8 Gennaio 2019

“Aprire i porti”… con la lotta o con i ricorsi alla Consulta?

Il destino di 49 migranti, salvati al largo delle coste libiche dalle navi Sea Watch e Sea Eye, è il nuovo capro espiatorio di Matteo Salvini e del governo gialloverde.

L’utilizzo strumentale della questione profughi è nei dati forniti qualche giorno fa da Frontex, secondo cui c’è un vero crollo dell’immigrazione irregolare verso l’Europa: -92% rispetto al 2015. Per quanto riguarda l’Italia, “nel 2018 sono arrivati 23.370 migranti rispetto ai 119.369 del 2017” (Il giornale, 4 gennaio). Non c’è dunque alcuna invasione. Sia chiaro, la diminuzione degli arrivi è causata dagli accordi stipulati a sud con i signori della guerra libici, che in veri e propri campi di concentramento detengono migliaia di uomini, donne e bambini (finanziati da Ue e governo italiano), e a Est con la Turchia di Erdogan.

Oggi la demagogia razzista di Salvini si fa forte del nuovo Decreto sicurezza che sostanzialmente azzera l’accoglienza per ragioni umanitarie.

“Aprire i porti” e accogliere i rifugiati, come ha proposto il sindaco di Napoli De Magistris, o iscriverli all’anagrafe, è sicuramente la cosa da fare. “Ma, attenzione! – avvisano i benpensanti (che si professano fieramente antirazzisti, ci mancherebbe!) di Repubblica – questo significa violare la legge… Non sono certo i sindaci che possono di farlo, anzi il loro compito è di applicarla.” Ed ecco allora i coraggiosi presidenti delle regioni Toscana, Umbria, Piemonte ed Emilia Romagna annunciare il ricorso alla Corte costituzionale contro il Decreto sicurezza. Tempi previsti per il pronunciamento della Consulta: circa un anno.

In questi dodici mesi, quanti profughi affogheranno nel Mediterraneo? Quanti altri provvedimenti repressivi (dal daspo urbano al divieto di cortei, blocchi stradali e presidi) contenuti nel dl Salvini saranno eseguiti dalle forze dell’ordine?

E cosa assicura che la Consulta si esprima a favore del ricorso? Leggi e decreti lesivi della libertà personale degli immigrati e non solo sono in vigore da oltre vent’anni. I Cpr sono stati istituiti dalla Turco-Napolitano, compagni di partito degli impavidi governatori, così come l’ex ministro Minniti.

Se il movimento operaio in Italia e nel mondo, avesse scelto per le proprie battaglie il rispetto delle leggi in vigore sarebbe ancora proibito scioperare e si lavorerebbe 15 ore al giorno.

Le leggi sbagliate, scritte per favorire una minoranza, la classe dominante o per seminare odio razziale, devono essere sovvertite. Lo si può fare solo con la lotta di massa. Il ricorso alla Consulta non è inefficace, è sbagliato.

De Magistris dovrebbe andare fino in fondo. Invitare le navi delle Ong a fare rotta verso il porto di Napoli e fare un appello ai giovani e ai lavoratori, non solo di Napoli ma di tutto il paese, ad appoggiarlo attraverso una mobilitazione permanente di massa. Migliaia di persone che presidiano gli attracchi renderebbero molto difficile l’intervento delle “forze dell’ordine”.

All’aria fritta legalitaria che ammorba da anni gli ambienti a sinistra dobbiamo opporre il conflitto e un programma rivoluzionario. Solo così potremmo riprenderci i diritti, il lavoro e i servizi negati oggi a tutti gli oppressi, italiani o immigrati che siano.

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