1 giugno 2016

Almaviva: la resa dei conti tra azienda e lavoratori è solo rimandata

Dopo oltre due mesi e mezzo di lotta la vertenza Almaviva si chiude con un accordo firmato dall’azienda con il governo e i sindacati. Quello firmato all’alba del 31 maggio non è una vittoria per i lavoratori, su questo bisogna essere chiari, è un accordo che non risolve del tutto e strutturalmente la crisi del settore

Detto questo ci pare più che comprensibile che i lavoratori tirino un sospiro di sollievo e considerino il temporaneo ritiro degli esuberi una loro vittoria. Infatti è solo ed esclusivamente per merito dei lavoratori se alla fine l’azienda ha dovuto accettare lo slittamento della resa dei conti.

Senza la lotta unitaria dei lavoratori di tutte le filiali che in questi due mesi sono scesi in sciopero innumerevoli volte, che hanno fatto presidi, che sono accorsi in massa sotto il ministero, che hanno bocciato un primo accordo proposto da governo e azienda col 90% di No e hanno esercitato continue pressioni anche sui dirigenti sindacali per intensificare lo scontro, senza tutto ciò oggi si parlerebbe ancora di 3mila licenziamenti in arrivo.

Rispetto all’accordo presentato a inizio maggio delle differenze ci sono, dopo sei mesi di solidarietà dal primo gennaio 2017 scatterà la cassa integrazione straordinaria per i lavoratori considerati dall’azienda in esubero. Oltre a questo c’è la promessa di reintegrare entro la fine del 2017 almeno il 20% dei lavoratori che andranno in cassa integrazione. Ma questo, che da una maggiore tranquillità momentanea, nei fatti non risolve nessun problema. Alla scadenza di questi 18 mesi le motivazioni che avevano portato Almaviva ad annunciare i licenziamenti saranno ancora in campo. Infatti su questa questione nell’accordo c’è solo una dichiarazione di intenti dell’azienda che si impegna ad aumentare i volumi produttivi monitorando con il sindacato mensilmente i progressi.

Un ulteriore forte limite dell’accordo è quello di circoscrivere il procedimento solo ai siti coinvolti dagli esuberi ovvero Roma, Napoli e Palermo, senza estendere né spalmare su tutti i dipendenti gli ammortizzatori sociali. A queste forti criticità si aggiunge un aumento della flessibilità operative  che non significa altro che peggioramento delle condizioni di lavoro.

I dirigenti sindacali non hanno mostrato la stessa determinazione dei lavoratori, questo è risaputo e va ribadito. Anche il fatto che l’accordo sia stato sottoscritto pochi giorni prima della partenza delle lettere di licenziamento è un evidente modo per mettere i lavoratori di fronte al ricatto, prendere o lasciare. Si poteva fare di più, la capacità di mobilitazione dei lavoratori sicuramente permetteva di ottenere di più.

Malgrado tutti i limiti di questo accordo i lavoratori ne escono più consapevoli della loro forza e del fatto che si è giocato solo un tempo di una partita che è ancora aperta. Questi due mesi non sono passati invano.
Nei prossimi mesi non bisogna abbassare la guardia, sarà necessario fare sentire la propria pressione monitorando tutti i passaggi dell’applicazione dell’accordo e preparandosi ad una nuova battaglia con la stessa compattezza e la stessa determinazione che ha fermato i licenziamenti nel corso di questa vertenza.

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