24 Giugno 2020

Cile – Che cosa ha rappresentato la ribellione di Ottobre e cosa potrà diventare?

Abbiamo bisogno di una Tendenza marxista della classe operaia

 

La crisi sociale di ottobre segna un salto qualitativo dei movimenti di massa e delle proteste che per più di un decennio hanno segnato il panorama del Cile post-dittatoriale. In una prospettiva globale, è una svolta inscritta nel contesto della crisi mondiale capitalista. È un movimento di massa insurrezionale che da venerdì 18 ottobre a fine novembre ha coinvolto attivamente tra 5 e 6 milioni di persone.
Sin dall’inizio “Fuera Piñera” è stato uno degli slogan che ha espresso lo stato d’animo generalizzato contro il governo dell’imprenditore-presidente Sebastián Piñera. Ma il rifiuto complessivo di tutte le istituzioni viene da più lontano, con casi emblematici di corruzione tra i Carabinieri e nell’esercito, nella Chiesa e in Parlamento, per citarne alcuni.
Il malcontento si è manifestato in varie lotte politiche. Il movimento studentesco 2006-2011, le rivolte regionali e ambientali, gli scioperi dei docenti, il Maggio femminista e altre mobilitazioni delle donne, le marce per No Más AFP (Administradoras de Fondos de Pensiones, sistema pensionistico che risale agli anni della dittatura di Pinochet, interamente privatistico, basato sulla capitalizzazione individuale da parte di ciascun lavoratore o lavoratrice, ndt), le proteste contro la privatizzazione delle risorse naturali nel pieno della crisi idrica che colpisce le comunità, la repressione e la resistenza continue nel Wallmapu, territorio ancestrale dei Mapuche, scioperi dei lavoratori somministrati, dei minatori, dei forestali, dei lavoratori della pesca e dei portuali. Oltre alle controversie di lavoro nel commercio al dettaglio, nei call center e altri.

La scintilla accesa dagli studenti medi ha incendiato gli spiriti e la solidarietà. Nell’”ottobre cileno” tutte le lotte si sono date il medesimo appuntamento. Per le strade e sui muri sono risuonate e si sono lette tutte le rivendicazioni. “Non sono 30 pesos, sono 30 anni”, in protesta contro l’intero spettro politico che ha gestito la limitata transizione democratica, basata sull’impunità e sulla continuità del sistema capitalista, difeso dalla Costituzione degli anni ’80. Tra i principali temi al centro delle mobilitazioni di massa troviamo istruzione, pensioni, disuguaglianza, salari e disoccupazione.
Dopo una settimana, lo stato di emergenza e il coprifuoco sono stati sconfitti dallo spirito combattivo delle masse per le strade nonostante la violenza esercitata dallo Stato. Il movimento ha ancora una forza straordinaria e un appoggio schiacciante apparso evidente quando è stata convocata a livello nazionale “la più grande marcia in Cile” per il 25 ottobre.
Lo sciopero generale del 12 novembre, convocato dal Bloque Sindical de la Mesa de Unidad Social è stato il più riuscito dal 1990. Questa entrata da protagonista della classe operaia nel processo ha suscitato l’allarme della classe dominante, e in 72 ore è stato trovato un accordo tra i partiti che sorreggono un regime in piena crisi.
La richiesta di un’assemblea costituente rappresenta, per le masse nelle strade, l’aspirazione a un cambiamento sociale fondamentale e il ripudio dell’intero regime esistente. Perfino i partiti di destra, temendo di essere spazzati via dalla rivolta, sono stati costretti a trovare un accordo con l’opposizione con l’obiettivo di disinnescare il movimento. Il PS e il FA (Partido Socialista de Chile e Frente Amplio, quest’ultimo una coalizione di formazioni di sinistra e liberali ndt) si sono prestati senza vergogna a questa manovra da cui nasce il cosiddetto “Accordo per la pace e la nuova Costituzione”. Il regime era alle corde, sopraffatto dalle proteste per le strade, e i leader della sinistra parlamentare si sono precipitati a salvarlo sulla base della richiesta di un processo costituzionale che non andasse oltre i limiti del parlamentarismo borghese.

Quando la Confederazione dei Lavoratori del Rame (CTC) convocò per l’11 maggio 1983 il primo sciopero dopo 10 anni, iniziò un processo di radicalizzazione politica e di massiccia mobilitazione contro la dittatura di Pinochet. I giorni delle proteste assunsero sfumature insurrezionali. La transizione democratica fu allora il prodotto di un accordo dall’alto, per evitare problemi dal basso. Questo è stato il ruolo svolto dalla Coalizione dei partiti per la democrazia. Le lezioni di questo periodo mostrano che infilare l’ennesima scheda nelle urne del regime non è garanzia di una trasformazione radicale, impossibile nei limiti del sistema capitalista.
Sono già trascorsi 30 anni di una “transizione democratica” basata sull’impunità per i crimini della dittatura e sul proseguimento del sistema economico capitalista. E anche il recente accordo del 15N cerca di canalizzare le aspirazioni democratiche e per una migliore qualità della vita all’interno dei limiti istituzionali tutelati dal Congresso. Questo accordo non tocca i privilegi della classe capitalista né l’AFP, né sanità e istruzione private, e non parla nemmeno di giustizia per le violazioni dei diritti umani, né della liberazione di oltre 2.000 prigionieri politici.
L’oligarchia affaristica cilena costituisce una classe dirigente ignorante e arretrata. Incapace di sviluppare l’economia con i propri mezzi, debole di fronte all’immensa classe operaia e ai poveri, non può fare altro che sottomettersi al dominio imperialista. Le richieste democratiche si scontrano con le esigenze economiche del capitalismo in crisi, che impone lo sfruttamento predatorio delle risorse naturali e del lavoro umano. Le garanzie democratiche per sostenere tutto ciò che è prezioso per lo sviluppo delle società umane, cioè sanità, edilizia abitativa, istruzione, pensioni, ecc…non saranno ottenute attraverso leggi firmate sulla carta ma solo dagli effettivi rapporti di forza tra le classi in conflitto. Una nuova costituzione nei termini proposti dal regime è una bufala. Una nuova costituzione che faccia realmente gli interessi della maggioranza oppressa sarà possibile solo quando la classe operaia rovescerà il marcio regime borghese e prenderà il potere, politico ed economico, nelle proprie mani. Solo espropriando le multinazionali è possibile controllare democraticamente le risorse al servizio della maggioranza.
Unidad Social (coalizione formata da più di cento organizzazioni sociali, sindacali e studentesche ndt), ha ammorbidito sempre più il suo ruolo d’opposizione al governo, senza prendere mai in seria considerazione la richiesta principale delle proteste: “Fuera Piñera”. Il CF8M e l’ACES (Coordinadora Feminista 8M e Asamblea Coordinadora de Estudiantes Secundario ndt) hanno denunciato il ruolo conciliante che alcuni leader del Bloque Sindical de la Mesa de Unidad Social hanno adottato di fronte a un governo che ha letteralmente dichiarato guerra ai lavoratori e ai poveri. Né la repressione né le false concessioni sono riuscite a reprimere l’enorme rivoluzione scatenata in Cile. Ma le politiche di conciliazione e collaborazione con la comunità imprenditoriale da parte dei leader sindacali e il ruolo della sinistra con la sua politica di cretinismo parlamentare hanno dato una tregua vitale al regime in crisi.
L’economia in fase di grave recessione e la pandemia in atto hanno precipitato la crisi mondiale capitalista. Il plebiscito per una nuova costituzione è stato rinviato ad ottobre. Nel frattempo, ci sono ancora scontri di strada e proteste mosse dalla fame in varie parti del paese che evidenziano la cruda situazione che il risveglio cileno vuole denunciare. La vulnerabilità di grandi settori della popolazione, la disuguaglianza, la precarietà della salute pubblica, pensioni e salari che non bastano, l’informalità sul lavoro e la disoccupazione. I decreti sul lavoro e le misure sanitarie prese nell’occasione rappresentano una quarantena su misura per la destra e per i datori di lavoro, sancita dai militari per le strade.
Senza “pace” né “nuova costituzione” in vista, l’accordo del 15N è privato del suo senso. In altre parole, serve solo come stampella per il regime da parte dell’’intero sistema partitico.
Oggi viene sancito un nuovo “Accordo nazionale”, questa volta con il pretesto della crisi sanitaria. In ogni caso, questa situazione non è nuova. Questa politica di accordi e alchimie parlamentari è stata la regola degli ultimi 30 anni.
La straordinarietà del risveglio cileno è data dall’energia della gioventù che ha dimostrato che un’altra realtà è possibile. La novità sono la combattività delle masse e le forme di auto-organizzazione che abbiamo visto nello sciopero generale, nei “cabildos” (consigli ndt) e nelle assemblee, nella prima linea e nelle Brigate della salute. Queste sono le forme organizzative che la classe si è data e che, magari cambiando semplicemente nome, saranno molto probabilmente mantenute. Sono forme embrionali di dualismo di potere che innalzano, davanti a quello ufficiale esercitato dallo stato borghese e delle sue istituzioni, un potenziale potere alternativo della classe operaia.
Oltre alla base tradizionale della sinistra e a chi lotta da sempre contro la dittatura, nuovi settori delle masse hanno preso il centro della scena, giovani e meno giovani, da Santiago e dalle provincie, gruppi di ultras, ecc. Di particolare importanza è il movimento femminista, esploso con numeri da record nella convocazione dell’8 marzo scorso, ma che per anni si è costruito e rafforzato denunciando la violenza maschile e lo stato capitalista, oltre a sviluppare rivendicazioni di diritti sociali.
La rivolta si è resa conto della sua straordinaria forza, ma evidentemente non ha oltrepassato determinati limiti. Le dimostrazioni di massa sono essenziali per rafforzare la fiducia nelle proprie forze ma non sono sufficienti per sconfiggere l’apparato statale, i mass media della borghesia e il logoramento provocato dai leader concilianti.
La Mesa de Unidad Social, sotto la pressione della base, è stata per un certo tempo in grado di fornire nella pratica una leadership unificata dall’alto. Ma mancava di meccanismi reali di democrazia interna diretta, era una riunione dall’alto di rappresentanti di organizzazioni e non una vera assemblea di delegati eletti nelle fabbriche, nei posti di lavoro, nei quartieri e nelle barricate. Per questo motivo, non ha saputo esprimere fino in fondo lo spirito combattivo e le profonde esigenze della classe operaia, come la cacciata di Piñera.
In assenza di una chiara prospettiva su come procedere, anche gli scioperi generali, parziali e limitati nel tempo, producono inevitabilmente stanchezza. I confini della lotta sono stati quindi stabiliti dai leader sindacali e dalla sinistra riformista. O, in altre parole, il limite è stato l’assenza di una leadership rivoluzionaria della classe operaia.
Come è stato dimostrato il 12 novembre, la classe lavoratrice ha la capacità di paralizzare il paese e di mettere sotto scacco il governo padronale. Il soggetto della necessaria trasformazione rivoluzionaria è quindi la classe operaia.

La crisi economica ha messo all’ordine del giorno i piani di intervento statale in economia. In particolare, la situazione della compagnia aerea LATAM ha fatto nascere proposte per il salvataggio di società “strategiche” da parte di rappresentanti impresariali . Queste proposte rivelano l’ipocrisia del capitalismo, che socializza le perdite ma privatizza i profitti. Ma anche Convergencia Social ( “nuovo” partito formato da Movimiento Autonomista, Nueva Democracia, Izquierda Libertaria y Movimiento SOL ndt) ha detto la sua, dando maggiore enfasi alla partecipazione dello stato e al divieto di licenziamenti. Il PC (Partido Comunista de Chile ndt) parla di un fondo per il salvataggio di aziende essenziali, con una lettera indirizzata al ” Señor Presidente “. E’ necessario avviare un dibattito sul carattere socialista di questa politica. Si tratta di espropriare i settori fondamentali dell’economia senza indennizzo e sotto il controllo dei lavoratori, non di salvare i datori di lavoro privati.
Sebbene le misure palliative contro la disoccupazione e la fame possano in linea di principio favorire la classe lavoratrice, si tratta di denaro che deve essere pagato con tasse e debito pubblico. Alla fine, questo denaro finisce nelle mani delle banche e dei proprietari dei mezzi di produzione. Queste sono misure per salvare il capitalismo e prevenire un’esplosione sociale. Non saranno decreti o inganni parlamentari che ci proteggeranno dai licenziamenti. Solo attraverso la proprietà comune dei mezzi di produzione è possibile costruire un piano economico socialista. Solo espropriando i proprietari del Cile è possibile soddisfare tutte le nostre richieste.
La chiave sarà continuare a organizzare e mobilitare i milioni di persone che hanno lottato in questi mesi Le rivendicazioni devono convergere in un unico programma. Sanità pubblica ed educazione, gratis e di qualità. Settimana lavorativa di 40 ore. Salario minimo di 700 mila pesos. Basta con le pensioni private, per un sistema pensionistico pubblico. Per la nazionalizzazione di rame, acqua, litio e delle risorse marine. Per l’espulsione delle multinazionali del legname e la fine della militarizzazione di Wallmapu. Per porre fine all’impunità. Ecco le rivendicazioni sostenute dalla stragrande maggioranza della popolazione.
Il programma mondiale della borghesia è di salvare il capitalismo facendo pagare la crisi ai lavoratori. Si è assistito a una storica giornata di protesta e di sciopero generale assistendo a una fase storica di acuti scontri tra le classi. Durante l’ultimo ottobre rosso dell’America Latina, abbiamo visto organi di lotta genuinamente scaturiti dalle fila della classe operaia e degli oppressi, che avevano il potenziale di diventare organi embrionali di dualismo di potere, come in Ecuador e in Cile, con le massicce proteste cui abbiamo assistito ad Haiti, Porto Rico, in Honduras e in Colombia.

In Cile, i lavoratori hanno sfidato le forze repressive, contestando lo stato di emergenza e il coprifuoco. Si è assistito a una storica giornata di protesta e di sciopero generale. Sono stati organizzati cabildos e assemblee. È stata organizzata la “prima linea” contro la repressione (le organizzazioni di autodifesa popolare nei cortei, ndt). Ma non è stato possibile consolidare un coordinamento regionale e nazionale di questi organismi. Per fare questo sarebbe stata necessaria una tendenza politica in grado di indirizzare al meglio l’attività di questi organi scaturiti dall’ottobre latinoamericano. Una tendenza pronta a combattere dentro e fuori i sindacati per generalizzare le esperienze più avanzate della classe lavoratrice. Costruire una tale tendenza è il compito che stiamo affrontando nella Tendenza marxista internazionale, presente in oltre 40 paesi. Il pieno sviluppo dell’intelligenza e della forza creativa della classe operaia, questa è la prospettiva per la quale combattiamo.
Per noi marxisti è fondamentale capire fino a che punto e in che modo la classe operaia può essere in grado di posizionarsi all’avanguardia del movimento, sviluppare le proprie organizzazioni di potere e rovesciare il governo dei padroni nella prospettiva di un governo dei lavoratori. Per questo è anche importante dialogare con la base dei partiti di sinistra, come PS, PC e FA e presentare un’alternativa rivoluzionaria a tutte quelle persone che sono deluse da queste organizzazioni.
Il sistema capitalista sta affrontando la crisi più grave della sua storia. La proprietà privata e i confini nazionali costituiscono una barriera che impedisce di risolvere i problemi fondamentali dell’umanità. L’attuale pandemia globale lo ha dimostrato. I padroni cileni non possono fare altro che difendere i loro interessi capitalistici. È tempo che anche i lavoratori difendano i propri interessi. Le leve fondamentali dell’economia devono essere sotto il controllo dei lavoratori e del popolo. Una trasformazione socialista dell’economia e della società, guidata democraticamente dalla classe operaia, per produrre a beneficio dei bisogni delle persone e non per i profitti di una minoranza che minaccia l’esistenza dell’umanità e del pianeta.
Una vittoria rivoluzionaria in Cile, nell’attuale contesto di sconvolgimenti internazionali, aprirebbe le porte a un’ondata che spazzerebbe via i regimi capitalisti marci in tutto il continente e oltre.

Lottiamo per un Cile socialista nel quadro di una Federazione socialista dell’America Latina che sarebbe un potente impulso per una Federazione socialista mondiale.

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