22 Maggio 2019

Brasile – Uno tsunami contro i tagli all’istruzione, il governo Bolsonaro può essere cacciato!

Il 15 maggio in Brasile si è assistito a uno tsunami di manifestanti che si è abbattuto contro i tagli all’istruzione e la controriforma delle pensioni. Più di 1,5 milioni di persone hanno riempito le strade di oltre 200 città in tutto il paese durante lo sciopero nazionale dell’istruzione contro le ultime misure del governo di Bolsonaro, che includono un taglio del 30% ai bilanci delle università. Nonostante la sua spavalderia, il governo è debole e diviso. Lo slogan “Fora Bolsonaro” (Via Bolsonaro) ha risuonato ampiamente in tutte le piazze. Certamente, in Brasile il fascismo non è alle porte. La situazione è totalmente diversa. È giunto il momento di preparare uno sciopero generale per cacciare questo governo.

Lo sciopero nazionale dell’istruzione, indetto dalla Confederazione nazionale dei sindacati dell’istruzione (CNTE), dall’Unione nazionale degli studenti (UNE) e da molte altre organizzazioni di insegnanti, personale non docente e studenti, è stato una risposta diretta alle azioni provocatorie del ministro dell’istruzione Abraham Weintraub, che ha annunciato oltre ai tagli al budget dell’università, anche un completo congelamento delle borse di ricerca post laurea. Non si tratta solo di un governo reazionario che porta avanti tagli all’istruzione, il che sarebbe già abbastanza grave. Weintraub appartiene all’ala “olavista” del governo di Bolsonaro, composta da coloro che sostengono l’ex astrologo caduto in disgrazia, Olavo de Carvalho che è diventato influencer su YouTube e consigliere del governo.

Weintraub, che è stato nominato solo all’inizio di aprile, ha presentato i suoi attacchi all’educazione statale come parte di una guerra contro il “marxismo culturale” nelle università e ha fatto innumerevoli dichiarazioni provocatorie contro insegnanti, studenti e in generale contro il sistema educativo statale. Ha iniziato annunciando che avrebbe tagliato i bilanci di tre università, l’Università di Brasilia (UnB), l’Università Federale Fluminense (UFF) e l’Università Federale di Bahia (UFBA), accusandole di “non essere all’altezza degli standard” e di utilizzare i fondi per organizzare “eventi sciocchi e caotici”. Pochi giorni dopo, è diventato chiaro che il taglio del 30 percento colpiva l’intero settore dell’istruzione.

Un’ondata di sdegno

Ciò ha scatenato un’ondata di indignazione tra studenti, docenti, ricercatori e non solo. Ci sono state assemblee di massa e già l’8 maggio ci sono state massicce manifestazioni nelle università più colpite. 15.000 docenti e studenti sono scesi in corteo all’UFF di Rio de Janeiro. L’ambiente era molto arrabbiato e si diffondeva a settori sempre più ampi. Ciò ha posto le basi per l’enorme risposta del 15 maggio.

Secondo la União Nacional dos Estudantes (UNE), hanno partecipato alle dimostrazioni 1,5 milioni di persone. Ci sono state grandi manifestazioni a Brasilia (50.000), Fortaleza nel Nord Est (100.000), Belo Horizonte nello stato sud-orientale del Minas Gerais (dove i media borghesi hanno fornito la cifra di 250.000) così come a San Paolo (250.000) e Rio de Janeiro (oltre 200.000). Il movimento ha avuto una vera diffusione nazionale, coprendo i 26 stati del Brasile.

A dimostrazione dei problemi che il governo Bolsonaro deve affrontare per far passare le sue politiche, Weintraub è stato costretto a comparire davanti a una sessione di controllo in parlamento. Tra coloro che hanno votato per la convocazione della sessione di controllo c’erano alcuni partiti che sostengono il governo. Alla sessione, che si è svolta il giorno dello sciopero, Weintraub ha tentato di minimizzare la portata dei tagli, spiegando che in realtà ammontavano a privarsi di “solo 3,5 cioccolatini su 100”. In effetti stava parlando del budget complessivo, piuttosto che del budget discrezionale su cui ha il controllo diretto, che viene infatti ridotto del 30%. Durante il giorno, c’era confusione sul fatto che il governo fosse stato costretto a fare delle concessioni, con alcuni membri del parlamento che affermavano che il ministro aveva ritirato i tagli. Alla fine, Weintraub ha detto di aver convinto Bolsonaro a mantenere i tagli. Nel frattempo, il vicepresidente Mourao, che è il presidente in carica mentre Bolsonaro è in visita ufficiale negli Stati Uniti, ha detto che il governo ha “fallito” nello spiegare i tagli all’istruzione, rivelando ancora una volta le spaccature profonde che attraversano il governo, principalmente tra gli “olavisti” e i generali, incluso Mourao.

Nel suo solito stile, Bolsonaro dagli Stati Uniti ha aggiunto benzina sul fuoco descrivendo i manifestanti come “utili idioti”:

È naturale [che ci siano proteste], la maggior parte di loro sono attivisti . Non c’è niente nella loro testa. Se chiedi loro quanto fa sette per otto, non lo sanno. Se gli chiedi la formula dell’acqua, non la sanno, non sanno nulla. Sono utili idioti, imbecilli, che vengono usati come massa di manovra da una piccola minoranza intelligente che costituisce il nucleo attivo di molte università federali in Brasile“.

Il quotidiano Folha de Sao Paulo pubblicava un articolo dove si citavano fonti interne al settore militare, che spiegavano che le tattiche di Bolsonaro sono imprudenti. “Invece di spiegare i tagli in termini di esigenze di bilancio … Bolsonaro preferisce usare i tagli come un’arma contro il dominio ideologico del mondo accademico”, si lamentava in un altro articolo del Folha, che ha sottolineato che la mobilitazione era andata oltre i settori tradizionalmente mobilitati dai sindacati e dalla sinistra, con la partecipazione di “molti studenti della classe media, i cui genitori in molti casi hanno certamente votato Bolsonaro”.

Ciò che i settori più perspicaci della classe capitalista brasiliana avvertono è che l’atteggiamento spudorato di Bolsonaro minaccia di creare una “proliferazione di manifestazioni”. Questo “proprio nel momento in cui l’attenzione dovrebbe essere posta sulla riforma delle pensioni”, si lamentavano “fonti interne al Ministro della Difesa” nell’articolo del Folha.

Un altro commentatore borghese, Helio Gurovitz, ha descritto gli attacchi di Bolsonaro come un grosso errore e sul sito web del gruppo Globomedia, di destra, ha messo in guardia: “Trattare il problema come uno scontro ideologico, come ha fatto fin dall’inizio il governo, mostra solo ignoranza. Aggiunto alla inettitudine di Bolsonaro per la politica, potrebbe rappresentare una sentenza fatale per l’operato del governo”.

I fallimenti della ‘sinistra’ brasiliana

Le dimensioni della mobilitazione del 15 maggio hanno sorpreso tutti i commentatori borghesi. Il Folha de Sao Paulo, uno dei principali portavoce della classe capitalista, ha sottolineato che: “Ancora una volta le piazze sorprendono il mondo politico”. Ugualmente sbalorditi erano tutti quelli a sinistra che avevano descritto la vittoria elettorale di Bolsonaro in ottobre come l’arrivo del fascismo. Hanno erroneamente interpretato il voto per Bolsonaro come uno spostamento verso destra nella società, con milioni di persone che avrebbero approvato la sua demagogia reazionaria. Hanno completamente sbagliato a comprendere il significato di quella elezione.

Sì, non c’è dubbio, Bolsonaro è un disgustoso demagogo reazionario e le sue dichiarazioni sono aberranti. Il fatto che sia stato eletto significa che le bande fasciste e l’apparato statale ora sentono di poter agire con ancora più impunità di prima. Ma la sua elezione non significa che la stragrande maggioranza della società brasiliana appoggi tutte le sue opinioni e certamente non è stato in grado di costruire un movimento di massa organizzato che possa essere utilizzato contro la classe operaia e la sinistra.

Prima di tutto, gran parte del voto per Bolsonaro era sulla base di un sentimento anti-establishment: un voto contro la corruzione, contro l’insicurezza e il crimine, contro il sistema “democratico”, che offre pochissimo a milioni di brasiliani. Certo, questo voto anti-establishment è stato raccolto da un demagogo reazionario e questo è principalmente responsabilità dei precedenti governi del PT, che hanno portato avanti per lo più le politiche richieste dalla classe dominante, in coalizione con uno dei principali partiti capitalisti. Di fronte a un’ascesa del sentimento anti-establishment, il PT ha deciso di contrattaccare con vuoti appelli “all’unità di tutti i democratici” (cioè ai partiti capitalisti) e di “difendere la democrazia” (cioè lo status quo che la popolazione aveva già rifiutato).

In secondo luogo, Bolsonaro ha ricevuto 57 milioni di voti nel secondo turno, il 39% di tutti gli elettori registrati. Il candidato del PT, Haddad, ha ricevuto 47 milioni di voti, il 31% dell’elettorato. Ma a questo dobbiamo aggiungere 43 milioni di persone che si sono astenute, hanno votato in bianco o hanno annullato la scheda, un 29 percento significativo in un paese in cui il voto è obbligatorio. La principale tendenza delle elezioni è stata il rifiuto dell’intero sistema politico.

All’epoca abbiamo spiegato che la classe operaia brasiliana non era stata sconfitta, le sue forze erano intatte e che non appena il governo avesse iniziato ad attuare il suo programma economico, rappresentato da Paulo Guedes, il Ministro delle finanze educato alla scuola di Chicago, si sarebbe trovato ad affrontare una resistenza massiccia. Questo è ciò che stiamo iniziando a vedere ora.

Questo governo è in carica da appena cinque mesi e, oltre allo sviluppo di conflitti interni aperti e contraddizioni tra le sue componenti (Bolsonaro e gli olavisti, i generali e Guedes), ed essere stato segnato da scandali per corruzione, ha già scatenato un movimento di massa senza precedenti contro di esso. Proprio un successo.

Sondaggi recenti mostrano che questo è il governo che ha subito il più grande calo di popolarità a pochi mesi dall’inizio del suo mandato, da quando il governo di Collor negli anni ’90 è stato defenestrato da un movimento di massa. A gennaio, proprio nel momento in cui è entrato in carica, il 40% della popolazione aveva un opinione del governo “buona o eccellente”, mentre solo il 20% pensava fosse “cattivo o terribile”. Il sondaggio più recente, effettuato all’inizio di maggio, prima dell’inizio dell’attuale movimento, ha mostrato che l’approvazione per il governo era scesa al 35% mentre la disapprovazione era salita al 31%.

Ancora più interessante è il fatto che una maggioranza (51 a 44) respinga la controriforma delle pensioni, la politica chiave che la classe dominante vuole che questo governo porti avanti e che, ovviamente, non è stata al centro della propaganda durante la campagna elettorale.

Lo sciopero dell’istruzione del 15 maggio ha anche incluso tra le sue rivendicazioni l’opposizione alla controriforma delle pensioni, che comporterebbe che i lavoratori debbano versare contributi più elevati e devono lavorare più a lungo per ottenere le stesse pensioni di prima, il che avrà un forte impatto in particolare sui lavoratori del settore pubblico. Per il governo questa controriforma è un passaggio chiave ma non è chiaro se sarà in grado di farla passare.

Il problema di coloro che hanno tratto conclusioni molto pessimistiche dall’elezione di Bolsonaro è che le loro analisi sbagliate hanno impedito loro di comprendere il reale stato d’animo che stava montando. Quando ho partecipato alla conferenza nazionale di Esquerda Marxista (la sezione brasiliana della TMI) alla fine di aprile, uno dei principali dibattiti era proprio sulla questione dello slogan “Fora Bolsonaro!” (Via Bolsonaro!). Come hanno sottolineato i compagni: “I marxisti vedono un cambiamento qualitativo nella situazione politica, dove imperversa la lotta di classe e le esplosioni sociali sono all’orizzonte. La base di appoggio a questo governo si è dissolta dal 1 gennaio e sempre più lavoratori stanno diventando consapevoli del suo carattere reazionario”.

I compagni hanno spiegato come tutte le principali tendenze nel movimento operaio e nella sinistra fossero contrarie a sollevare questo slogan. Il PT sosteneva che, poiché “Bolsonaro era stato eletto democraticamente”, doveva essere autorizzato a portare a termine il suo mandato! Al comizio del Primo maggio a San Paolo, il leader del PT, Haddad, ha parlato in modo specifico contro lo slogan … per motivi costituzionali. Rispondendo alle grida della folla di “Via Bolsonaro”, ha risposto: “Dobbiamo stare molto attenti, perché la Costituzione stabilisce che per l’impeachment ci deve essere una responsabilità penale. Non può essere uno slogan. La responsabilità penale è una cosa e dobbiamo essere rigorosamente fedeli alla Costituzione “

D’altra parte, l’estrema sinistra, in tutte le sue varietà, rifiuta di sollevare questo slogan con la motivazione che è “prematura” e dato che Bolsonaro ha ottenuto il voto a maggioranza da milioni di persone, siamo “di fronte ad un’offensiva” del neo-fascismo” e così via. Scandalosamente, alcuni di questi gruppi sono gli stessi che, durante l’impeachment di Dilma, sollevarono lo slogan “Fora Todos Eles” (Cacciamoli tutti), di fatto schierandosi con l’ala destra e non vedono problema nel sollevare lo slogan “Fora Maduro” per il Venezuela, nel bel mezzo di un colpo di Stato imperialista.

Fora Bolsonaro!

Al congresso di Esquerda Marxista, un compagno di San Paolo ha spiegato una sua esperienza nel sindacato degli insegnanti, dove è attivo. Nel discutere le mobilitazioni nel settore dell’istruzione, ha sollevato la necessità di utilizzare lo slogan “Fora Bolsonaro”. Ha trovato l’opposizione sia del PT che degli altri gruppi di sinistra rappresentati nell’assemblea, ma al momento della votazione quasi la metà dei membri del sindacato presenti ha votato a favore.

Un compagno del sindacato degli insegnanti a Florianopolis ha anche riportato un altro fatto accaduto nella scuola in cui lavora. Ha iniziato a protestare contro la riforma delle pensioni. Florianopolis si trova nello stato di Santa Catarina, dove Bolsonaro ha ricevuto oltre il 75 per cento dei voti al secondo turno. Il compagno sapeva che la maggior parte dei suoi colleghi di lavoro aveva votato per l’attuale presidente. Si è offerto di utilizzare un sistema di calcolo online per comprendere quale sarebbe l’impatto della controriforma delle pensioni per ciascuno di essi individualmente. Alcuni hanno inserito i loro dati e sono apparsi i risultati. Naturalmente, in tutti i casi, dovrebbero pagare più contributi e andare in pensione più tardi. Non appena se ne sono resi conto, hanno votato per lo sciopero!

Il problema è che, invece di portare avanti una seria campagna di discussione nei luoghi di lavoro e di mobilitazione, i dirigenti sindacali la stanno tirando per le lunghe. Al momento delle elezioni, i leader della CUT si vantavano che non avrebbero mai riconosciuto il governo di Bolsonaro, poiché illegittimo. Dopo poco hanno cambiato rotta. Ora la loro strategia per combattere la riforma delle pensioni sembra essere quella di fare appello ai parlamentari per riconoscere le loro ragioni!

La legge sulla riforma delle pensioni ha iniziato il suo iter parlamentare il 14 aprile. I sindacati hanno quindi usato il Primo Maggio per annunciare uno sciopero generale unitario per… il 14 giugno. La data non potrebbe essere peggiore. Sarebbero trascorsi esattamente 45 giorni lavorativi, e l’iter parlamentare sarebbe ormai pienamente in corso. I leader sindacali non vedono lo sciopero generale come parte di un piano per sconfiggere il governo e farlo eventualmente cadere, attraverso la mobilitazione di massa, una cosa completamente possibile dato l’equilibrio delle forze, ma piuttosto come un modo per fare pressione sui membri del parlamento.

L’ascesa del movimento contro i tagli all’istruzione, che molti hanno paragonato alle mobilitazioni di massa del 2013, dimostra che il terreno è favorevole a una lotta di massa per abbattere il governo. Le esigenze concrete di ogni settore (contro le privatizzazioni, contro gli attacchi ai diritti delle donne, contro i tagli all’istruzione, contro la polizia e la repressione dell’esercito, ecc.) Devono essere unificate in una lotta comune. “Fora Bolsonaro” è lo slogan che cristallizza quella strategia, ed è per questo che è stato così popolare il 15 maggio ovunque i compagni delle organizzazioni giovanili di Esquerda Marxista e Liberdade e Luta lo hanno sollevato, tramite volantini, cartelloni e nei comizi ufficiali.

L’UNE ha già indetto un’altra giornata nazionale di lotta per il 30 maggio, poi ci sarà lo sciopero generale contro la riforma delle pensioni il 14 giugno. Tutto è pronto per ulteriori esplosioni della lotta di classe e della polarizzazione politica. Se i leader sindacali fossero dotati di una strategia chiara, sarebbe possibile sconfiggere il governo reazionario di Bolsonaro attraverso azioni di massa nelle piazze, ponendo la domanda: chi governa il paese?

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