Argentina – L’accordo con l’FMI evita il default ma prepara un’esplosione sociale

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Argentina – L’accordo con l’FMI evita il default ma prepara un’esplosione sociale

Il recente accordo tra il FMI e l’Argentina, approvato sullo sfondo di proteste di massa, evita quello che sarebbe stato un default imminente rispetto al prestito del 2018, attraverso il meccanismo del rinvio. I termini dell’accordo implicheranno un duro programma di austerità, l’ulteriore sottomissione del paese al FMI attraverso ispezioni trimestrali e, in realtà, è altamente improbabile che raggiunga i suoi obiettivi dichiarati. L’approvazione dell’accordo con l’FMI ha aperto profonde spaccature all’interno della coalizione di governo Frente de Todos e sta esercitando una forte pressione per l’unità nazionale al vertice al fine evitare un’esplosione sociale dal basso.

La ragione immediata dell’accordo FMI-Argentina è il mancato pagamento da parte del paese della rata di marzo di un prestito a breve termine del 2018, pari a 2,8 miliardi di dollari. Nel 2018, il governo del presidente di destra Macri sottoscrisse un prestito record di 57 miliardi di dollari dal FMI. Macri si è poi imbarcato in tutta una serie di controriforme (dal lavoro alle pensioni), che hanno provocato un massiccio movimento di protesta e alla fine non sono state attuate completamente.

In quel momento, ciò che si prospettava era un’esplosione sociale e il rovesciamento del governo da parte di un movimento di massa nelle piazze (come era successo nell’Argentinazo). È stato evitato solo perché i leader dei sindacati e del kirchnerismo (il movimento politico peronista “di sinistra” guidato da Cristina Fernández, vedova dell’ex presidente Néstor Kirchner) sono riusciti a bloccare la rabbia popolare e a incanalarla nelle elezioni, culminate nella vittoria del Frente de Todos kirchnerista e nell’elezione di Alberto Fernández a presidente nel 2019.

Gran parte del prestito del FMI del 2018 è finito nelle mani di capitalisti che hanno poi proceduto a portare il denaro all’estero, gran parte di esso in conti bancari sospetti nei paradisi fiscali. Quel prestito, contratto da un governo di destra e di cui hanno beneficiato solo i capitalisti, pesa ora come un macigno sull’economia argentina. Il governo di Alberto Fernández è un’alleanza scomoda tra lo stesso presidente, rappresentante dell’ala più borghese e “rispettabile” dei peronisti, e la vicepresidente Cristina Kirchner, rappresentante dell’ala kirchnerista del movimento. Entrambi i settori hanno lavorato per mantenere la stabilità e la governabilità della debole economia capitalista argentina in crisi, compreso il rimborso diligente e puntuale del debito con l’FMI.

Fino a quando, naturalmente, questo è diventato del tutto impossibile. Secondo alcune stime, le riserve nette della banca centrale erano diventate negative, dopo aver pagato oltre 1 miliardo di dollari al FMI in gennaio. Il problema che il FMI e il governo argentino dovevano affrontare era quello di un default molto costoso. Costoso per il FMI in termini dell’importo che perderebbe, ma anche dal punto di vista della creazione di un precedente per altri paesi. Costoso dal punto di vista del governo argentino e degli interessi capitalistici che rappresenta, poiché lo isolerebbe dai finanziatori internazionali in un momento di profonda crisi economica. Un accordo dunque doveva essere raggiunto.

Alberto Fernandez e la vicepresidente, Cristina Fernandez de Kirchner

L’accordo, che arriva dopo due anni di colloqui, ristruttura 44 miliardi di dollari di debito, permettendo all’Argentina di accedere a nuovi fondi, compreso un primo esborso di 9,7 miliardi di dollari. Tuttavia, l’accordo è accompagnato da condizioni severe e si basa su una serie di previsioni che nemmeno i rappresentanti stessi del FMI credono possano essere soddisfatte. In primo luogo, il programma di rientro sarà soggetto a ispezioni trimestrali, il che significa che il FMI controllerà in dettaglio le politiche del governo argentino sotto la minaccia permanente di default, come una spada di Damocle.

Tra i termini concordati c’è una riduzione progressiva del deficit di bilancio dal 3% nel 2021 allo 0,9% nel 2024 e un bilancio in pareggio nel 2025. Questo significa un politica brutale di adeguamento di bilancio, il cui peso ricadrà sulla classe operaia e sui poveri. Questo sarà fatto principalmente attraverso tagli alle sovvenzioni dei prezzi del gas e dell’elettricità per i consumatori. In altre parole, i lavoratori argentini vedranno aumentare le loro bollette di 3,8 miliardi di dollari (1% del PIL) in totale, per finanziare il rimborso del debito al FMI.

Allo stesso tempo, l’accordo vieta al governo di stampare denaro per finanziare il deficit, nel tentativo di combattere l’inflazione. Anche gli obiettivi di contenimento dell’inflazione sono molto irrealistici, dall’attuale 52% a un valore compreso tra il 38 e il 48% entro la fine dell’anno. Questo in un momento in cui, oltre alle pressioni inflazionistiche già esistenti, l’Argentina è stata colpita dall’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi mondiali, in particolare nel settore energetico. Infatti, gli economisti argentini prevedono che l’inflazione raggiungerà il 60% o anche di più, quest’anno!

Nessuno crede che gli obiettivi dell’accordo possano essere raggiunti e le misure proposte saranno un attacco frontale alle condizioni di vita della classe operaia, che vedrà aumentare le bollette, mentre l’alto tasso di inflazione che divorerà i salari. L’accordo, con le sue prescrizioni monetariste, avrà un impatto deprimente su un’economia in uno stato già malconcio. Con l’aumento dei tassi d’interesse e la diminuzione del potere d’acquisto dei salari, i capitalisti continueranno a portare i loro soldi fuori dal paese invece di investirli nell’economia argentina.

Ignacio Labaqui, un analista di Medley Global Advisors, citato dal Financial Times, ha descritto l’accordo come un ponte verso le elezioni del 2023: “Il FMI apparentemente preferisce vedere se il prossimo governo sarà maggiormente disponibile ad attuare le riforme”.

La stessa Georgieva, direttrice del FMI, ha commentato che “l’Argentina continua ad affrontare sfide economiche e sociali eccezionali, tra cui un reddito pro capite in diminuzione, alti livelli di povertà, un’inflazione persistentemente alta, un pesante onere del debito e bassi ammortizzatori esterni”. Ha avvertito che “i rischi per il programma sono eccezionalmente alti e le ricadute della guerra in Ucraina si stanno già materializzando” e che “in questo contesto, la ricalibratura anticipata del programma… sarà critica”. Questo è un modo diplomatico per dire che l’accordo fallirà. Infatti, tutti sanno che l’Argentina prima o poi andrà in default. L’accordo posticipa semplicemente la data.

La firma dell’accordo ha anche aperto gravi divisioni all’interno del partito di governo Frente de Todos, tra il presidente Alberto Fernández e l’ala Kirchnerista guidata dalla vicepresidente Cristina Fernández. Già a febbraio, Máximo Kirchner si è dimesso per protesta da leader del gruppo parlamentare del FdT, anche se rimane deputato. L’accordo finale è stato approvato solo grazie ai voti dell’opposizione di destra di Juntos por el Cambio (JxC), poiché un gruppo significativo di deputati del FdT si è astenuto (13) o ha votato contro (28). Così, un totale di 41 dei 117 deputati del FdT si sono opposti all’accordo.

Naturalmente, queste dimostrazioni pubbliche di opposizione erano puramente dimostrative, poiché il numero di astensioni e di voti contrari era attentamente calibrato per garantire che l’accordo passasse con la maggioranza necessaria (contando sul sostegno dell’opposizione). L’idea era di fare una concessione alla base kirchnerista, profondamente contraria a qualsiasi accordo con il FMI, ma non di impedire la firma dell’accordo. I kirchneristi rimangono parte del governo di Alberto Fernández e non sono disposti ad abbandonare nessuno dei ministeri chiave che detengono.

Giorni dopo la firma dell’accordo con il FMI, i kirchneristi hanno proposto una legge per attuare una tassa straordinaria del 20% su coloro che hanno portato il denaro fuori dal paese e non lo hanno dichiarato al Tesoro, da pagare in dollari. L’importo totale evaso è stimato in 400 miliardi di dollari. Tuttavia, questa è soprattutto una mossa propagandistica, per far credere ai loro elettori che saranno i ricchi e gli evasori fiscali a pagare il debito al FMI. In pratica, questa legge, se approvata, avrà poco impatto. Il denaro evaso, per definizione, è tenuto al sicuro fuori dalla portata delle autorità e rimarrà tale.

Tuttavia, la firma dell’accordo del FMI ha rivelato forti tendenze verso l’unità nazionale, con i deputati dell’opposizione che hanno votato a favore, dando al governo i voti necessari per farlo passare. Questo è abbastanza significativo in un momento in cui tutti i partiti stanno pensando alle prossime elezioni del 2023. È chiaro che c’erano settori della JxC che pensavano di votare contro per far cadere il governo, ma la classe dominante li ha disciplinati. Prevenire un default e le turbolenze politiche che questo avrebbe provocato in un momento di profonda crisi sociale era fondamentale dal punto di vista della classe dominante. Di fronte alla minaccia di un’esplosione sociale dal basso, la classe capitalista spinge per l’unità dei suoi rappresentanti politici sia nel campo del governo che in quello dell’opposizione. La stessa direttrice del FMI ha sottolineato questo punto: “Un forte consenso politico e sociale è la chiave per assicurare che venga attuata l’’agenda delle riforme”. Così, la firma dell’accordo con un’ampia maggioranza parlamentare non è un segno della forza della classe dominante, ma della debolezza.

Così, alla fine, l’accordo è stato approvato nonostante una serie di massicce proteste di strada da dicembre e una repressione brutale della polizia, incluso attacchi alle organizzazioni operaie e popolari, l’arresto di noti attivisti, ecc.

In realtà, ciò che sta nascendo in Argentina è una massiccia esplosione sociale. Le elezioni del 2019 hanno agito come una valvola di sfogo per evitare una rivolta in quel momento, come avvenuto in Ecuador e Cile. La rabbia delle masse, nella misura in cui la burocrazia sindacale non offriva alternative, fu incanalata nelle elezioni. C’era una flebile speranza che con il ritorno dei peronisti al potere si sarebbe ripetuta in qualche modo la crescita economica degli anni di Kirchner. Era un’illusione; il ciclo di alti prezzi delle materie prime che sosteneva quella crescita era finito.

E poi è arrivata la pandemia, che ha mandato in tilt l’economia argentina e ha causato un forte aumento della povertà, da un minimo del 25% nel 2018, a un picco del 35% nel 2019, per arrivare al 43% nel 2020. Queste percentuali non sono sostanzialmente diminuite e, nonostante la crescita economica nominale, il tasso di povertà ufficiale rimane ad un incredibile 40%.

Queste sono le condizioni che preparano una massiccia esplosione sociale. Lo spettro dell’argentinazo tormenta la classe dominante. La burocrazia sindacale della CGT e della CTA, così come i dirigenti del kirchnerismo, stanno facendo di tutto per impedirlo. Ma i segnali ci sono tutti, e ci sono già state alcune esplosioni regionali e locali. Il problema è che più a lungo le organizzazioni ufficiali del movimento operaio riescono a controllare la situazione, più violenta sarà l’esplosione quando alla fine scoppierà.

Purtroppo, i rappresentanti ufficiali della sinistra nella coalizione elettorale della FITU (Frente de Izquierda y de Trabajadores – Unidad) sembrano concentrarsi su una strategia di lento accumulo di forze sul fronte elettorale, quando ciò che è necessario è una politica rivoluzionaria audace che metta la questione della crisi del capitalismo al centro della lotta politica. Più che conquistare qualche voto in più e uno o due deputati in più, quello che si deve proporre è la necessità di una chiara alternativa socialista e un piano di lotta per rovesciare l’accordo del FMI e con esso i partiti politici che lo sostengono, sia al governo che all’opposizione. L’unica alternativa alla crisi del capitalismo argentino è che i lavoratori prendano il controllo del paese, espellano l’imperialismo ed espropriano i capitalisti.

 

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