18 Novembre 2019

Chi non vuole le bandiere nel movimento?

Nelle piazze strabordanti di studenti delle manifestazioni dei Fridays for future ci è capitato, come attivisti di Sinistra Classe Rivoluzione, che ci sia stato chiesto di non diffondere il nostro materiale politico, come questo giornale, le nostre pubblicazioni sull’emergenza ambientale, i nostri libri e opuscoli marxisti. Un divieto che andava di pari passo con quello di esporre bandiere e simboli politici e che, sia chiaro, è arrivato da alcuni dirigenti dei comitati territoriali; non dagli studenti che hanno partecipato in massa, tra i quali invece il nostro materiale è stato largamente apprezzato, con migliaia di giornali e opuscoli diffusi nelle manifestazioni.

Non accettiamo questo divieto per due importanti motivi politici: 1) ad esserne danneggiato è in primo luogo il movimento e la chiarezza del dibattito che lo attraversa; 2) la sua ipocrisia è inaccettabile. Proveremo in queste righe ad entrare nel merito di entrambi.

 

Fridays for Future e la politica

Non si tratta della prima volta che dalla direzione di un movimento di massa si pone il veto alle bandiere; la logica dichiarata è quella del “minimo comune denominatore”, ovvero: no ai simboli “identitari” a favore di quelli della “causa comune”. Ma qual è questo denominatore comune, e quali i confini del movimento?

Nel sito di Fridays for future Italia si legge: “Fridays For Future svolge un’AZIONE POLITICA, ovvero stiamo esercitando pressione dal basso verso i leader affinché mettano finalmente il cambiamento climatico al centro della loro agenda e agiscano con urgenza. Fridays For Future è però APARTITICO, nel senso che non porta rivendicazioni specifiche di un partito, bensì di una base sociale variegata e inclusiva. Siamo tutti riuniti per un’unica grande causa.”

In primo luogo ci sembra un po’ generico ridurre l’azione politica del movimento all’esercizio di una pressione dal basso nei confronti dei grandi della terra per… agire.

Agire come? Con quali misure nello specifico? Quali risorse economiche? Contro quali interessi? A tutte queste questioni a dir poco dirimenti, il movimento è chiamato a dare una risposta discutendone al suo interno. Noi cerchiamo di dare la più ampia diffusione al nostro materiale proprio per entrare nel merito e sollecitare questa discussione, senza la quale la causa comune è destinata a rimanere una astratta dichiarazione di intenti. E lo facciamo proponendo quelle che riteniamo le posizioni più avanzate, perché diventino egemoni nel movimento.

 

Un dibattito alla luce del sole!

“Io penso che sarebbe sbagliato che il soviet si legasse interamente a un solo partito, quale che sia. Mi sembra che il soviet (…) debba tendere a includere tutti coloro che vogliono e possono combattere insieme per migliorare l’esistenza del popolo lavoratore, (…) da tutti coloro che posseggono la più elementare lealtà politica, da tutti tranne che dai centoneri (l’estrema destra, ndr). Noi socialdemocratici, dal nostro canto, (…) cercheremo di utilizzare la lotta (…) per diffondere con tenacia e fermezza l’unica concezione del mondo conseguente e realmente proletaria: il marxismo.” Andiamo a scomodare Lenin con le sue parole ultracentenarie eppure così moderne per descrivere l’approccio alla luce del sole della lotta per l’egemonia che i marxisti conducono nei movimenti di massa; e anche per precisare che pensiamo che se un veto ci dev’essere, e ci deve essere, è quello nei confronti dei fascisti.

A dire che siamo uniti contro l’emergenza climatica sono capaci tutti. Abbiamo snocciolato altrove la lista dei leader politici che con una mano hanno firmato la dichiarazione di emergenza climatica e con l’altra misure ad elevato impatto ambientale.

La logica del minimo comune denominatore fa un danno enorme al movimento perché legittima chi lo sostiene a parole ma in realtà agisce nella difesa degli interessi della classe sociale che nella ricerca del massimo profitto ci ha condotti a questa situazione emergenziale.

Si dice poi che il movimento è apartitico, “nel senso che non porta rivendicazioni specifiche di un partito”, e questo non fa una piega ma se si vuole far credere che se una bandiera non si palesa allora il partito o l’organizzazione che essa simboleggia ha rinunciato a portare il suo punto di vista nel movimento, beh… perdonateci: non ci si prenda per i fondelli!

In un movimento di massa è assolutamente normale che affluiscano attivisti che sono parte di organizzazioni politiche e sindacali di cui inevitabilmente portano contenuti e analisi nella discussione. Nei Fridays for future lo abbiamo riscontrato ad esempio nel dibattito sulle grandi opere, in cui l’ala più vicina al Pd è riuscita ad impedire una presa di posizione netta contro la Tav o in quello sui metodi di lotta che nell’ultima assemblea nazionale ha riproposto le pratiche della disobbedienza. Tutto questo però non presentandosi con nome, cognome e appartenenza politica, ma nascondendosi dietro la foglia di fico di questo o quel comitato territoriale.

Abbiamo denunciato la stessa logica nel movimento delle donne. In quel caso oscurare le divisioni politiche apriva il varco all’ipocrisia di chi, in base alla prevalenza del criterio di genere, magari si schierava con la candidata di Wall Street Hillary Clinton nelle elezioni del 2016.

 

I veti alle bandiere sono veti alle idee!

Nella nostra esperienza l’apice del grottesco lo si è toccato quando, in un’assemblea nazionale del movimento delle donne Non una di meno, un’europarlamentare di Rifondazione comunista si presentò come rappresentante di un’associazione sconosciuta.

La crociata contro simboli e bandiere in genere la conduce chi la lotta per l’egemonia la fa eccome ma, diversamente da noi, senza rivendicarla, usando manovre burocratiche e inquinando la schiettezza del confronto politico tra le diverse anime del movimento.

Noi al contrario non rinunceremo mai a dire apertamente chi siamo, da dove veniamo e in che direzione pensiamo che il movimento debba procedere. E la sete di idee che abbiamo riscontrato tra gli studenti, in particolare nelle ultime manifestazioni, in cui non solo le nostre pubblicazioni a tema ambientale hanno avuto successo ma anche libri come Il manifesto del Partito comunista di Marx ed Engels, conferma che non solo è giusto, ma necessario che sia così. Se lo facessero tutti in una discussione veramente aperta e democratica, a giovarsene sarebbe solo il movimento e la sua capacità di sviluppare le posizioni più avanzate necessarie a perseguire i suoi obiettivi.

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