14 Gennaio 2021 la redazione

C’era una volta l’America

L’editoriale del nuovo numero di Rivoluzione

 

Quello del 6 gennaio a Capitol Hill è stato un tentato golpe a tutti gli effetti. Ispirato e organizzato da un presidente uscito sconfitto alle elezioni, per impedire che se ne insediasse un altro. Né più, né meno.

Qualcosa che se non ha precedenti nella storia degli Stati Uniti, ne ha molti in campo internazionale, il più delle volte con la Cia, a condurre le operazioni dietro le quinte. Per cui non ci si venga a parlare di offesa alla principale “democrazia” nel mondo.

Il sistema statunitense è stato tutto salvo che democratico, basta sfogliare le pagine di storia, dallo sterminio dei nativi, al brutale sfruttamento dei neri, alla feroce repressione delle mobilitazioni operaie degli anni ‘30, al maccartismo, al supporto alle peggiori dittature sanguinarie. C’è la mano della Cia dietro il golpe di Pinochet in Cile, di Videla in Argentina e le altre dittature dell’America Latina, nella guerra sporca alla rivoluzione cubana e a quella sandinista in Nicaragua, e di recente al tentativo di Guaidò in Venezuela (così come nel tentato golpe del 2002). Se si allarga lo sguardo fuori dalle Americhe, sono innumerevoli i colpi di Stato e le guerre ispirate dall’amministrazione a stelle strisce, dal massacro dei comunisti indonesiani nel 1965, a quello dei palestinesi, dalla guerra in Vietnam all’invasione di Iraq e Afghanistan, e la lista potrebbe continuare a lungo.

Seppure il tentativo di Trump, anche se aveva le sembianze di un golpe da repubblica delle banane è stato pianificato e accuratamente preparato.

Se non ha avuto successo non è per mancanza di determinazione fra i suoi esecutori, ma perché non aveva alle spalle né la classe dominante, né un settore significativo dell’apparato dello Stato, anche se nelle diverse forze di polizia indubbiamente ci sono numerosi simpatizzanti e affiliati ai gruppi di estrema destra. Oggi negli Usa non esistono le basi per un regime fascista, non esiste un movimento fascista di massa paragonabile a quelli degli anni ’20 o ’30. La grande borghesia e il suo Stato non sono disposti ad affidare il potere politico a queste bande.

Tuttavia gli effetti si faranno sentire e saranno profondi perché quanto è avvenuto rappresenta un indubbio salto di qualità nella crisi politica, economica e sociale della principale potenza imperialista del mondo.

Era il giorno della Befana, ma nelle calze questi signori non avevano mentine e cioccolata, ma bombe, fucili e pistole ed erano preparati e assolutamente determinati. I cosiddetti Proud Boys e le altre milizie sono militarmente addestrati e anche se qualcuno tenta di presentarli come un’armata Brancaleone, quella che hanno messo in scena non era affatto una parodia, ma la dura e cruda realtà della profonda divisione che attraversa la società americana.

Si sono visti agenti di polizia familiarizzare con loro, il capo della Polizia di Capitol Hill, così come quello del distretto di Washington non sono intervenuti e la Guardia Nazionale chiamata in causa da Nancy Pelosi non è intervenuta se non quando gli equilibri del golpe erano chiaramente divenuti sfavorevoli a Trump, e solo su richiesta del vicepresidente Mike Pence.

Non solo non si tratta di una parodia perché ci sono stati 5 morti e 13 feriti, ma soprattutto perché la principale “democrazia” del mondo (e il palazzo che più la rappresenta) è stata messa sotto i piedi da una banda di scalmanati, presentati dai riformisti e dalla stampa borghese come personaggi da operetta, ma che hanno una tradizione militante negli Usa (dal Ku Klux Klan, al Partito nazista americano, al suprematismo bianco in tutte le sue versioni) e dietro ai quali c’è un settore della società più ampio.

Sono uno spaccato della popolazione americana, certamente radicalizzato dall’azione di Trump, provengono dalle zone rurali e più arretrate del paese, ma ne fanno parte anche molti lavoratori che sono stati abbandonati dai sindacati e a cui i democratici non hanno nulla da offrire. Lavoratori che sono stati lasciati soli di fronte alla crisi più devastante dal 1929, alla disoccupazione di massa e una pandemia che ha falcidiato centinaia di migliaia di vite umane. Una crisi che per certo è di molto precedente all’avvento di Trump e di cui il tycoon è un sottoprodotto.

Naturalmente e per fortuna c’è l’altro lato della medaglia, in un processo di polarizzazione estrema, vediamo i Black lives matter e milioni di giovani che guardano alle idee del socialismo e che sono alla ricerca di una soluzione, magari confusamente ma sicuramente nella giusta direzione. Sono i protagonisti di un movimento di massa contro il razzismo e gli orrori e le ingiustizie del capitalismo.

Trump ha solo aggravato una situazione che di per sé era già compromessa, ma non per questo la classe dominante può perdonargli di aver messo a nudo il carattere falso e corrotto di un sistema che fa acqua da tutte le parti.

Non a caso c’è stata una vera e propria levata di scudi da parte della classe dominante, a partire dalle grandi corporation che agiscono sui mercati internazionali e che non possono tollerare che il potere politico venga gestito da una manica di avventurieri.

Jay Timmons, capo della National Manifacturers Association, che raduna 14.000 aziende tra cui Exxon Mobil, Pfizer e Toyota Motor, ha esortato gli alti funzionari statunitensi a prendere in considerazione la rimozione del presidente in carica: “Trump ha incitato alla violenza nel tentativo di mantenere il potere, e qualsiasi leader eletto che lo difende sta violando il suo giuramento alla Costituzione e spingendo il paese nell’anarchia…”.

Anche l’amministratore delegato di Google ha dichiarato “l’illegalità” dell’azione al Campidoglio, vera e propria “antitesi della democrazia”.

L’amministratore delegato di Apple, Tim Cook, ha affermato che “i responsabili di questa insurrezione devono essere chiamati a risponderne, e dobbiamo completare la transizione verso l’amministrazione del Presidente eletto Biden”.

Il presidente e amministratore delegato di JP Morgan Chase, Jamie Dimon, ha ribadito: “I nostri leader eletti hanno la responsabilità di mettere fine alla violenza, di accettare i risultati elettorali, come la nostra democrazia ha fatto per centinaia di anni e sostenere la transizione pacifica del potere

L’amministratore delegato del gruppo Blackstone, Steve Schwarzman, che pure si era schierato alle elezioni con Trump, ha dichiarato: “L’insurrezione che è seguita al comizio del Presidente è spaventosa ed un affronto ai valori democratici che come americani ci stanno a cuore. Sono scioccato e inorridito dal tentativo di questa folla di minare la nostra Costituzione”.

Il Congresso degli Stati Uniti deve riunirsi di nuovo questa sera per concludere il suo compito costituzionale accettando il risultato del collegio elettorale”, ha detto Thomas Donohue, presidente della Camera di Commercio degli Stati Uniti.

Ed è ciò che è effettivamente successo nel corso della notte. Chi detiene il potere reale nella società si era pronunciato in forma unanime, Trump ha dovuto ritirarsi, annunciare la “transizione pacifica” e riconoscere la vittoria (che aveva sempre negato fino a questo momento) di Joe Biden, seppure a denti stretti.

Ora come tutti i golpe che falliscono anche questo viene ridicolizzato dalla parte vincitrice. La storia, si sa, la fanno i vincitori, ma di una cosa possiamo andare certi. Non solo questa era un’operazione seria che combinava il lavoro parlamentare (con una sfilza di mozioni repubblicane tese ad annullare i voti democratici negli Stati in bilico) ad un’azione extraparlamentare di 40mila manifestanti e un gruppo di facinorosi pronti ad entrare a Capitol Hill. Ma per quanto proveranno a rimuovere questo episodio questo resterà marcato a fuoco nella coscienza di milioni di persone dentro e fuori dagli Usa.

L’assalto al Campidoglio da un lato crea una mitologia alla quale in futuro indubbiamente si rifaranno tutti quelli che cercheranno di coagulare un polo politico all’estrema destra, capace di contendere il consenso all’establishment repubblicano.

Dall’altra parte la “dissacrazione del tempio della democrazia”, per usare le parole in voga, lancia un messaggio più generale che atterrisce la classe dominante. Niente è più pericoloso che mostrare alle masse la fragilità del potere costituito.

Se si guarda alla politica ufficiale, l’effetto immediato è una corsa a fare quadrato attorno alle istituzioni dello Stato borghese. Il Congresso sarà in mano ai democratici, inoltre molti notabili repubblicani si dovranno dissociare da Trump, come già è avvenuto in queste ore.

Alla sinistra dello spettro parlamentare, l’area socialista (Ocasio Cortez, ecc.) cerca di alzare la voce chiedendo l’impeachment per Trump e l’azione giudiziaria: anziché lavorare per un’azione indipendente della classe lavoratrice, idealizzano lo Stato e le sue istituzioni proprio mentre mostrano tutto il loro marciume.

Ma questa apparente corsa al centro non farà che aumentare il distacco tra la politica ufficiale che fa la sua recita a Washington e la reale base sociale del paese.

Si tratta di una ferita che difficilmente verrà rimarginata, quelle immagini hanno fatto il giro del mondo, e agiranno da stimolo alle future lotte sociali. Altre mobilitazioni sconvolgeranno gli Stati Uniti, e a un certo punto saranno i lavoratori a prendere la parola, aprendo la strada a una nuova epoca di rivoluzione, che farà impallidire le grandi lotte operaie degli anni ’30.

8 gennaio 2021

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