22 Novembre 2019

Bolivia – Prospettive di resistenza al golpe

Pubblichiamo questa analisi scritta lunedì scorso dai compagni della sezione boliviana della Tendenza marxista internazionale. Le prospettive delineate in questo articolo si sono confermate nelle loro linee fondamentali. La repressione continua, mentre due giorni fa il gruppo parlamentare del MAS ha stretto un accordo con il governo golpista di Añez per eleggere una nuova presidenza della camera e ha proposto un progetto di legge per la convocazione di nuove elezioni (senza Evo), che inizia con il riconoscimento della legittimità del governo golpista.

Dobbiamo tornare indietro nella storia fino agli ultimi giorni del governo di Goni (Gonzalo Sanchez de Lozada, presidente della Bolivia negli anni novanta e poi nel 2002-2003, ndt) per trovare un precedente al massacro di Sacaba in cui 9 coltivatori di coca hanno perso la vita in scontri con la polizia e le forze armate. Tuttavia, le somiglianze con l’ottobre 2003 finiscono con il conteggio delle morti.

Añez ha emanato un decreto supremo che libera i militari dalla responsabilitàpenale nei loro confronti per gli atti di repressione. Neanche Goni era arrivato a tanto. Ciò dimostra che le forze armate sono disposte a rimanere in strada in cambio dell’impunità, una parola ricorrente nelle soluzioni alla crisi. Il 29 ottobre 2003, lo scontro armato tra i Ponchos rojos di Warisata e l’esercito si concluse con la morte di un soldato e quattro civili. Il giorno successivo la COB convocò lo sciopero generale, mentre i lavoratori e le masse povere di diverse organizzazioni (sindacati, trasporti, piccoli artigiani, ecc.), la sinistra e la maggior parte della classe media urbana aderirono alle proteste. Oggi abbiamo 9 morti, in un solo giorno e solo da una parte, ma si approfondiscono le divisioni nel fronte della resistenza al colpo di stato.

 

Le masse di fronte al colpo di stato

L’ultimo rapporto sulla viabilità dell’Amministrazione autostradale boliviana (ABC) rappresenta 94 blocchi stradali nel paese concentrati dove vi è un maggiore appoggio per Evo, cioè intorno alla città di La Paz, tra gli ayllus (comunità contadine) della sede del governo a Oruro e nei dintorni di Cochabamba, principalmente nella zona cocalera. Ma al di fuori di queste zone ci sono solo blocchi sporadici e segnali di smobilitazione. L’ultima dichiarazione della COB chiede in maniera scandalosa la pace sociale, la pacificazione senza fare alcun cenno a mobilitazioni e Huarachi (il segretario della COB, ndt) ha dichiarato che Evo “fa parte del passato”. Tra le organizzazioni contadine-indigene in tutto il paese, aumentano le dichiarazioni di centrali a livello nazionale e regionale che rifiutano ogni mobilitazione. Solo nella zona meridionale di Cochabamba c’è stata una marcia per il ritiro dei militari dopo il massacro di Sacaba. In queste condizioni, l’esercito è incoraggiato a continuare la repressione.
I sindacati e le associazioni di funzionari di molte aziende pubbliche di servizi (ENTEL, EPSAS, BOA, Banco Unión ecc.) e anche produttive (Empresa Metalúrgica Vinto) si sono mobilitati, ma solo per contestare i dirigenti e i sindacalisti della MAS, denunciando abusi, peggioramento delle condizioni di lavoro e le pressioni continue a cui il governo li ha sottoposti. Tra i minatori, solo una delegazione del Coro Coro è attualmente a El Alto e partecipa alle mobilitazioni. A Huanuni e Colquiri, nemmeno i timori di attacchi alla stabilità dei posti di lavoro da parte della destra sono sufficienti per far scendere in lotta la base dei minatori. D’altra parte, a Potosí, Sucre, Beni e in tutti i comuni di Santa Cruz, i comitati civici, gli oppositori e il MAS hanno raggiunto “accordi di pacificazione” per eleggere sindaci e governatori, del MAS o dell’opposizione, in sostituzione a quelli fedeli al governo che si erano dimessi. Accordi simili si stanno discutendo per levare i blocchi stradali attorno a Sucre. Inoltre, il governatore del Mas di Chuquisaca alla domanda diretta se avesse riconosciuto Añez ha dichiarato che “Evo se ne è andato, ora bisogna lavorare per la pace sociale”.

 

La situazione a El Alto

Sebbene la stampa tenda a esagerare questi segnali, è chiaro che a El Alto il movimento si indebolisce dal punto di vista numerico mentre si radicalizza come posizioni politiche. I residenti di diversi quartieri e di alcuni dei 14 distretti della città sono usciti per le strade per togliere i blocchi. Sulla strada per Copacabana, i residenti hanno applaudito l’intervento dei militari volto a liberare le strade. Tutti i gruppi indigeni che hanno gonfiato i ranghi della rivolta delle Wiphalas (la bandiera delle comunità indigene che vivono nei territori dell’antico impero Inca, ndt) si smarcano da un movimento che riporterebbe al potere i bianchi che, dicono, hanno governato dietro le quinte, usando Evo. Ciò radicalizza il settore che invece si mobilita chiedendo il ritorno di Evo, fino al punto scavare trincee per impedire l’accesso di cibo o la commercializzazione di gas e combustibili dall’impianto di Senkata e fare affluire rinforzi da alcune province.
In un intervento un opinionista su Telesur, il giornalista Marco Teruggi che ha coperto le mobilitazioni di El Alto, ha sintetizzato la situazione in modo acuto affermando che “la figura di Evo Morales, la sua difesa e il suo ritorno, non è una rivendicazione unificante, almeno per il momento. In secondo luogo, che le direzioni dei movimenti sono attraversate , in molti casi, da scontri e divisioni ”. In realtà, nelle rivendicazioni dell’ultimo consiglio di El Alto non c’è nessuno che richieda il ritorno di Evo, che è invece la principale richiesta dei cocaleros. È opportuno chiedersi come sia stato possibile, in relazione a quello che era noto ieri come “governo dei movimenti sociali”, e in quali condizioni potrebbe cambiare questo scenario che è favorevole al colpo di stato.

 

Una sconfitta annunciata

Nell’ottobre 2003 la richiesta di nazionalizzazione e industrializzazione delle risorse naturali unificò un movimento variegato. Comprendeva la ribellione indigena guidata da Felipe Quispe, l’opposizione politica e sociale incarnata da Evo e il MAS, l’antimperialismo istintivo delle masse, il rifiuto dalla classe media nei confronti di un regime corrotto e servile al capitale straniero, la lotta dei minatori, come quelli di Huanuni. Quell’insurrezione rivoluzionaria, che rovesciò Goni e Mesa, avrebbe potuto portare a una vittoria della rivoluzione, ma mancava una direzione che condividesse una simile prospettiva. Il movimento ottenne una parziale vittoria, interrompendo l’esportazione di gas, ma non arrivò alla conquista del potere.

Evo ha incanalato questa autentica insurrezione nel quadro di un’Assemblea costituente per ristrutturare lo stato borghese. Sono state nazionalizzate una dozzina di società di servizi e la permanenza nel paese delle multinazionali è stata concordata in base alle nuove condizioni di compartecipazione dello Stato. Mentre le entrate statali si moltiplicavano e si sviluppavano programmi sociali, i limiti della politica di Evo erano evidenti solo ai piccoli gruppi d’avanguardia, che nella maggior parte dei casi si autoconfinavano nella sterilità del settarismo.

Nella misura in cui l’assenza di una leadership politica (un partito dei lavoratori o una corrente di sinistra nella MAS) non ha permesso l’unificazione delle lotte contadine, dei lavoratori e a livello regionale che si sono verificate durante questi anni e che reclamavano , con programmi confusi o talvolta solo a forza di slogan, che si approfondisse il “processo di cambiamento”, Evo ha agito senza una reale pressione da sinistra, cercando un avvicinamento con la borghesia. Questi approcci si sono intensificati quando il prezzo delle materie prime è iniziato a calare e le concessioni alle multinazionali sono state finanziate con tagli del bilancio delle province, dei comuni e delle università. A tal fine, il MAS, come spesso abbiamo denunciato, è diventato un apparato di persecuzione poliziesca nei confronti dei sindacati e dei leader sociali.

Con i sindacati e le organizzazioni sotto stretto controllo, con la borghesia rafforzata e più vicina al governo e la burocrazia MAS che gestiva un potere e una disponibilità di denaro mai visti nella nostra storia, i casi di corruzione inevitabilmente proliferarono. Tutto ciò ci ha fatto parlare di un colpo di stato borghese sotto forma di una “rivoluzione colorata”, come i rovesciamenti di una serie di regimi dell’Europa orientale furono chiamati durante gli anni 2000, dove movimenti di massa con la partecipazione o l’apatia della classe operaia, vedendo preclusa la possibilità di una via d’uscita a sinistra, fecero propri slogan per “libertà e democrazia”, ​​”contro la corruzione” che hanno favorito l’ascesa della borghesia al pieno controllo dello Stato .

 

La strategia di Evo

In un’intervista a La Jornada de México, Evo ha dichiarato:

“In questo momento mi rendo conto […] che con le nostre politiche economiche abbiamo alimentato il settore privato in modo che alcuni di loro abbiano cospirato contro di noi. Non penso che lo stiano facendo tutti. ”
È la prima volta che Evo riconosce il ruolo della borghesia nel colpo di stato e il proprio ruolo nel rafforzare la borghesia. In seguito ha espresso preoccupazione per il fatto che il Paese si stia dirigendo verso una guerra civile affermando che “se istituzioni come le forze armate non garantiscono la democrazia, ciò significa che il popolo sarà costretto ad armarsi. Non lo vorremmo. Non lo voglio personalmente. ”
Una settimana prima delle dimissioni forzate di Evo, abbiamo sollevato la prospettiva di armare il popolo come slogan, insieme all’espropriazione della borghesia che sta portando avanti il colpo di stato. Tuttavia, Evo sta alimentando la paura della violenza (che non vuole) al fine di offrirsi come l’unico che può evitarla attraverso il negoziato. Non è altro che la continuazione della stessa strategia di minacce e dialogo che lo ha portato all’esilio in Messico.
Lucha de Clases Bolivia è stata l’unica organizzazione a prevedere il colpo di stato da parte delle forze armate quando, con sottili differenze, tutte le organizzazioni della sinistra boliviana erano sicure che sarebbero state fedeli al governo. Il nostro avvertimento traeva le sue ragioni dal fatto, tra le altre, che Evo stesso aveva represso un movimento di ufficiali di basso livello nel 2014 che chiedevano la “decolonizzazione” dell’alto comando militare.

Una rottura delle forze armate lungo linee di classe in generale è possibile solo se la classe operaia o i contadini hanno una leadership determinata e sono visti come vincitori della battaglia. Questa non è la situazione che abbiamo oggi in Bolivia. Ci sono stati casi di fraternizzazione dei militari con l’insurrezione e le mobilitazioni di Wiphalas che ripetevano lo slogan “sì militari, no polizia”. Ma più che segnali di malcontento tra le truppe, sembra un modo di controllare la situazione, evitando, ove possibile, l’uso di armi, usando una certa autorità che le forze armate mantengono all’interno dei contadini, dato che è comune in Bolivia impiegare personale dell’esercito in opere pubbliche e altri compiti a sostegno delle comunità contadine. Questo profilo più basso a El Alto, in relazione alla brutale repressione a Sacaba, mostra che i militari stanno lasciando aperta la possibilità di intervenire, ma solo per consolidare il colpo di stato con un governo militare senza Añez – se Añez si dimostrasse incapace di controllare la situazione.

 

La borghesia al governo

Il tentativo di Evo di dividere la borghesia tra complottisti e patrioti interessati a fare affari, che ripropone la sua strategia di punire i primi e di “innamorarsi” dei secondi come ha fatto dopo il 2008, dimostra che sta commettendo il peggior errore di uno stratega, cioè quello di non conoscere il nemico. Se tutte le associazioni imprenditoriali hanno riconosciuto Añez, è perché la “borghesia progressista” non è mai esistita e perché la borghesia sa che in questa estrema polarizzazione l’unica promessa che Evo non potrebbe realizzare è proprio l’unica che fa, la pace sociale nei termini che abbiamo spiegato e di cui la borghesia ha beneficiato. Solo nel caso Añez si dimostrasse incapace di reprimere le mobilitazioni, la borghesia potrebbe aprire a un ritorno, a determinate condizioni, di Evo per controllare il suo popolo. Ma lo farebbero con riluttanza e con la paura di future convulsioni contro qualsiasi governo che succeda a quello attuale.
Al momento la strategia di Evo rallenta lo sviluppo della resistenza al colpo di stato e la espone ai vicoli ciechi della brutale repressione di Sacaba o a un radicalismo che divide El Alto. A San Julián, i contadini stanno mantenendo uno dei pochi blocchi stradali che ci sono a Santa Cruz, ma senza alcuna misura contro le aziende agricole che pochi giorni prima del colpo di stato avevano minacciato di intraprendere una azione risolutiva. L’occupazione delle aziende, di per sé, non sarebbe uno slogan sufficiente per rimuovere gli ostacoli alla mobilitazione della classe lavoratrice. Affinché quest’ultima capisca che sta combattendo per i suoi interessi e non semplicemente per un ritorno al potere della burocrazia del MAS azioni come queste dovrebbero essere accompagnate dalla creazione di assemblee popolari e forme di autogestione. Tuttavia è indicativo che anche laddove si era gettato il seme di una controffensiva rivoluzionaria sia stato permesso allo stesso di germogliare.
Pertanto, la borghesia dell’Oriente del paese che controlla il governo è solo minimamente colpita dalla situazione nel paese. Come si può vedere dal rapporto sulla viabilità, tutto procede regolarmente a Oriente. Le multinazionali degli idrocarburi, l’industria mineraria e alimentare a Tarija, Santa Cruz, Chuquisaca e Potosí sono pienamente operative. L’agrobusiness e i grandi allevatori avranno maggiori difficoltà con il mercato interno, ma il ministro che è stato nominato al dicastero dell’economia ha già annunciato la totale liberalizzazione delle esportazioni, che la borghesia stava chiedendo a Evo, e le linee ferroviarie, fluviali e terrestri verso Brasile, Argentina e l’Atlantico sono aperte. Questo settore non subisce danni significativi, e poichè questa è oggi il settore della borghesia al comando, la strategia di Evo di isolare Añez con l’assedio di La Paz e Cochabamba si indebolisce.

 

Evo contro il MAS

Anche se sembra non abbia molta logica, il primo obiettivo di Evo è il MAS e il suo gruppo parlamentare. Dal Messico in diverse interviste, Evo afferma che “il MAS non è un partito, sono i movimenti sociali”, che lui è l’unico in grado di dialogare con questi movimenti e che un dialogo senza di esso non ha alcun valore. Ciò scredita i tavoli negoziali che sono stati condotti dai parlamentari del MAS e quelli che hanno consentito la sostituzione di governatori e sindaci del MAS in quasi tutto il paese. A Yapacaní, la mediazione dell’assemblea dipartimentale del MAS di Santa Cruz Edwin Muñoz aveva raggiunto un accordo per rimuovere i blocchi con il ritiro simultaneo dell’esercito. Ma mezz’ora dopo l’accordo, gli “evistas” (sostenitori di Evo Morales, ndt) hanno ripreso nuovamente i blocchi.

Come ha detto alla CNN, Evo propone il suo ritorno in Bolivia senza particolari ambizioni, nè di essere ripristinato alla presidenza nè di essere candidato per le prossime elezioni, ma solo di partecipare a un dialogo nazionale con movimenti, partiti, società civile, mediatori internazionali , il governo de facto e lui stesso per pacificare il paese. Questo dialogo che parte dal riconoscimento di Añez come interlocutore, e quindi dà legittimità al regime emerso dal colpo di stato, ha per Evo l’unico obiettivo di tornare in Bolivia, perché sa che se non torna ora, con la garanzia di non essere perseguito penalmente, potrebbe non essere in grado di tornare a lungo. Vuole mantenere le redini del MAS, togliendo il suo involucro di partito per trasformarlo esplicitamente in un esercito privato del caudillo e usarlo per preparare il suo ritorno nel 2025.

 

Cosa faranno i parlamentari?

I parlamentari del MAS a tutti i livelli sono, tuttavia, sottoposti a molte pressioni: dalla base divisa, al clamore per la “pacificazione”, dalle minacce nei loro confronti fatte dal governo e dalle forze armate e del latente pericolo della guerra civile. Un alto dirigente contadino del MAS di Santa Cruz ha affermato ai canali televisivi di Santa Cruz che bisogna prendere atto della sconfitta, risolvere le contraddizioni del processo da cui hanno tratto giovamento gli opportunisti che circondavano Evo e reindirizzare il MAS. Un tale processo, se accadrà veramente, sarebbe salutare e interessante. I prossimi giorni saranno molto importanti per capire quale tendenza prevarrà e, di conseguenza, cosa ne sarà del MAS e in che modo si evolverà questo partito.

Evo afferma che fino a quando l’Assemblea Legislativa non discuterà della sua lettera di dimissioni, questa non sarà ancora effettiva. In effetti, il meccanismo di successione costituzionale che è stato utilizzato è stato quello dell ‘”assenza definitiva” del presidente, esiliato in Messico. Queste dichiarazioni di Evo servono piuttosto a mettere alla prova il suo gruppo parlamentare. Martedì il MAS ha convocato una sessione per discutere la convocazione di nuove elezioni. Lì, una serie di questioni che delineano una possibilità di negoziazione tra il MAS e la Añez dovrebbe essere necessariamente discusse. Il governo da parte sua ha trovato nella giurisprudenza meccanismi di legalità formale per convocare le elezioni per decreto. Combinando questo con le minacce dirette di repressione e le pressioni internazionali, il governo vuole costringere i parlamentari del MAS a negoziare. In questo modo la strategia di Evo ne risentirebbe notevolmente.

I deputati e i senatori del MAS hanno la maggioranza dei due terzi ma pochissime opzioni. Se cercano di sostenere la loro azione con incontri con le autorità locali del partito e i leader della mobilitazione, ciò potrebbe significare che non rispettano la linea di Evo. Ma se lo fanno questo avrà delle conseguenze. La più immediata è quella di delegare al governo tutto ciò che riguarda la convocazione delle elezioni. Il potere in Bolivia è ora nelle mani della borghesia coloniale, abituata ad assumere sicari tra gli agrari, agli abusi coloniali e con scarsa propensione alle sottigliezze strategiche. Evo punta sul logoramento per tornare acclamato come un pacificatore, ma anche Añez punta al logoramento, in modo che la popolazione, esasperata, reclami la mano dura dei militari. La nomina di un generale alla direzione della Agenzia Nazionale degli Idrocarburi, per garantire la fornitura di carburante, è un chiaro passo in questa direzione. I parlamentari del MAS provengono dal rapporto che abbiamo descritto tra questo partito e i movimenti sociali. Non ci sono profili di militanti combattivi fra di loro e questo, col passare dei giorni, peserà.

 

L’indipendenza di classe

È criminale che la COB stia al gioco dei golpisti. Fare appello alla pace sociale è gia smobilitante. Ma riunirsi con il governo come ha fatto Huarachi oggi, domenica 17 novembre 2019, è andare ora su un terreno di collaborazione attiva con il golpismo. Il peggio di tutto ciò è che, e non potrebbe essere differentemente, mentre tratta la pace sociale coi golpisti la burocrazia sindacale dichiara guerra ai lavoratori. L’ultima dichiarazione della COB avverte che non permetterà a “settori o gruppi radicali” “rotture nel movimento sindacale”, con posizioni contrarie alla linea dettata da Huarachi e i suoi sodali. Chi ci segue sa che abbiamo definito da tempo l’attuale direzione della COB come la più vergognosa della storia del movimento sindacale boliviano. Ma questa definizione ora non è più all’altezza degli eventi.
I nostri compagni sono intervenuti in alcune assemblee di base e, davanti al rifiuto di considerare la nostra proposta in favore di una soluzione rivoluzionaria della crisi e per dare battaglia alla borghesia golpista, abbiamo deciso di partecipare al dibattito sulla pace sociale e abbiamo proposto che, a riguardo, si convochi uno sciopero esigendo il ritiro dei militari. Un obiettivo minimo per il quale, tuttavia, siamo stati apertamente osteggiati da parte di questa burocrazia smobilitante.

Un intervento indipendente della classe lavoratrice cambierebbe completamente la situazione. Significativamente Añez non poteva nominare i ministri del settore minerario, del lavoro e dell’educazione. La borghesia e i militari non possono permettere che la classe lavoratrice “fraintenda” la questione della democrazia nel senso di libertà e lotta, né possono fare concessioni né attaccare la classe operaia ora, perlomeno non senza il sostegno della burocrazia sindacale, che è appena stato garantito. Solo combinando la lotta operaia con la lotta indigena, alla quale lo Stato plurinazionale non ha dato risposte certe, si potrà combattere il golpe in maniera effettiva.
La classe lavoratrice non è cinica né cieca. Gli errori del passato e i crimini del presente di burocrati e opportunisti le impediscono di mobilitarsi, ancor meno se la mobilitazione viene convocata “per Evo.” Senza dubbio combinando obiettivi minimi come il ritiro dei militari con rivendicazioni di settore come, per esempio, che le imprese pubbliche siano amministrate dagli stessi lavoratori e non da amministratori nominati da Anez, la classe lavoratrice potrebbe rispondere positivamente.
Al di là dell’analisi e del riconoscimento della situazione, noi siamo impegnati in questa prospettiva, perché è qui che saranno selezionati e formati i quadri che risolleveranno il movimento operaio dalla maggiore sconfitta della burocrazia sindacale e della sinistra nella storia del nostro paese.

18 novembre 2019

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