4 Marzo 2022 Daniele Argenio

Cile, Le lezioni della storia – 1970-73: Dall’Unidad Popular al golpe di Pinochet

Dopo la vittoria del candidato di sinistra Gabriel Boric alle elezioni presidenziali del dicembre 2021, il Cile è tornato al centro del dibattito politico. Durante la campagna elettorale ci sono stati molti riferimenti sia al governo di Salvador Allende che alla dittatura sanguinaria del generale Pinochet.

Si trattò di eventi decisivi per il Cile e per il movimento operaio internazionale, che è necessario ripercorrere oggi.

 

La lotta di classe in Cile

Il Cile, nonostante le sue ricchezze naturali, vedeva la maggioranza della popolazione vivere in condizioni di povertà. La borghesia locale aveva legami strettissimi con i latifondisti, ed era totalmente subalterna all’imperialismo statunitense. Non era mai riuscita a giocare un ruolo progressista, non portando a compimento la divisione della terra e l’emancipazione dell’economia nazionale.
Sulle basi dell’enorme sviluppo del settore estrattivo, il Cile vantava un poderoso movimento operaio, che era già stato protagonista di mobilitazioni molto significative e aveva importanti organizzazioni.
Il Partito comunista cileno (PCC), tuttavia, a partire dalla teoria stalinista del Fronte popolare, predicava l’alleanza con una presunta borghesia progressista allo scopo dichiarato di completare i compiti della rivoluzione democratico borghese, rimandando ad un futuro indefinito la rivoluzione socialista.
Alla sinistra del PCC si poneva il Partito socialista cileno (PSC) che, nato proprio in rottura con le posizioni collaborazioniste di classe del PCC, si dichiarava marxista e fautore di una politica rivoluzionaria. Purtroppo, il Psc non aveva una linea politica chiara su di una serie di punti chiave (come il ruolo dello stalinismo) e questo contribuì a farlo rimanere invischiato in una serie di alleanze interclassiste “di sinistra”, parodie del fronte unico leninista.

 

La vittoria elettorale

Alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1970 il governo della Democrazia cristiana era in crisi per la sua incapacità di portare a compimento la riforma agraria e a sinistra si costruì l’Unidad Popular (UP), un’alleanza tra il PSC, il PCC e alcune forze borghesi minori.
UP riuscì con il candidato Salvador Allende a vincere le elezioni presidenziali del settembre 1970. La sinistra non aveva però la maggioranza in parlamento e questo argomento fu utilizzato dalla destra per imporre condizioni già prima della formazione del governo. I dirigenti di UP avevano due alternative: o respingere il ricatto della borghesia, facendo appello alle masse e organizzando mobilitazioni in tutto il paese, o cedere alle pressioni.
I lavoratori sapevano che la campagna elettorale era stata caratterizzata dalle manovre promosse dall’imperialismo e dall’oligarchia contro UP, il tentativo di bloccare l’insediamento di Allende sarebbe stato il segnale di partenza per un grande movimento in tutto il paese.
Ma UP accettò il cosiddetto “patto di garanzie costituzionali” con le opposizioni, che rendeva di fatto intoccabili le forze armate. In questo modo, Allende e gli altri dirigenti caddero in trappola fin dal primo momento.
Durante tutta la vita del governo i dirigenti di PSC e PCC ingannarono se stessi e le masse sul carattere “imparziale” della casta militare. Pensavano, in modo totalmente utopico, di neutralizzare i generali con buone parole ed aumenti salariali.
L’apparato statale e soprattutto la casta militare non sono qualcosa al di sopra delle classi e della società, ma un organo di repressione in mano alla classe dominante vincolato con molteplici legami alla borghesia ed ai latifondisti.
Accettando il ricatto reazionario si accettava di non armare la classe lavoratrice e di non toccare l’apparato repressivo che manteneva la borghesia al potere. La classe dominante ed i suoi rappresentanti politici lo sapevano perfettamente. Si trattava di una questione centrale, come emerse con conseguenze catastrofiche tre anni dopo.

 

L’entusiasmo delle masse

Tuttavia, la formazione del governo di UP aprì una nuova fase nel processo rivoluzionario, dove il suo limitato programma iniziale venne ben presto superato dal movimento.
Le masse posero rivendicazioni radicali come il passaggio dei grandi monopoli nelle mani dei lavoratori. Il governo riusciva solo in parte a realizzare queste richieste, data la misura in cui si era compromesso con l’opposizione e gli ostacoli che ponevano i riformisti tra le sue fila.
Sotto questa spinta la sinistra tuttavia andò molto più in là di quanto previsto dai suoi dirigenti. Lo schema meccanicistico stalinista, basato sulla divisione artificiale fra i compiti democratico-borghesi e quelli della rivoluzione proletaria, fu messo in crisi dal movimento.

Corteo dei Cordones industriales

Il governo effettuò delle nazionalizzazioni importanti che rappresentavano un duro colpo agli interessi dell’oligarchia e dell’imperialismo e furono portate avanti una serie di riforme sociali a favore della classe lavoratrice. Vennero nazionalizzati il rame, il ferro, il carbone, i nitrati e le telecomunicazioni, di proprietà della nordamericana ITT. Tutto questo aumentò enormemente l’appoggio al governo.
I contadini pensavano che questo fosse un governo dei lavoratori e che le loro rivendicazioni relative ad una seria riforma agraria dovevano essere soddisfatte nel modo più rapido possibile.
I latifondisti risposero con un sabotaggio sistematico, organizzando gruppi armati con lo scopo di contrastare l’azione delle masse.
L’unico modo per disarmare la reazione e spezzare la resistenza dei grandi proprietari sarebbe stato armare i contadini ed organizzarli in comitati per l’occupazione delle terre con l’appoggio del governo.
Nelle campagne erano nati spontaneamente dei consigli contadini con questo scopo. Il dovere dei leader delle organizzazioni operaie era di appoggiare ogni iniziativa rivoluzionaria delle masse, sostenere la creazione di questi consigli e lottare al loro interno per una politica rivoluzionaria.
Ma i dirigenti della sinistra non ebbero fiducia nel movimento e anzi temevano che sfuggisse loro di mano. Preferivano porre la loro fiducia nella legalità borghese e nella possibilità di trasformare la società lasciando intatto il vecchio apparato statale.
Nonostante le resistenze dei latifondisti e della burocrazia statale (oltre che i limiti della direzione) comunque la riforma agraria fu la più radicale della storia del paese.
L’entusiasmo popolare per le politiche del governo si riflesse nei risultati delle elezioni amministrative dell’aprile 1971, nelle quali la sinistra vide crescere il proprio consenso.
Di fatto la situazione nel parlamento non rifletteva affatto l’enorme forza del movimento. Esistevano tutte le condizioni per la trasformazione della società. La classe dominante era demoralizzata; il movimento delle masse era in ascesa; i ceti medi, e soprattutto i contadini, guardavano con speranza al governo. I dirigenti della sinistra avevano il vantaggio di essere la guida legittima del paese, il che facilitava il compito della rivoluzione socialista.
Si svilupparono organi embrionali di potere operaio: i cordones industriales (coordinamenti dei comitati di fabbrica), assemblee popolari, consigli di gestione delle imprese. Persino nelle forze armate UP aveva molto sostegno, tra soldati e sottufficiali che appoggiavano il PSC o il PCC. Esisteva un inizio di dualismo di potere che poteva sfociare in una rivoluzione. C’era inoltre un’enorme simpatia a livello mondiale per il movimento cileno. Se Allende si fosse basato su questo possente movimento delle masse per contrastare l’imperialismo, arrivare alla rottura del vecchio apparato statale e all’esproprio della borghesia, la rivoluzione avrebbe potuto completarsi in modo relativamente pacifico.
Tuttavia i dirigenti di UP restarono paralizzati nel loro timore della classe dominante, mentre il movimento via via esauriva le sue forze in enormi mobilitazioni che non arrivavano mai al punto decisivo.

 

Controffensiva borghese e cospirazioni golpiste

Iniziò così la controffensiva delle forze reazionarie. Si stabilì un’utile divisione del lavoro fra l’opposizione parlamentare della Democrazia cristiana, che sistematicamente bloccava le iniziative del governo, e l’estrema destra che seminava terrore per le strade.
I capitalisti ed i proprietari fondiari boicottarono l’economia nazionale, mentre l’imperialismo statunitense sostenne ogni tipo di iniziativa controrivoluzionaria. Di fatto il golpe venne deciso a Washington. Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Nixon, dichiarò in una riunione: “Non vedo perché dobbiamo stare a guardare mentre un paese va verso il comunismo a causa dell’irresponsabilità del suo popolo”.
Il boicottaggio padronale alimentò l’inflazione, che eliminò i benefici degli aumenti salariali e colpì i ceti medi. Ben presto la simpatia di questi settori verso il governo si trasformò in opposizione.
La destra sfruttò questo sentimento organizzando uno sciopero dei camionisti nell’ottobre 1972, ma la classe lavoratrice rispose con mobilitazioni impressionanti. Come reagirono i dirigenti della sinistra? Facendo entrare rappresentanti della casta militare nel governo. Il trionfo della mobilitazione si trasformò in una sconfitta a causa della miopia riformista dei dirigenti. Fu proprio Allende a nominare il generale Pinochet a capo delle forze armate, considerandolo un lealista, rispettoso della Costituzione.
Fra ottobre e le elezioni di marzo passarono sei mesi di preparativi controrivoluzionari. In questa situazione, i dirigenti di UP, imprigionati nelle loro illusioni riformiste, si dimostrarono incapaci di fermare l’offensiva della destra. Ma malgrado tutto, la sinistra ottenne comunque il 44%.
Indubbiamente, dopo questo risultato la base operaia di UP voleva passare all’offensiva. I lavoratori stavano aspettando un segnale per scendere in piazza contro la reazione. Gli operai chiedevano armi per difendersi dalle scorribande militari e prepararsi alla possibilità di un colpo di Stato, ma ricevettero solo promesse ed appelli alla responsabilità.

11 settembre 1973 – Bombardamento della Moneda, il palazzo presidenziale

La base dei partiti operai si oppose all’entrata dei militari nel governo. In questo modo, dimostrarono di capire molto meglio della direzione ciò che stava succedendo. I risultati delle elezioni di marzo esprimevano ancora la forza del movimento, ma servirono solo a rinviare la resa dei conti. Se fosse dipesa solo dai dirigenti, la controrivoluzione sarebbe prevalsa quasi un anno prima.
A più riprese in quei mesi le masse cilene scesero in piazza contro la reazione. Nel giugno 1973, enormi manifestazioni di massa sconfissero un tentativo di colpo di Stato da parte del reggimento di Tacna, mentre il governo di UP faceva appelli alla calma e si perdeva nell’inazione.
Ancora il 4 settembre, una settimana prima del colpo di Stato, centinaia di migliaia di persone sfilavano a Santiago in difesa del governo, chiedendo armi per combattere la cospirazione golpista. Fino all’ultimo momento, tuttavia, i leader della sinistra confidarono nel fatto che i generali non avrebbero rotto con la legalità, consegnando le masse inermi alla reazione militare.

 

Il colpo di Stato

Sebbene in qualsiasi esercito la punta della piramide sia legata con migliaia di fili alla classe dominante, la base è sempre vicino alla classe operaia e ai contadini. I soldati di leva simpatizzavano per il movimento e per il governo. Ma perché nasca un moto di solidarietà attiva in seno all’esercito, è necessario che le truppe siano convinte della ferma volontà degli operai di portare la lotta fino in fondo.
Con l’assenza di una resistenza di massa, non esisteva la minima possibilità di attirare a sinistra settori di soldati. Di fatto, i metodi “pacifisti” del riformismo portarono a risultati opposti rispetto a quelli auspicati.
L’11 settembre si scatenò il golpe, il palazzo presidenziale venne bombardato dall’aviazione, Allende fu ucciso e i generali presero il potere facendo decine di migliaia di arresti. Negli anni successivi vi furono migliaia di assassinati dal regime (la cifra ufficiale è di tremila, ma furono molti di più), mentre a decine di migliaia finirono in carcere, dovettero fuggire in esilio o finirono desaparecidos. Tutte le organizzazioni del movimento operaio vennero messe fuori legge e si instaurò una dittatura che durò fino al 1990. Nessuno ha mai pagato per quei crimini. Quell’apparato statale e quella politica sono rimasti sostanzialmente intatti, lo stesso Pinochet venne mantenuto a capo dell’esercito anche dopo il ritorno alla “democrazia” parlamentare borghese.
Sul piano sociale, il Cile di Pinochet fu il terreno privilegiato di applicazione delle politiche economiche monetariste di Milton Friedman e la scuola dei Chicago Boys, una vera e propria svolta economica ultraliberista con la privatizzazione integrale dell’economia compresa l’istruzione e le pensioni, una realtà contro cui ancora oggi i lavoratori cileni stanno lottando duramente.
Studiare quegli avvenimenti è un dovere non solo per onorare i martiri della dittatura, ma per apprenderne le lezioni in particolare oggi, che i giovani e i lavoratori cileni hanno rialzato la testa e si preparano nuove, decisive battaglie di classe.

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