Brexit: l’establishment britannico ha perso il controllo

Ogni nuovo voto nella Camera dei comuni britannica riafferma solo la paralisi del parlamento. Ieri i parlamentari hanno votato contro la prospettiva di una Brexit senza accordo, ma subito dopo hanno votato contro qualsiasi alternativa che eviterebbe questa opzione. Un partito conservatore profondamente diviso si è tornato brevemente unito, ma solo per chiedere l’impossibile al proprio leader. E Jeremy Corbyn, non essendo riuscito a far cadere il governo attraverso mezzi parlamentari, si è visto bocciare la sua proposta di Brexit (che includeva un’unione doganale). Quindi quali sono le prospettive?

Il risultato è che il Primo Ministro è stato costretto a tornare a Bruxelles e a riaprire i negoziati; in particolare sulla questione del “backstop” (letteralmente “rete di protezione, una soluzione che permetterebbe di avere avere un confine non rigido tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica dell’Irlanda dopo la Brexit, ndt), odiato in egual misura dai Tories favorevoli alla Brexit e dal DUP (Partito Unionista Democratico, protestanti di destra nordirlandesi, ndt), partner di governo della May.

Ma i leader dell’UE hanno già ripetutamente dichiarato che il backstop non è negoziabile. Senza mezzi termini, quindi, Michel Barnier e soci hanno mandato gentilmente a quel paese Theresa May.

Ci sono già stati due anni di negoziati tra la Gran Bretagna e l’Europa. Il risultato di questo è stato l’accordo di maggio, che i funzionari dell’UE affermano sia il migliore che si possa offrire . Tale accordo, tuttavia, è stato completamente bocciato dai parlamentari in una sconfitta storica lo scorso 15 gennaio.

In breve, l’unica strada accettabile per gli europei è stata respinta dal parlamento. E l’unica opzione accettabile per il parlamento è stata esclusa dall’Europa. Di nuovo: stallo.

 

Il tempo scorre

Nel frattempo, l’orologio Brexit continua a ticchettare. La scadenza del 29 marzo si avvicina pericolosamente sempre più.

È evidente che Theresa May non ha un piano B. O piuttosto, che il suo piano B è semplicemente il suo piano A, ma con una dose extra di panico. Il Primo Ministro si augura ostinatamente che l’avvicinarsi del burrone possa ancora far cambiare idea e portare un numero sufficiente di ribelli Tories e deputati laburisti a votare accordo quando verrà presentato alla Camera dei Comuni, a metà febbraio.

Ma gli ultras della Brexit sono come i lemming, deliziati dalla prospettiva di far precipitare se stessi – e il paese – nell’abisso. I “remainer” fanatici, nel frattempo, scommettono sul fatto che il rischio di catastrofe rispetto al mancato accordo potrebbe costringere May e Corbyn a sostenere la loro richiesta di un secondo referendum.

La classe dominante è terrorizzata dal fatto che il loro peggior incubo possa ora avverarsi, quasi per caso, a causa di questo gioco d’azzardo ad alto rischio su tutti i fronti. “Theresa May ha scaraventato la nazione nel braccio di ferro più terrificante, totale e a variabili multiple mai visto”, afferma Robert Shrimsley nel Financial Times.

Ma sembra che nessuno sia disposto a cedere per primo. Invece, continua Shimsley, abbiamo “più piloti, tutti con l’acceleratore premuto a tavoletta, che guidano su percorsi diversi verso lo scontro, e nella situazione in cui qualsiasi deviazione per evitare un incidente semplicemente mette Theresa May nel percorso di un altro veicolo.”

 

Fuori controllo

Le sirene di allarme suonano quindi rumorosamente attraverso le sale di Westminster e della City di Londra. Mentre le grandi aziende e i funzionari governativi stanno ufficialmente intensificando i preparativi per l’uscita senza accordo, è probabile che si cercherà alla fine di estendere l’articolo 50, sebbene questa notte anche questa opzione sia stata respinta dal parlamento, dato che i parlamentari conservatori e laburisti dei collegi elettorali dove ha vinto il “leave” temono di votare per qualcosa che assomigli a un tradimento della Brexit.

La classe dominante ha completamente perso il controllo della situazione. Non molto tempo fa, l’establishment poteva contare su propri rappresentanti affidabili, il Partito conservatore, per difendere i loro interessi. Ma ora la leader dei conservatori è tenuta in ostaggio dai moderni giullari di corte.

Nel frattempo, anche la “squadra delle riserve” del partito laburista non è più sotto il loro controllo. A livello di base, il partito è stato conquistato dal movimento di Corbyn. E nel gruppo parlamentare laburista, persino i Blairiani sono usciti fuori controllo, alla ricerca di un secondo referendum.

Il grande capitale potrebbe accettare l’accordo di maggio, data la relativa certezza e stabilità che fornirebbe. E normalmente la destra laburista in queste occasioni avrebbe dato prova di grande affidabilità. Ma invece i Blairiani – incluso lo stesso Tony Blair – sono impegnati in una crociata sulla prospettiva di un cosiddetto “Voto del popolo”.

 

L’impasse del capitalismo

Dopo averla tirata per le lunghe per tutto un periodo, Theresa May sta rapidamente esaurendo il tempo a disposizione. Ovunque si giri, trova di fronte a sé una strada senza uscita. Ma alla fine dovrà fare una scelta: optare per una Brexit morbida o un secondo referendum e spaccare il proprio partito; o optare per un’uscita senza accordo e spaccare il capitalismo britannico.

E in realtà, anche questi seconda opzione porterebbe a una divisione fra i conservatori, con i “remainers” del partito che non permetterebbero che si realizzasse un uscita senza accordo caotica. Qualunque strada scelga la classe dominante, quindi, porterà alla rovina. Ci aspettano instabilità politica, turbolenze sociali e crisi economica. Lo status quo si è spezzato. Il sistema è in un vicolo cieco.

Solo le elezioni politiche e l’arrivo al potere di un governo laburista con un programma socialista possono offrire una via d’uscita.

 

30 gennaio 2019

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