17 Giugno 2022 Fred Weston (da www.marxist.com)

Cina contro Stati Uniti nel Pacifico: quali conseguenze per l’umanità?

Mentre la guerra in Ucraina sta monopolizzando tutta l’attenzione, nel Pacifico cova un conflitto di eguale importanza. La sua posta in gioco riguarda chi avrà il controllo di questa regione chiave: gli Stati Uniti o la Cina? A ben vedere, infatti, il perno della politica estera statunitense è rivolto contro la crescente influenza cinese.

Nel 1989, con l’economia mondiale in crescita e ampi spazi a disposizione di diversi attori importanti, venne lanciato il gruppo per la Cooperazione economica Asia-Pacifico (Asia-Pacific Economic Cooperation) con 21 Stati membri: fra essi figuravano gli Usa, il Giappone, il Canada e l’Australia, e in un secondo momento la Russia e la Cina, nonché praticamente tutti i Paesi bagnati dall’oceano Pacifico.

All’epoca l’Unione Sovietica era sull’orlo di una crisi devastante: in tutti i Paesi est-europei sotto la sua sfera d’influenza si stavano verificando cambi di regime, con la caduta del vecchio sistema e il ritorno al capitalismo, seguiti due anni dopo dal crollo della stessa Urss. La Cina stava sperimentando una fase di sviluppo, ma era ben lontana dal ruolo di potenza di primo piano che svolge oggi: allora ciò che aveva da offrire erano manodopera a prezzi stracciati e un terreno per investimenti redditizi, dove si riversavano numerose multinazionali intenzionate ad approfittare della situazione.

Il relativo declino degli Usa e l’ascesa della Cina

Lo scenario mondiale oggi è diametralmente diverso. Gli Usa restano di gran lunga il Paese imperialista più potente del pianeta. Ciò non toglie che si trovino da tempo in relativo declino, importante sul lungo periodo. Il loro peso nell’economia globale è andato riducendosi dalla Seconda guerra mondiale. Nel 1945 rappresentavano più del 50% del Pil mondiale. Nel 1960 erano il 40%, ma nel 1980 la percentuale si era ridotta al 25%, crescendo a circa il 30% nel 2000, prima di tornare al 24%. La Cina, d’altro canto, ha visto la sua quota di Pil mondiale aumentare dall’1,28% nel 1980 al 10% nel 2013; oggi ha superato il 15%.

Potendo contare su un’economia molto più forte, la Cina è divenuta un attore capitalista importante su scala globale. Ora sta flettendo i muscoli e contrastando l’influenza Usa in diverse parti del mondo, soprattutto in Asia sudorientale e nel Pacifico. Questo è reso evidente, per esempio, dai tentativi cinesi di raggiungere accordi di sicurezza e commerciali con vari Stati-isola del Pacifico; quello con le Isole Salomone è assurto di recente agli onori della cronache.

Ormai la seconda economia al mondo, la Cina sta ora investendo ingenti somme di denaro in più di 150 Paesi. Secondo il China Global Investment Tracker: “Il valore degli investimenti e dei progetti infrastrutturali calcolati insieme dal 2005 è di 2,2 migliaia di miliardi di dollari”. È quasi un terzo del totale statunitense di 6,15 migliaia di miliardi di dollari alla fine del 2020.

Secondo statista.com, però, “Nel 2020 gli Stati Uniti detenevano la più vasta riserva di investimenti all’estero, ammontante a circa 8,1 migliaia di miliardi di dollari americani. La Cina si piazzava molto indietro con i suoi 2,4 migliaia di miliardi di dollari americani”.

Queste stime mostrano che il totale degli investimenti cinesi all’estero corrisponde a circa un quarto o un terzo di quello degli Usa, nonché all’equivalente del Pil totale annuo dell’Italia. Quest’ultima è l’ottava economia del mondo e membro del G7.

Tuttavia, questi dati non danno un quadro completo della situazione. Hong Kong è il settimo principale investitore mondiale, prossimo ai 2 migliaia di miliardi di dollari, ed è stata appena soggiogata dalla Cina. 1,2 migliaia di miliardi di questi investimenti si trovano in Cina, ma i restanti 0,8 migliaia di miliardi sono in altri Paesi, il che porta il totale cinese oltre la soglia delle 3 migliaia di miliardi. Comunque la vediamo, gli Usa restano il Paese imperialista più potente al mondo. La Cina, in linea con la crescita del suo Pil, è diventata il secondo principale investitore all’estero.

La Cina è anche estremamente attiva nei prestiti. Secondo l’Harvard Business Review,  “Negli ultimi vent’anni la Cina è divenuta un importante creditore a livello globale, con crediti straordinari che superano il 5% del Pil mondiale”. “In totale”, continua l’articolo, “lo Stato cinese e le società controllate hanno investito circa 1,5 migliaia di miliardi di dollari in prestiti diretti e crediti commerciali in più di 150 Paesi in tutto il globo. Grazie a questo la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale al mondo, sorpassando i tradizionali creditori ufficiali come la Banca mondiale, il Fmi e tutti i governi creditori dell’Ocse messi insieme”.

Non c’è da stupirsi che il China Global Investment Tracker rechi anche la seguente avvertenza: “Gli Usa e alcuni altri Paesi continuano a essere sospettosi verso l’attività cinese”. A un tale livello di estensione globale si accompagna il desiderio, da parte del governo cinese, di rafforzare il proprio controllo delle rotte commerciali, le fonti di materie prime e la propria sicurezza, con modalità tipicamente imperialiste.

La Cina nel Pacifico

Tutto ciò è chiarissimo in molte parti del mondo. Gli investimenti cinesi, oltre i Paesi capitalisti avanzati del Nordamerica e dell’Europa, si estendono dall’America Latina all’Africa, dall’Asia al Pacifico. Ed è sul Pacifico che si concentrerà questo articolo.

La Cina ha una posizione dominante nelle industrie estrattive in tutto il Pacifico. Nel 2019 ha ricevuto oltre la metà del pesce, del legname e dei minerali esportati dalla zona, per un valore totale di 3,3 miliardi di dollari. Su questa falsariga, più di un quarto delle flotte mercantili nel Pacifico è cinese. La Cina possiede 290 di queste navi, più del totale a disposizione di tutti i Paesi del Pacifico messi insieme.

Oltre il 90% delle esportazioni di legname di Papua Nuova Guinea e delle Isole Salomone va alla Cina, così come il 90% di tutte le risorse estrattive dalle Isole Salomone. Papua Nuova Guinea sta inoltre rifornendo la Cina del nickel estratto dalla sua miniera di Ramu. Dati simili valgono anche per Vanuatu, Tonga e Palau. In tutto, negli scorsi vent’anni le compagnie cinesi hanno investito più di 2 miliardi di dollari in attività minerarie nella regione del Pacifico.

È chiaro che la regione riveste un’importanza cruciale per la Cina. Ciò spiega le sue ultime mosse tese a raggiungere un accordo con diversi Paesi della zona. Tutto è cominciato con il patto quinquennale di sicurezza siglato in aprile fra la Cina e le Isole Salomone. Patto che si spiega con l’obiettivo cinese a lungo termine di diventare una potenza predominante nella regione.

Per adesso l’accordo darebbe alla Cina un ruolo importante nella sicurezza interna delle Isole Salomone. La polizia cinese ha già visitato l’isola per addestrare la polizia locale alle tecniche di antisommossa. Il governo delle Isole Salomone si trova alle prese con un vasto malcontento popolare e si è trovato a dover reprimere proteste di massa. La stessa situazione potrebbe ripetersi anche nell’immediato futuro. Ma le ambizioni cinesi vanno chiaramente ben oltre.

Le Isole Salomone si trovano a tutti gli effetti nel cortile di casa dell’Australia e sono pertanto considerate parte della sfera d’influenza degli Stati Uniti. Se la Cina dovesse mai piazzarvi una propria base navale – intenzione che continua a negare pubblicamente – sarebbe una minaccia diretta alle rotte commerciali fra gli Usa e l’Australia. Costituirebbe anche una posizione molto utile se la Cina dovesse mai minacciare di invadere Taiwan, atto che chiaramente porterebbe la Cina e gli Usa sull’orlo del conflitto militare, diretto o indiretto. Il fatto che l’attuale governo delle Isole Salomone nel 2019 abbia concesso il proprio riconoscimento diplomatico alla Cina anziché Taiwan è indicativo della direzione in cui si stanno muovendo le cose.

Gli interessi cinesi nel Pacifico, tuttavia, non si arrestano alle Isole Salomone. La Cina sta cercando di concludere un trattato che coinvolgerebbe circa una dozzina di Stati-isola nel Pacifico e riguarderebbe accordi di polizia, sicurezza e condivisione dei dati. Se la Cina dovesse riuscire a portarsi a casa il patto – su questioni commerciali e di sicurezza – accrescerebbe enormemente la sua influenza in tutta la regione.

Wang Yi, il ministro degli Esteri cinese, a fine maggio ha organizzato una riunione a Fiji con lo scopo di chiudere i negoziati. Ciò ha fatto scattare gli allarmi in tutta la regione e oltre. David Panuelo, presidente degli Stati federati di Micronesia (Sfm), ha dichiarato senza mezzi termini che il trattato potrebbe scatenare una nuova “guerra fredda”, con la Cina contro l’Occidente, e soprattutto l’Australia, il Giappone, gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda. Non è un caso che gli Sfm abbiano un accordo di difesa con gli Stati Uniti, indicativo della loro posizione di lacchè degli Usa nella regione.

La Cina sta anche cercando di raggiungere un accordo separato con Kiribati – che a sua volta ha stabilito relazioni diplomatiche con la Cina nel 2019 al posto di Taiwan. L’accordo con Kiribati rispecchierebbe quello firmato con le Isole Salomone. Nel frattempo la Cina ha anche firmato con Vanuatu un contratto per costruire una nuova pista che espanderebbe la capacità dell’aeroporto di Pekoa sull’isola di Santo. Samoa a sua volta ha firmato un accordo bilaterale con la Cina che, fra le altre cose, riguarda “la pace e la sicurezza” e prevede maggiori sviluppi infrastrutturali garantiti dalla Cina al piccolo staterello. Una delegazione cinese si è fatta un discreto tour insulare, toccando Fiji, Tonga, Vanuatu, Papua Nuova Guinea e Timor Est, fra le altre.

Mentre lavora per rafforzare la propria posizione economica e difensiva nel Pacifico, già ora la Cina può vantare scambi commerciali con i Paesi del Sudest asiatico più ingenti rispetto agli Stati Uniti, e sta cercando di consolidare questa posizione incrementando gli investimenti esteri diretti nella regione.

In risposta a tutto questo, gli Usa hanno recentemente inviato una delegazione diplomatica alle Isole Salomone, con Daniel Kritenbrink, segretario di Stato statunitense per gli Affari dell’Asia orientale e del Pacifico, che sollevava persino la minaccia di un possibile intervento militare Usa in caso la Cina dovesse provare a stabilire una presenza militare sulle isole. Il nuovo ministro degli Esteri australiano, Penny Wong, ha recentemente visitato Fiji per esprimere preoccupazione riguardo le attività cinesi nella regione.

Alla fine, la riunione dei dieci Paesi organizzata dalla Cina a fine maggio ha deciso di rimandare ogni decisione. Wang ha diramato un comunicato affermando che ulteriori negoziati dovranno essere preceduti da un necessario consenso. È chiaro che questi staterelli sentono la pressione delle due potenze imperialiste rivali e che hanno paura di pestare i piedi dell’una o dell’altra. Ma come abbiamo visto in alcuni di questi Paesi – come le Isole Salomone – la Cina è ormai diventata la principale potenza commerciale, e a ciò si accompagna un incentivo a consolidare i legami diplomatici e di sicurezza.

Joe Biden tenta di riequilibrare la situazione

Allarmato dal progetto compiuto dalla Cina nella regione, Joe Biden ha cercato di siglare un patto economico con numerosi Paesi indo-pacifici, irritando a sua volta il governo cinese. Questo tentativo va in parallelo con le manovre statunitensi per rafforzare la propria posizione militare, come si evince dalla firma del patto AUKUS (Australia-UK-US), l’anno scorso: un nuovo accordo per la sicurezza con il Regno Unito e l’Australia, secondo il quale a quest’ultima verranno forniti dagli Usa sottomarini a propulsione nucleare, con la Cina come obiettivo chiaro.

Il 23 maggio a Tokyo si è svolta l’inaugurazione dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity. Si tratta di un tentativo da parte di Joe Biden di raggruppare una dozzina di Stati della regione per contrastare la crescente influenza cinese. India, Vietnam, Indonesia, Thailandia, Brunei e Filippine hanno accettato di prendere parte ai negoziati, unendosi a Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Singapore e Malesia. L’accordo voluto dagli Stati Uniti riguarderebbe il mercato digitale, facilitazioni commerciali, l’energia pulita e la decarbonizzazione, le catene di distribuzione, e (almeno sulla carta) anticorruzione e tassazioni.

L’ironia sta nel fatto che la maggior parte dei Paesi corteggiati da Biden hanno al contempo firmato patti commerciali con la Cina, nella cornice dell’accordo che va sotto il nome di Partenariato economico globale regionale (Regional Comprehensive Economic Partnership). In effetti, siamo davanti a una significativa linea di frattura nelle relazioni mondiali, imperniata sulla battaglia fra la più forte potenza imperialista sul pianeta, gli Stati Uniti, e il crescente potere della Cina.

La crescente forza militare della Cina

Inevitabilmente, giunti a una certa fase, a una crescente forza economica corrisponde una crescente forza militare. Le spese militari degli Stati Uniti ammontano a 778 miliardi di dollari all’anno, più della spesa militare combinata delle altre nove potenze militari che li seguono. Ecco i dati: Cina 252 miliardi, India 72,9 miliardi, Russia 61,7 miliardi, Regno Unito 59,2 miliardi, Arabia Saudita 57,5 miliardi, Germania 52,8 miliardi, Francia 52,7 miliardi.

È il caso di far notare che la Cina è seconda al mondo per spesa per gli armamenti, versando più del totale delle quattro potenze che la seguono in classifica, Russia compresa. E benché alle armi vada poco meno del 2% del suo Pil (rispetto al 3,7% degli Usa), la cifra è aumentata in termini assoluti di oltre dieci volte rispetto ai poco più di 20 miliardi di dollari del 2000, come si è visto sopra.

La Cina controlla oggi la marina militare più grande al mondo, secondo dati governativi cinesi, e possiede sottomarini in grado di lanciare missili armati con testate nucleari. Il Wall Street Journal lancia l’allarme: “Prima di nascosto, poi per gradi, e ora a grandi balzi, la Cina sta costruendo una flotta d’alto mare e una rete di basi in grado di estendere la sua influenza militare e politica. Sarebbe il caso che la presenza di una nuova base militare segreta in Cambogia svegliasse la classe politica americana – compresi i pezzi grossi della Marina Usa – su quella che sta rapidamente diventando una sfida cinese globale”.

Lo stesso articolo spiega che “La Cina aspira a una rete globale di basi che le permetterebbero di intervenire con maggiore facilità”. E aggiunge: “La proliferazione di basi dell’Epl [Esercito popolare di liberazione, NdT] s accompagna a una costante crescita della flotta cinese. Gli Usa, con le loro 297 navi e il calo previsto a 280 entro il 2027, stanno andando nella direzione opposta. La Cina ne ha 355 e punta alle 460 navi entro il 2030. Pechino dispone perlopiù di vascelli di dimensioni inferiori, ma presto inaugurerà una portaerei avanzata in grado di consentire alla sua aviazione di intervenire all’estero”.

Sull’esercito cinese Al Jazeera afferma quanto segue:

Nelle sue fila ci sono più di 915.000 soldati in servizio attivo, dato che fa impallidire gli Usa, i quali hanno circa 486.000 soldati attivi, secondo l’ultimo rapporto del Pentagono sulla forza militare cinese.

“L’esercito sta anche rimpinguando il suo arsenale con armi a tecnologia sempre più avanzata. Durante la parata militare per il giorno della Repubblica del 2019 è stato presentato il missile balistico intercontinentale DF-41, che secondo gli esperti potrebbe raggiungere qualsiasi angolo del mondo. Ma a catturare l’attenzione dei più è stato invece un missile ipersonico DF-17.

“Quest’anno, stando ai resoconti, la Cina avrebbe in realtà effettuato due test di armi ipersoniche – uno a luglio e un altro ad agosto – mentre un alto generale Usa descriveva questa svolta come prossima a un ‘momento Sputnik’, con riferimento al lancio di un satellite da parte dell’Unione Sovietica nel 1957, simbolo del suo vantaggio nella corsa allo spazio”.

Anche l’aviazione cinese è stata enormemente cresciuta divenendo la più vasta nella regione Asia-Pacifico e la terza al mondo. Essa dispone di oltre 2.500 aeroplani e circa 2.000 aerei da combattimento. Si tratta di dati pubblicati un rapporto annuale dell’Ufficio del Segretario alla Difesa degli Usa, pubblicato nel 2020.

Un nuovo rapporto di forze

Sono tutti ottimi motivi per cui la classe dominante statunitense è preoccupata – molto preoccupata – e sta tentando di manovrare per recuperare il terreno perduto. Gli Usa sono ancora la potenza imperialista più grande e più pesantemente armata sul pianeta, ma la Cina, almeno nella regione indo-pacifica, si è trasformata in una seria minaccia ai loro interessi.

Questa settimana (10-12 giugno) si svolgerà a Singapore il vertice sulla sicurezza – noto come il Shangri-La Dialogue – alla presenza di delegazioni statunitensi e cinesi. Vista l’aggressività della Cina verso Taiwan, le sue operazioni militari nel mar Cinese meridionale e le recenti attività atte a espandere la propria influenza nella regione del Pacifico – come delineate sopra, insieme ai tentativi di Biden per costruire un’alleanza tesa a contrastare il peso crescente della Cina nella regione, il summit potrebbe risolversi in un aperto conflitto fra la prima e la seconda potenza mondiale.

È chiaro che Taiwan sarà una delle principali ragioni di scontro, insieme alla posizione cinese sulla guerra in Ucraina. Per anni gli Usa hanno mantenuto una posizione di cosiddetta “ambiguità strategica” riguardo l’eventualità di un proprio intervento militare in caso di invasione cinese di Taiwan. Tuttavia, le ultime dichiarazioni di Biden sembrerebbero aver spostato la politica statunitense verso la prospettiva di un intervento militare diretto. I funzionari Usa hanno poi cercato di moderare i toni, ma la minaccia rimane ed ha fatto infuriare i dirigenti cinesi.

Il 21 maggio l’Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) si è riunita in condizioni ben diverse rispetto a quelle esistenti alla sua fondazione nel 1989. Oggi l’economia mondiale si trova in una profonda crisi, con tutte le principali potenze intente a sgomitare per difendere le proprie sfere d’influenza e i propri mercati. La pandemia ha interrotto le catene di approvvigionamento. La guerra in Ucraina non ha fatto che esacerbare tutto questo. La globalizzazione sta andando in mille pezzi, con l’emergere di blocchi regionali.

In quella sede, durante l’intervento del ministro russo dell’Economia Maxim Reshetnikov, i rappresentanti di Canada, Nuova Zelanda, Giappone e Australia, insieme agli americani, hanno lasciato la sala in segno di protesta. Pare volessero “parole più dure sulla guerra della Russia”. Il fatto potrebbe ripetersi al summit di questo fine settimana.

Tutto questo sottolinea la nuova epoca in cui ci troviamo. Nel periodo in cui il mondo era dominato da due superpotenze, gli Usa e l’Urss, si era venuto a creare un certo equilibrio. Alla base della relativa stabilità di allora c’era il grande boom post-bellico, che vide decenni di crescita economica senza precedenti. Tutto finì con il crollo dell’Unione Sovietica e l’emergere degli Usa come unica superpotenza.

La classe dominante statunitense era ebbra di fiducia, ben espressa dalle parole dell’ex presidente degli Usa, George H. W. Bush, nel 1991: “Cento generazioni sono state in cerca di questa strada inafferrabile verso la pace, mentre mille guerre sono infuriate lungo tutta la durata dell’impresa umana. Oggi un nuovo mondo lotta per nascere, un mondo molto diverso da quello che abbiamo conosciuto”.

Il nuovo mondo venutosi a formare non è quello pensato da Bush. Gli Usa hanno dimostrato di essere meno forti di quanto immaginavano, e la promessa della pace è evaporata. Il mondo è gravido di guerre, e quella in corso in Ucraina è chiaramente una guerra per procura fra la Russia e la Nato – quest’ultima guidata dagli Usa – mentre nella regione indo-pacifica sta fermentando un conflitto ancora più grande e potenzialmente ben più pericoloso.

Proprio come lo scoppio della guerra in Ucraina ha sollevato la minaccia di una terza guerra mondiale, così c’è anche chi, in un futuro conflitto fra la Cina e gli Stati Uniti su Taiwan, scorge la prospettiva di uno scontro mondiale. Se gli Usa saranno veramente disposti a intervenire in via diretta, con le proprie forze militari, è un altro paio di maniche. Abbiamo visto che persino in Ucraina la Nato si è sistematicamente rifiutata di imporre una “no fly zone”, perché ciò avrebbe comportato uno scontro diretto con le forze armate russe.

In effetti, dopo lo scivolone di Biden sulla politica statunitense nei confronti di Taiwan, il generale Lloyd Austin, l’attuale ministro della Difesa degli Usa, ha insistito che il commento di Biden “sottolineava il nostro impegno ai sensi del Taiwan Relations Act ad aiutare Taiwan fornendole i mezzi per difendersi”. Il Taiwan Relations Act afferma che gli Usa sono tenuti a fornire “armamenti e servizi di difesa in quantità adeguata da permettere da Taiwan di mantenere una sufficiente funzionalità autodifensiva”.

Il confronto militare diretto fra due potenze nucleari di prim’ordine solleva il rischio della reciproca distruzione di entrambe le parti, nessuna delle quale ne uscirebbe vincitrice. Questo, come è ovvio, non è nell’interesse delle classi dominanti. È per questo motivo che gli Usa, in un possibile futuro conflitto su Taiwan, potrebbero cercare di piegare la Cina con massicce dosi di sanzioni, anziché attraverso un intervento militare diretto, come stanno cercando di fare con la Russia oggi.

Un simile scenario causerebbe però una guerra commerciale di proporzioni senza precedenti e sarebbe devastante per tutte le economie del pianeta, portando a sofferenze inaudite per milioni di persone su una scala mai vista prima nella storia. I risultati delle sanzioni contro la Russia sono già davanti ai nostri occhi: più povertà nei Paesi avanzati e uno scenario da carestia per i Paesi più poveri.

Questo è il “nuovo mondo” che ha visto la luce. E rappresenta una condanna di tutte le classi dominanti, di tutti i capitalisti del mondo, i nordamericani, gli europei, i cinesi e i russi, e di tutte le altre potenze secondarie. Costoro non sanno vedere oltre i propri egoistici interessi di classe e i ristretti interessi nazionali. È un segale che il capitalismo da tempo ha perso qualsiasi ruolo progressivo per l’avanzamento della società. Ora ci sta trascinando negli abissi della barbarie.

La forza della classe operaia

C’è però una forza al mondo che potrebbe mettere fine a questo scenario da incubo: la classe operaia mondiale. In tutto il globo ci sono oltre 3 miliardi di lavoratori. Loro e le loro famiglie, insieme ai poveri e agli oppressi del mondo, hanno la forza di cambiare tutto questo. I lavoratori di tutti i Paesi devono unirsi in un’unica forza e rovesciare le classi dominanti dei rispettivi Paesi. I lavoratori americani, europei e cinesi, insieme a quelli di tutti i continenti, non hanno alcun interesse a combattere guerre fratricide di morte e distruzione di massa.

In tempi di guerra e sciovinismo nazionale, i marxisti devono distinguersi come internazionalisti e far emergere gli interessi comuni dei lavoratori di tutti i Paesi contro le rispettive classi dominanti nazionali. Dobbiamo spiegare che gli operai della Cina e dell’America non hanno nulla da guadagnare da guerre o conflitti fra i due Paesi, per non parlare dal fatto che Taiwan ne uscirebbe distrutta, proprio come sta avvenendo oggi all’Ucraina, proprio davanti ai nostri occhi.

Ma questo scenario presenta anche un’altra faccia: la crisi economica sempre più grave abbattutasi su tutti i Paesi sta anche producendo una messa in discussione sempre più netta di tutte le classi dominanti nazionali nei rispettivi Stati. La crisi del carovita, con aumenti generalizzati dell’inflazione, colpisce i lavoratori e i giovani. Tutto ciò sta preparando il terreno per un’intensificazione della lotta di classe, che già si riflette negli scioperi organizzati in un Paese dopo l’altro. Li accompagnano spinte alla sindacalizzazione dei lavoratori non sindacalizzati, nonché spostamenti dei sindacati verso atteggiamenti più marcatamente combattivi.

Abbiamo assistito a grandi proteste in tutto il mondo, dal Kazakhstan allo Sri Lanka, dalla Turchia all’Iran, dal Libano al Sudan, e anche nel cuore dell’imperialismo stesso, gli Stati Uniti. In alcuni di questi Paesi i movimenti hanno avuto proporzioni rivoluzionarie. È attraverso questi movimenti che si comincia a intravedere l’alternativa alla guerra fra le nazioni: la guerra fra le classi.

In tutto il mondo le forze produttive dono aumentate in maniera enorme nel corso di decenni e secoli. Se queste risorse fossero impiegate in una fraterna cooperazione di tutti i popoli potremmo cominciare a risolvere tutti i principali problemi che ci riguardano, dal cambiamento climatico alla guerra, dall’inflazione dilagante alle penurie alimentari.

Questo è il messaggio che dobbiamo portare ai lavoratori del mondo. Nelle parole usate da Karl Marx e Friedrich Engels in chiusura del Manifesto comunista: “I proletari non hanno da perdere che le catene. E hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i Paesi, unitevi!”

10 giugno 2022

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