17 Febbraio 2021 Lucha de Clases (luchadeclases.org)

Catalogna – Svolta a sinistra e maggioranza assoluta indipendentista nelle elezioni segnate dalla pandemia

La tornata elettorale del 14 febbraio è stata segnata dalla pandemia Covid-19 che ha portato a un’astensione record di 2.475.305 voti e un’affluenza del 53,56%, più di 25 punti percentuale in meno rispetto alle precedenti elezioni del 2017. Interessante notare che l’astensione è maggiore nelle aree a maggiore densità urbana, dove l’impatto della pandemia è stato più devastante.

Sebbene questo elemento complichi l’analisi del risultato, si possono osservare tendenze molto chiare. La pandemia non ha influenzato il voto solo per quanto riguarda i dati di affluenza, ma si è espressa anche in una netta radicalizzazione a sinistra in risposta alla crisi.

 

Una chiara svolta a sinistra

Il primo elemento da evidenziare è un evidente spostamento a sinistra sia nel blocco indipendentista che in quello unionista. I partiti di sinistra raggiungono il 57,86% dei voti (ERC, PSC, CUP, Comunes). Sebbene Junts non sia un partito di sinistra, molti dei suoi elettori si considerano di sinistra, come indica uno studio pubblicato dal quotidiano La Vanguardia: un ulteriore fattore da tenere in considerazione nell’interpretazione dei risultati. In generale, possiamo dire che la maggioranza della popolazione catalana si considera di sinistra, anche come indicato dal già citato studio La Vanguardia (l’80% dei catalani si identifica a sinistra!). Tutto questo è il risultato della radicalizzazione delle lotte del Procés (il movimento per l’autodeterminazione della Catalogna, ndt) e ora della crisi economica e dell’emergenza sanitaria che hanno colpito maggiormente le famiglie lavoratrici.

Il PSC resta il primo partito con il 23% dei voti e 33 seggi, a pari merito con l’ERC, a spazzare facendo incetta di voti nella cintura operaia metropolitana di Barcellona. Quando la questione nazionale è sullo sfondo, quel settore della classe operaia di lingua castigliana contrario all’indipendenza che nelle precedenti elezioni ha “prestato” il suo voto a Ciudadanos (Cs), per non aver visto un’alternativa chiara, in questo caso è tornato ad appoggiare ancora una volta il suo partito storico, relegando Cs alla settima forza in parlamento.

Nel blocco indipendentista c’è il “sorpasso” di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) nei confronti di Junts (il partito di Puigdemont) in voti e seggi, rispettivamente 21,32% contro 20,08% e 33 seggi contro 32. Il PDeCAT, scissione di destra di Junts – favorevole a un accordo con il governo centrale, che ha condotto una campagna in difesa dell’ordine e della proprietà privata, è stato escluso dal parlamento con il 2,72%.

Per la prima volta la CUP supera los Comunes (En Comú Podem) in termini di seggi (9 a 8), ottenendo praticamente la stessa percentuale di voti, il 7% ciascuno. Los Comunes tengono, con un risultato simile al 2017 in percentuale di voti.

 

Una vittoria schiacciante per il movimento indipendentista: maggioranza assoluta di seggi e voti

Il secondo elemento, e non per importanza, è che il movimento indipendentista aumenta la sua maggioranza assoluta da 72 a 74 seggi, e per la prima volta supera il 50% dei voti, con il 50,8%. È importante notare che con questo livello di astensione, questi dati non possono essere sopravvalutati, poiché l’elettorato a favore dell’indipendenza è solitamente più incline alla mobilitazione. Tuttavia, mostra una forte resistenza da parte del movimento repubblicano nonostante la repressione continua e vendicativa da parte dello Stato spagnolo e il tradimento della sua direzione. Di fronte alla vigliaccheria generalizzata della leadership piccolo-borghese del movimento indipendentista, gli elettori premiano la linea di dialogo dell’ERC e la sua tradizione storica di fronte alla vuota demagogia di Junts, che tuttavia mantiene una forza determinante nella formazione di un governo con una percentuale di voti vicina a quella di ERC. La crescita dell’ERC deve essere intesa come il risultato dell’esaurimento della modalità di lotta più combattiva per l’indipendenza e della conseguente confusione e frustrazione di una parte dell’elettorato, che cerca altre vie per realizzare una repubblica; anche, e soprattutto, per la mancanza di una chiara alternativa alla sinistra dell’ERC che funga da polo di attrazione. L’ERC cresce anche nei quartieri popolari della cintura metropolitana tra la classe operaia di lingua castigliana.

La CUP, con il 6,68%, più che raddoppia i seggi da 4 a 9, ma lo fa senza sottrarre consensi a ERC e Junts, e senza penetrare in misura maggiore di prima fra la classe operaia del Paese. E inoltre non raggiunge il suo massimo storico dell’8,5% nel 2015.

 

La destra al minimo storico e l’irruzione di Vox

La destra spagnolista raggiunge il 17% dei voti, il livello più basso mai ottenuto e scende da 40 a 20 deputati. Cs crolla a favore del PSC a sinistra e Vox a destra, con un calo impressionante del 78% rispetto al 2017. Anche il PP scende al 3,84%, perdendo il 9,4%. L’elemento più importante qui è l’ascesa di Vox con 11 deputati e il 7,68%, che concentra il voto della destra più rancida e franchista, ottenendo risultati migliori tra un settore di sottoproletariato e i fighetti dei quartieri alti. Il rigetto rispetto all’ingresso di Vox in Parlamento si è subito manifestato con la convocazione di una manifestazione il giorno dopo le elezioni.

 

La CUP: un risultato assolutamente positivo e un’occasione persa

Come abbiamo già accennato, la CUP raddoppia la propria rappresentanza, ottenendo un risultato positivo in termini assoluti con 9 deputati e il 6,7% dei voti (che potrebbero rappresentare la voce delle lotte in parlamento), ma senza arrivare all’8,5% delle elezioni del 2015. Il programma presentato dalla CUP alle elezioni è stato forse il più radicale in termini di politica economica, ma purtroppo il programma non è stato il centro della sua campagna. Una campagna iniziata male, con maldestre dichiarazioni da parte della sua candidata alla Presidenza, Dolores Sabater, e di altri leader di spicco, a favore di un possibile ingresso nel Governo, che ha provocato la contestazione da parte della base della linea e il successivo cambiamento.

Dolors Sabater

L’elemento evidente è che il CUP non è stata ancora capace di sfruttare appieno la crisi della leadership piccolo borghese del movimento repubblicano di ERC e Junts, responsabile del tradimento del referendum del Primo ottobre 2017 e delle lotte contro le sentenze giudiziarie nei confronti del Procés. In molti quartieri e città operaie della cintura industriale di Barcellona, ​la CUP è ancora troppo debole, il che dimostra che c’è ancora molto lavoro da fare. Dove laCUP vince e mantiene una forte egemonia è tra i giovani, come riflesso della crescente radicalizzazione della gioventù.

 

Prospettive: la crisi la paghino i ricchi

Queste elezioni si sono svolte in condizioni straordinarie, con la Corte Suprema di Giustizia della Catalogna che ha convocato forzatamente le elezioni contro l’opinione degli scienziati e di quasi tutti i partiti politici, e anche in una situazione di sfinimento a causa dello stallo costante della situazione politica; tutto ciò ha causato un’astensione storica. Nonostante ciò, è possibile tracciare alcune prospettive generali.

Nonostante il Partito socialista di Illa abbia vinto le elezioni e cercherà di promuovere la strada del “dialogo” con l’ERC, le condizioni oggettive e il risultato generale spingono, al contrario, a una crescente instabilità. Il regime del 78, nonostante la continua repressione e un atteggiamento vendicativo nei confronti dei prigionieri politici, non riesce a riguadagnare terreno in Catalogna. Il forte rifiuto verso le istituzioni dello Stato neo-franchista, responsabile della repressione di migliaia di militanti repubblicani, unito ad una radicalizzazione di classe dovuta agli effetti della crisi economica più profonda della storia e dell’emergenza sanitaria, spinge gli elettori sempre più a sinistra.

Qualsiasi governo venga formato, con il leader di Erc Aragonés a capo, dovrà gestire la pandemia e la crisi, con la pressione dei capitalisti da un lato e della classe operaia dall’altro. ERC proverà a destreggiarsi tra le classi, senza alla fine soddisfare nessuno. Sceglierà inevitabilmente di difendere gli interessi della proprietà privata non volendo mettere in discussione il capitalismo. Cercherà un dialogo con il PSC-PSOE, dove non otterrà altro che qualche foto di circostanza perché l’apparato dello Stato spagnolo non ha intenzione di raggiungere alcun compromesso, né sulla questione dei prigionieri politici, né tanto meno su l’autodeterminazione della Catalogna. È una ricetta bell’e pronta per la lotta di classe e per lo scontro con il regime.

La CUP ha davanti a sé un’occasione storica. Deve resistere a qualsiasi pressione per entrare nel governo della Generalitat, a fronte di un eventuale accordo ERC-Junts, e utilizzare i suoi 9 deputati per propagandare il suo programma anticapitalista a favore dei lavoratori, in risposta alla crisi e all’emergenza sanitaria. classe. Come abbiamo già spiegato prima, le condizioni per entrare nel Governo non esistono, anzi, sarebbe un grave errore. Solo in chiave antirepressiva la CUP può facilitare la formazione di un governo indipendentista con l’astensione per poi passare immediatamente all’opposizione, formando un fronte unico su questioni specifiche per sollecitare Esquerra republicana a mantenere le promesse sociali del programma e a lottare per l’amnistia dei prigionieri politici. Solo mantenendo una chiara indipendenza di classe sarà in grado di sfidare la leadership del movimento repubblicano e rafforzarsi nella lotta per far pagare la crisi ai capitalisti.

La posizione dei dirigenti di Los Comues è di completa impotenza. Vorrebbero riproporre la formula del governo di coalizione con il PSC, come a Madrid, ma in Catalogna anche con ERC, seppellendo il Procés e circoscrivendo la sua azione all’interno della Costituzione. Questo sarebbe visto come un completo tradimento da parte della base dell’ERC.

 

L’alternativa rivoluzionaria e socialista

Solo la classe operaia catalana può trovare una via d’uscita, su basi rivoluzionarie. E non solo perché rappresenta la maggioranza sociale del popolo catalano. La particolarità catalana è che la piccola borghesia, in generale, guarda a sinistra come parte della sua lotta per i diritti democratici nazionali. La Catalogna è la comunità dello Stato dove, attualmente, c’è oggettivamente la correlazione più favorevole di forze per sconfiggere il Regime. L’indipendenza gioca qui un ruolo progressista e rivoluzionario. Se la classe operaia catalana guidasse questa lotta, in alleanza con le massa della piccola borghesia, sostituendo i dirigenti nazionalisti piccolo-borghesi impotenti, potrebbe proclamare la repubblica catalana su basi rivoluzionarie e dotarla di un carattere socialista e anticapitalista. Ciò costituirebbe un colpo devastante per il regime capitalista spagnolo. Una repubblica socialista catalana sarebbe la scintilla che darebbe inizio alla rivoluzione iberica, che potrebbe essere favorita con un appello degli operai catalani ai loro fratelli nel resto dello Stato a seguirli. Una federazione socialista delle repubbliche iberiche su base volontaria, galvanizzerebbe i lavoratori dall’Europa e da tutto il mondo. La CUP e gli attivisti combattivi e veramente socialisti e comunisti de Los Comunes dovrebbero spingere per questa alternativa.

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