Almaviva: l’unico esubero è Tripi

Non c’è pace per i lavoratori di Almaviva. Dopo la vertenza della scorsa estate, conclusa col ritiro di 3mila esuberi in cambio di nuovi ammortizzatori sociali per l’azienda, ecco che a settembre si è aperta una nuova ristrutturazione. Tripi, proprietario di Almaviva, ha dichiarato la chiusura dei siti di Roma e Napoli, 2.511 esuberi, e il trasferimento di 395 lavoratori da Palermo a Cosenza.

Martedì 8 novembre al Ministero dell’economia è stato trovato l’accordo tra sindacati, Almaviva e Exprivia che ha scongiurato, per ora, i trasferimenti (leggi licenziamenti mascherati). L’accordo prevede che 297 rimarranno a Palermo assorbiti da Exprivia, mentre i restanti 98 rimarranno ad Almaviva. Ci sarà il passaggio diretto. ma con un salario inferiore. Particolare non da poco, considerando che si tratta prevalentemente di part time con salari bassi in partenza.

Chiusa la partita dei trasferimenti rimane aperta quella degli esuberi. Giovedì 10 novembre si è tenuto lo sciopero nazionale. Sciopero partecipato, in particolare a Napoli dove i lavoratori in corteo hanno anche più volte bloccato il traffico per far sentire la propria voce alla gente ma anche al sindacato. Stanchi di mobilitazioni inefficaci, questa volta vogliono una lotta vera.

Come nella scorsa vertenza il leit motiv del padrone è: “C’è crisi, nel mercato dei call center mancano leggi che regolamentino gli appalti, ci perdo, quindi licenzio!”. Negli ultimi 10 anni Tripi ha sistematicamente annunciato licenziamenti e regolarmente ha beneficiato di incentivi statali e incentivi regionali al sud come al nord. I profitti se li è tenuti, i magri stipendi li ha fatti pagare alla collettività. Profitti ne ha fatti tanti, a tal punto da aprire filiali in Brasile, Tunisia e ultimamente Romania.

Ora vuole di più, straccia l’accordo del 31 maggio e alza la posta, 2500 licenziamenti se in cambio non vengono concessi: abbassamento del costo del lavoro e l’autorizzazione al monitoraggio individuale e il controllo da remoto. Tradotto significa pagare meno i lavoratori e stabilire un controllo asfissiante e ininterrotto sulle postazioni di lavoro.

La strategia sindacale sin qui seguita di tamponare gli esuberi con gli incentivi può al massimo far guadagnare qualche mese ma non risolve il problema, tanto più in un settore dove gli esuberi stimati dal sindacato sono 80mila. Ne sanno qualcosa i lavoratori della Gepin che alla fine hanno perso il lavoro. Giusto battersi per una legge che impedisca l’appalto al massimo ribasso o rivendicare la clausola sociale nella giungla degli appalti, ma è evidente che il problema è più profondo. Se per esempio si fosse lottato per la reinternalizzazione in Poste di lavoratori di Gepin, non ci sarebbero stati licenziamenti. I profitti di Tripi li creano i lavoratori e la collettività coi finanziamenti a fondo perduto. Almaviva si occupa di servizi ai cittadini sia per grandi imprese pubbliche, Eni, Enel, Trenitalia, Poste, che private come Sky, Bnl, Wind. Fino a che Almaviva sarà in mano ai padroni il ricatto ci sarà sempre. Il settore dei call center poi si presta particolarmente visto che le commesse e i volumi possono essere trasferiti in un batter d’occhio in qualunque parte del paese e del mondo.

L’unica soluzione è rivendicare la nazionalizzazione di Almaviva e offrire un servizio di pubblica utilità la cui qualità è garantita dagli anni di esperienza dei lavoratori. Il sindacato deve fare propria questa rivendicazione, discuterla nelle assemblee coi lavoratori, entrare nel merito, approfondirla, promuovere un coordinamento nazionale che lanci una mobilitazione che sia punto di riferimento per tutto il settore. Settore che ha il contratto scaduto e dove i padroni fanno il tifo con speranza che Tripi la spunti, perché i peggioramenti ad Almaviva sarebbero l’apripista per nuovi peggioramenti in tutto il settore delle telecomunicazioni. Non dobbiamo permetterlo.

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