5 novembre 2014

Bonus bebé • Un provvedimento familista e ipocrita!

E’ delle settimane scorse l’annuncio di Renzi di destinare un bonus di 80 euro per le neo-mamme. Ne avranno diritto tutte le famiglie, per i prossimi tre anni, che rientrano in un reddito annuale di novantamila euro.

La proposta, insignificante dal punto di vista economico, è un ulteriore attacco alle lavoratrici: si rispolvera la centralità assoluta della famiglia ed in essa il ruolo esclusivo della madre ai bisogni di cura, educativi e formativi del bambino, sostituendosi così allo stato sociale.

Il basso tasso di natalità nel paese e l’uscita dal mondo del lavoro per le donne al primo figlio, devono far riflettere su quanto si mettano a disposizione strumenti concreti perché una lavoratrice possa scegliere la maternità senza l’aut aut “o la famiglia o il lavoro”. In Italia 2 donne su 3 (con due figli a carico) non trovano un’occupazione. Solo tra il 2008-2009, 800mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate a seguito di una gravidanza. La scelta di avere un figlio penalizza le lavoratrici, tant’e’ che la percentuale delle occupate al primo figlio è del 45,5%; arriva al 35,9% col secondo figlio e precipita al 31,3% dal terzo figlio.

La condizione precaria di molte mamme e papà aumenta il rischio di povertà tra i minori: secondo Save the children un bambino su tre in Italia è povero. L’Italia investe poco per i servizi alla prima infanzia e per le famiglie: solo il 13,5% dei minori fino a tre anni è preso a carico dai servizi (obiettivo europeo 33%). Con i vincoli definiti dal patto di stabilità ed il calo di trasferimenti di risorse statali ai comuni i contributi familiari per gli asili nido e strutture per l’infanzia sono in aumento. La spesa impegnata per i nido nel 2012 è stata di un miliardo e 559 milioni di euro, il 19,2% di tale spesa è stata sostenuta dalle famiglie. La copertura nazionale di asili è disomogenea. La percentuale dei comuni che garantiscono tale servizio varia dal 22,5% al Sud al 76,3% al Nord-Est. Ma quanto “costa” un figlio? Secondo i dati di aprile dell’Osservatorio nazionale Federconsumatori la spesa per i primi 12 mesi può variare da un minimo di 6.766 euro a 14.427 euro, con un aumento di circa il 3% rispetto al 2013. In cosa consistono? Sono le spese sanitarie e tutto quanto è necessario per i primi anni (passeggini, latte, pannolini) insieme al costo dell’asilo o della baby sitter, che è variabile ma difficilmente inferiore ai 400 euro mensili. Per una famiglia con reddito disponibile netto di 34mila euro annui crescere un figlio (fino alla maggiore età) costa mediamente 171mila euro!

Investire nei servizi per l’infanzia, oltre a sgravare le lavoratrici, aiuterebbe anche i bambini nei loro primi anni di vita: socializzazione, rapporto educativo con personale specializzato e stimoli provenienti da un ambiente esterno al nucleo privato familiare sono fondamentali nello sviluppo educativo di un bambino. Il governo non ha alcun interesse ad investire nel benessere sociale, migliorando la qualità della vita dei bambini e delle loro madri, se questo compito può essere sostenuto dalla fatica di ogni donna con costi pubblici irrisori e sacrifici personali.

Non serve l’elemosina degli 80 euro mensili! Rivendichiamo asili nido e scuole materne pubblici e gratuiti in ogni città e quartiere, servizi di mense e lavanderie comunali per liberare le lavoratrici dal pesante lavoro di cura domestico, una sanità gratuita e universale e l’abolizione di tutte le forme di precarietà che influiscono pesantemente sulla scelta di una lavoratrice di diventare madre e di vivere pienamente la propria vita ed i propri diritti.

Articoli correlati

C’è stupro e stupro?

Pare che non tutti gli stupri siano uguali, le cronache delle violenze avvenute nelle ultime settimane dell’estate ce lo hanno sbattuto in faccia senza vergogna. La nausea per tutto quello che abbiamo dovuto leggere e ascoltare è davvero tanta, ma tutto questo schifo un merito ce l’ha: il re è nudo, sulla questione della violenza sulle donne non c’è nulla che possiamo aspettarci da lorsignori e signore che non trasudi ipocrisia.

Non una di meno, un bilancio critico dell’Assemblea nazionale del 22-23 aprile

Nel fine settimana del 22-23 aprile si è tenuta a Roma l’assemblea nazionale della rete Non una di meno, la terza dopo le due precedenti di Roma (27 novembre) e Bologna (4-5 febbraio) e la prima dopo la giornata di lotta internazionale dell’8 marzo che in Italia, come in decine di altri paesi in tutto il mondo, ha visto mobilitarsi migliaia di donne.

Lottiamo contro l’oppressione della donna, lottiamo contro il capitalismo!

La lotta per i diritti delle donne, la lotta per l’uguaglianza, è una lotta per la liberazione di tutta l’umanità, una lotta per la rivoluzione socialista!

26 Novembre tutti a Roma per gridare “Ni una menos!”

Il 25 novembre ricorre la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne che fu istituita nel 1999. Il 26 novembre saremo in piazza a Roma e vogliamo che da quella piazza parta non solo una marcia che esprima la rabbia delle donne ma sia l’inizio di una mobilitazione generale che prenda esempio dalla radicalità e dalle forme di lotta vittoriose viste nelle strade di Varsavia.

Spagna – Sentenza della “Manada ”: manifestazioni di massa contro la giustizia patriarcale e di classe

La sentenza sul caso della “Manada” ha riempito le strade di tutta la Spagna di rabbia e indignazione. Il tribunale ha assolto gli imputati dall’accusa di “aggressione sessuale” condannandoli a 9 anni di prigione per abusi sessuali ma in assenza di violenza e intimidazione.

Lettera aperta alla rete “Non una di meno”

Siamo lavoratrici, studentesse, militanti politiche e sindacali, compagne che hanno partecipato al percorso di discussione e mobilitazione contro la violenza sulle donne che in Italia si è dispiegato tra la manifestazione di Roma del 26 novembre e la straordinaria giornata di lotta dell’8 marzo.