29 settembre 2015

Buona Scuola? Lasciate ogni speranza o voi che insegnate…

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5 Maggio, Sciopero Generale della scuola

Gli effetti della riforma sulla scuola varata a luglio hanno iniziato a manifestarsi già all’inizio dell’anno scolastico.  Dopo le classiche immissioni in ruolo d’agosto, fatte come ogni anno in numero esiguo rispetto alla copertura delle cattedre disponibili nelle scuole, a partire dal 2 settembre è iniziata la fase di reclutamento successiva. In questa “fase B” un numero ancor più esiguo di insegnanti, 8.776, è stato interessato da una proposta di assunzione in ruolo o, per meglio dire, proposta di stabilizzazione.
Tale proposta si è esplicitata, in quasi tutti i casi, con l’offerta di una cattedra al di fuori dalla propria provincia di residenza, provincia nella quale, generalmente, i destinatari della proposta (trattandosi di insegnanti nei primi posti nelle graduatorie) hanno tranquillamente lavorato da precari negli anni passati.

E se questa è stata la penultima fase di stabilizzazione prevista dalla riforma, ancora peggio si prospetta l’ultima (fase C). Entro fine anno migliaia di docenti verranno stabilizzati come veri e propri “jolly provinciali”, e anche in questo caso non necessariamente nella propria provincia di residenza.

A questi verrano afidati incarichi triennali, se non si è riconfermati dopo tre anni si passa ad un altro istituto scolastico, a seconda delle esigenze delle scuole. Le mansioni saranno le più disparate possibili in ambito educativo: dai corsi di recupero a progetti ideati dall’istituto, dall’assistenza agli alunni in difficoltà al “tappabucchi” in quelle classi in cui mancano docenti. Nella legge è indicato come “organico potenziato”, nella realtà si tratta di insegnanti tuttofare.

L’ulteriore beffa è che conti
nueranno a rimanere decine di migliaia di cattedre scoperte, sulle quali (presumibilmente) continueranno a lavorare altrettanti precari, esattamente come sta avvenendo quest’anno. L’unica stabilizzazione sensata era e rimane quella basata sul cosiddetto “organico di fatto” di ogni scuola, ovvero sulla base delle esigenze delle classi di ogni istituto, fissando a 20 il numero massimo di alunni per classe e riducendolo in quegli anni in cui si ha un calo delle iscrizioni. Invece anche quest’anno assistiamo a classi di oltre 30 studenti.

E questo è solo un aspetto della legge 107, una riforma che si inserisce perfettamente in quel percorso di autonomia scolastica, o processo di aziendalizzazione delle scuole per dirlo in altri termini, iniziato negli anni novanta. Un processo in cui gli istituti scolastici sono sempre più in competizione tra loro, avere più ragazzi iscritti e maggiori risorse dai privati costituiscono le principali preoccupazioni di ogni singola scuola.

Simultaneamente, sI procede spediti verso una stretta gerarchizzazione, il preside acquisisce sempre più potere arrivando addirittura a non dover nemmeno contrattare con le rsu una parte delle risorse destinate agli insegnanti. Merito e valutazione sono elementi posti in primo piano della riforma, l’uno e l’altro ricondotti alle decisioni di un comitato controllato dal preside.

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Lavoratrici della scuola

A fronte di tutto questo, la lotta intrapresa questa primavera dal mondo della scuola, ma non portata fino in fondo dalle dirigenze sindacali, ha senz’ombra di dubbio fatto crescere, almeno tra i lavoratori della categoria, la consapevolezza di cosa rappresenti questa riforma.

Con l’avvio dell’anno scolastico e con la ripresa delle normali attività di settembre, le organizzazioni sindacali non danno l’idea di volersi smentire, mostrandosi del tutto inadeguate nell’impostare una strategia di contrasto alla riforma e di ripresa della lotta.

Il documento unitario, sottoscritto recentemente dalle categorie scuola di CGIL  CISL  UIL, rivela già dal titolo tutta la propria incosistenza: “Risparmiamo alla scuola gli effetti più deleteri della legge 107/2015”. Come facilmente si può intuire, l’impostazione del documento è un totale orientamento alla limitazione del danno provocato dalla riforma.  La “battaglia” che viene proposta è quella scuola per scuola, interamente “scaricata” sulle spalle delle rsu e “a stretto contatto” con i dirigenti scolastici. I rappresentanti sindacali dovrebbero attivarsi in ogni scuola per “far ragionare” i presidi e concordare con loro un’applicazione democratica degli aspetti organizzativi della riforma.

La prima considerazione che viene sopontanea è relativa alla distanza abissale che c’è tra un qualunque dirigente sindacale nazionale di categoria scuola e quello che realmente e quotidianamente nelle scuole si vive.  Se è vero che sicuramente ci saranno presidi ragionevoli, disposti a concordare con rsu e docenti ogni passaggio riguardante l’applicazione della riforma, questi saranno casi molto isolati, delle vere e proprie eccezioni.

Nella stragrande maggioranza dei casi il preside tenterà di disporre a propria discrezione (e probailmente consultandosi coi suoi fedelissimi) dei poteri che la legge 107 gli conferisce. Che i funzionari del principale sindacato della scuola, la FLC-CGIL, se ne convincano o meno, questa sarà la normalità. Non è un caso, difatti, che l’organizzazione che riunisce i dirigenti scolastici, l’ANP (asociazione nazionale presidi), abbia espresso tutta la propria soddisfazione per l’approvazione della riforma.

Anche l’annuncio, sempre unitario da parte dei sindacati, di una manifestazione nazionale sabato 24 ottobre, a oltre un mese di distanza dall’avvio dell’anno scolastico e con tutti gli incarichi già assegnati dai dirigenti scolastici, si rivela come una proposta molto debole che rischia di divenire una semplice iniziativa di testimonianza. Come si può pensare che quello stesso governo che non ha ceduto di fronte ad una mobilitazione importante (compreso uno sciopero con partecipazione altissima come quello del 5 maggio) si senta in obbligo di “aprire un confronto serio” sulla riforma appena approvata, semplicemente prospettando una manifestazione di sabato?

Con ben altra determinazione deve essere organizzata la rabbia e il malumore tangibile nelle scuole, la manifestazione nazionale deve inserirsi in un percorso di riorganizzazione delle forze e contrattacco nei confronti del governo Renzi. Il contrasto all’applicazione della legge scuola per scuola, va organizzato e coordinato adeguatamente, non abbandonato a se stesso in ogni singolo istituto. Tale contrasto non può che avvenire in un quadro di lotta complessiva e su scala nazionale, con una piattaforma condivisa che preveda anche la riconquista del contratto. Sono necessarie fin da subito assemblee sindacali negli istituti, bisogna dar vita ad ambiti territoriali di discussione sul mondo della scuola, con coordinamenti delle rsu (anche nazionali) e a stretto contatto con quelle realtà più o meno autorganizzate di insegnanti in mobilitazione presenti in diverse città (ad esempio Bologna, Roma, Torino, Firenze).

L’ennesima occasione persa, in tal senso, è stato l’incontro nazionale delle rsu  dell’11 settembre promosso dai sindacati. Nonostante la partecipazione di oltre 300 rappresentanti sindacali della scuola, il dibattito si è rivelato blindato, con nessuna possibilità di parola ad attivisti sindacali inseriti in mobilitazioni territoriali, un evento isolato non precedeuto da discussioni nei territori e non organizzato con l’intento di stabilire una qualche connessione tra le decine di migliaia rsu presenti nelle scuole italiane.

E’ proprio dal protagonismo delle rsu e di tutti quegli insegnanti che si sono opposti alla riforma che bisogna ripartire. L’apparente rassegnazione in cui sembra essere ricaduto il mondo della scuola nasconde in realtà rabbia e consapevolezza: questo non è affatto il migliore dei sistemi educativi possibili. Qualche mese fa i lavoratori della categoria hanno dimostrato di poter mettere in campo una forza inaspettata, del tutto inedita per le nuove generazioni di docenti. Attivarsi per incanalare questa rabbia nei confronti del governo in un percorso di lotta efficace deve essere l’obiettivo di tutti quei insegnanti che si son mobilitati in questi mesi.

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