla di investitori si è precipitata alla sede pechinese di Evergrande chiedendo i propri soldi indietro. La mattina del 15 settembre il Ministero cinese dell’Edilizia abitativa e dello Sviluppo urbano-rurale ha annunciato a nome di Evergrande che quest’ultima non sarà in grado di corrispondere gli interessi in scadenza il 20 settembre. A quanto si dice, lo Stato si sta preparando a inviare una squadra di amministratori  presso Evergrande per gestire la situazione. Restano da vedere i risvolti e gli effetti concreti di questa crisi del debito, ma c’è già ansia per una potenziale crisi a catena. Bloomberg spiega che il default di Evergrande potebbe “lasciare banche e investitori a secco di decine di miliardi di dollari”.

I numeri della crisi di Evergrande

Se per un lato la crisi derivata dall’insolvenza di Evergrande potrebbe avere un impatto particolarmente acuto per la Cina, è altrettanto vero che lo spettro di reazioni a catena innescate da debiti insoluti si aggira nel Paese da diverso tempo. Anche il settore pubblico ha problemi di debito di dimensioni mastodontiche. L’anno scorso una catena di imprese statali impegnata su più settori economici ha dichiarato inadempienza  sui rimborsi, generando scompiglio nel mercato. In quell’occasione lo Stato era intervenuto per risolvere la crisi, ma i cattivi debiti non scompaiono magicamente per intervento dello Stato. È evidente che, sulla base del capitalismo, ci vorrebbero anni per risolvere in modo soddisfacente buona parte di questi default, che continuerebbero comunque a causare delle ripercussioni su tutta l’economia.

Questi non sono che pochi flash sullo stato reale dell’economia cinese, ma non è difficile scorgere il quadro complessivo: la Cina è sul ciglio di una importante crisi economica, e presto o tardi qualcosa cederà. Resta da vedere il modo in cui lo Stato affronterà l’arrivo delle crisi.

 

Sul filo del rasoio

Che nella società cinese serpeggiasse il malcontento era chiaro già prima che la classe capitalista e lo Stato diretto dal Pcc cominciassero a preoccuparsi per le condizioni dell’economia. Questo potenziale di instabilità politica è in cima alle preoccupazioni del Pcc.

Il Pcc si vanta della ripresa relativamente migliore della Cina rispetto all’Occidente. Se c’è della verità in questo, non significa altro che le contraddizioni sociali esistenti nella società cinese hanno ripreso a svilupparsi.

Non si spiega altrimenti la pletora di fenomeni online che, in un modo o nell’altro, esprimono insoddisfazione per il presente e sfiducia nel futuro. Incidenti come il suicidio di un giovane operaio non retribuito e l’insabbiamento di un’aggressione sessuale da parte della direzione di Alibaba hanno provocato discussioni molto accese su internet, cariche di giusto odio di classe contro il sistema. La rabbia contro il famigerato sistema delle ore lavorative “996” (dalle 9 di mattino alle 9 di sera per 6 giorni alla settimana, ndt) ha avuto proporzioni tali che lo Stato si è visto costretto ad agire. Il 27 agosto il Tribunale del popolo ha precisato che il sistema 996 è contro la legge. Che poi a questa sentenza giuridica seguano i fatti è tutt’altro paio di maniche.

Ma lo Stato non ha cercato di domare il dissenso solo con le concessioni. Ha risposto anche con la più brutale repressione. Le pene inflitte ai più valorosi combattenti di classe sono ben più dure di quelle riservate alle mega-corporazioni per le loro pratiche affaristiche. In marzo un fattorino è stato arrestato per aver cercato di organizzare uno sciopero e formare un sindacato al di fuori di quello ufficiale, gestito dallo Stato. A inizio settembre è finito agli arresti anche un dottorando dell’Università di Hong Kong che studiava i rapporti di lavoro nella provincia del Guangxi, accusato di “sovvertimento del potere statale”.

Benché la minaccia di instabilità politica giunga prevalentemente dal basso, vi è un altro elemento interno al Pcc che potrebbe rivelarsi un problema per i suoi massimi dirigenti. Come abbiamo già avuto modo di spiegare, la borghesia ha un crescente peso numerico fra le fila del Pcc. Jack Ma, membro del partito, è un ottimo esempio di questo fenomeno. Pur essendo al momento ben lontani dal prendere il controllo del partito o dall’avere la forza sufficiente per sfidare Xi Jinping, i capitalisti rischiano comunque di consolidare le proprie posizioni all’interno della burocrazia. Di recente, il segretario cittadino di Hangzhou (provincia del Zhejiang), Zhou Jiangyong, è stato silurato e messo agli arresti. A Hangzhou si trova la sede di Alibaba e la famiglia di Zhou era considerata molto legata a Ma. Al contempo, 25mila quadri del partito del Zhejiang hanno ricevuto l’ordine di “auto-esaminare” i rapporti di lavoro illeciti che li riguardano personalmente o riguardino le loro famiglie.

Ciò che tutto questo mette a nudo è l’esistenza di un blocco potenzialmente consistente dentro il Pcc che potrebbe subire maggiormente le pressioni dei capitalisti rispetto a quelle del centro. Questo creerebbe un’ulteriore variabile e persino una minaccia al centro del partito, man mano che questo blocco dovesse portare avanti il proprio programma.

Lo Stato del Pcc si renderà conto che, contestualmente al manifestarsi delle contraddizioni economiche, sta emergendo anche il malcontento dal basso. Xi Jinping e il Pcc non possono fare altro che mantenere un attento equilibrio bonapartista tra le classi in Cina, ma si renderanno conto che questo equilibrio diventerà sempre più complesso, delicato e precario sotto la spinta dei potenti venti economici contrari che stanno cominciando ad agitarsi.

La recente ondata di misure drastiche prese dal Pcc non è una spinta radicale verso il cambiamento, bensì un tentativo disperato di mantenere lo status quo. I media internazionali sono perlopiù preoccupati di un eventuale ritorno della Cina a un’economia pianificata, ma il Pcc sta in realtà muovendo mari e monti per fermare un tracollo economico. Nel frattempo, gli interessi dei lavoratori e dei giovani cinesi continuano a essere ignorati. Tutto ciò che il Pcc può offrirgli al momento sono vuote parole sulla “prosperità comune”.

Tuttavia, a dispetto della sua forza, lo Stato del Pcc è impotente davanti alle contraddizioni intrinseche del capitalismo e non può impedire loro di ribaltare la stabilità sociale che cerca di mantenere. La crisi del debito di Evergrande tuttora in corso potrebbe essere la goccia che farà traboccare il vaso. I marxisti devono seguire attentamente questi sviluppi e le loro conseguenze. Non abbiamo una sfera di cristallo che ne possa prevedere gli esiti. Ciò che possiamo dire con assoluta certezza è solo questo: lo sentiamo tutti, la classe dominante cinese è in preda all’angoscia.

21 settembre 2021

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